Dalla rassegna stampa Cinema

Peter marcias tra i bambini di Arcopinto

Il cinema ha guardato e osservato i bambini fin dall’inizio della sua storia. Anzi si può dire che i bambini abbiano segnato l’immagine cinematografica con una presenza che ne ha caratterizzato la storia…

Il cinema ha guardato e osservato i bambini fin dall’inizio della sua storia. Anzi si può dire che i bambini abbiano segnato l’immagine cinematografica con una presenza che ne ha caratterizzato la storia. Dai lumiere fino ad oggi è impossibile tenere il conto dei film dedicati ai bambini e ai ragazzi. Spesso sono stati sfruttati dall’industria cinematografica, ma in certi periodi sono rimasti nell’ombra. Alcuni generi li hanno ignorati e in altri sono figure secondarie e di contorno, espedienti narrativi. Il mondo dell’infanzia è comunque una presenza costante nei film, che il cinema non accoglie mai con indifferenza. Il regista deve fare i conti con un corpo attoriale che ha una qualità unica e inconfrontabile con il mondi degli interpreti adulti, che è consapevolmente formato e preparato. Tuttavia è legittimo chiedersi , con Andrè Bazin, in che modo la camera possa “rivelarci il viso enigmatico dell’infanzia”. Che il mondo dell’infanzia avvia un volto enigmatico non è però scontato. Me non è nemmeno scontato che il semplice riprendere lo sguardo del bambino ne riveli automaticamente l’universo comunicativo, emotivo e psicologico. Occorre infatti una consapevolezza e una padronanza del mezzo e della tecnica capace di porsi criticamente rispetto alle possibilità di restituire quella autenticità. Il mondo del cinema in questi ultimi trenta annida fatto dei grandi sforzi e bisogna dire ke la sensibilità di alcuni registi (per esempio Truffaut, Comencini, Kiarostami) ha dato dei contributi fondamentali all’analisi del problema. Ricorre nei migliori lavori una sottolineatura che spinge i cineasti a cogliere un aspetto emergente del tema estetico: il cinema che vuole guardare con innocenza l’innocenza del modno dell’infanzia deve riscoprire quell’innocenza che era propria dell’infanzia del cinema. Deve cioè riguardare al suo istinto selvaggio, all’immediatezza prelinguistica, all’ingenuità immaginaria, che oggi percepiti solo come spunti per una archeologia del cinema. Su questa disposizione del regista è intervenuto qualche anno fa Wim Wenders (su LA REVUE DU CINEMA, N° 397, SETTEMBRE 1984):”mi sembra che se dovessi parlare dell’ immagine che ho dell’infanzia tradirei, già dal principio, ciò che mi aspetto da un bambino, quello che non hanno ancora perduto. Il loro sguardo, la loro capacità di osservare il mondo senza necessariamente averne un’ opinione immediata o trarne delle conclusioni. Il loro modo di guardare corrisponde allo stato di grazia per un cineasta. È quello che dovrei attendermi da un bambino, questa apertura”. L’apertura dello sguardo del regista deve incontrare l’apertura dello sguardo infantile, farlo proprio e restituirlo. Francois Villet (IN L’IMAGE DE L’ENFANT AU CINEMA 1991), parlava di questa apertura in termini di verginità dello sguardo e scriveva che “lo sguardo vergine dell’artista è alla base di ogni possibile creazione. E il mondo rinasce nell’occhio di ogni bambino, come se prima non fosse mai esistito. L’arte dell’infanzia simboleggia la verginità prima del disinganno, prima della perdita di se, prima dell’alienanzione sociale”. In un certo senso un regista esordiente ha una carta in più da spendere perché è come un bambino che guarda il mondo per la prima volta. Al di là delle contaminazioni individuali nell’approccio estetico e derivanti per lo più da una cinofilia personalizzata , il cineasta esordiente che non ha consolidato una cifra stilistica ed estetica riconoscibile ha di fatto una disponibilità all’apertura, una verginità, che riconosciamo nell’ingenuità con cui il mezzo si costituisce come punto di osservazione. Il film “bambini” dei quattro giovani registi Alessio Federci, Peter Marcias, Andrea Burrafato e Miche Rho (un quinti episodio firmato dal produttore Arcopinto non costituisce un corpo unico, ma è spalmato per tutti i film) testimonia di questa apertura ancora acerba e mostra però anche diversi gradi di maturazione. Tra questi l’episodio “Sono Alice” di Peter Marcias – autore sardo che ha già alle spalle un consistente gruzzolo di cortometraggi e che ha già guardato all’universo dei bambini con una sensibilità personale -, mostra lo sforzo del regista che vuole incontrare con sguardo naturale quell’innocenza che ci restituisce automaticamente la protagonista del film, Giulia Bellu, protagonista di una interpretazione fresca e genuina. Marcias mostra un livello di maturazione notevole rispetto ai precedenti lavori mantenendo egli stesso una freschezza di sguardo che sa avvicinare a far comunicare il mondo dell’infanzia. L’episodio di Michele Rho, “post it”, è invece segno di una concreta consapevolezza stilistica, che grazie a una buona sceneggiatura sa raccontare e trovare negli elementi visivi (scenografici e fotografici) i punti centrali che servono a dare forza narrativa la narrazione. Il protagonista del film comunica con la madre solo attraverso i post it che lei dissemina nella casa con una serie di comandi, inviti, indicazioni, sollecitazioni, che lei assente, non può fare personalmente. Questo corto è gravato dal silenzio di una giornata che il bambino si organizza autonomamente, perseguitato da una miriade di post it che sintetizzano la presenza/assenza virtuale e sfuggente di una madre. La luce della fotografia sottolinea questa solitudine dell’individuo e mostra l’anonimia che abita gli uomini di una grande metropoli come Milano, denuncia l’afasia coatta in cui sono gettate le persone e la temperatura gelida dell’organizzazione sociale nelle nostre città. Esemplari in questo senso la scena girata nella piscina in cui i post it diventano pesci di carta disegnati e colorati come i compiti di scuola e l’altra scena delle pareti della cameretta da letto interamente ricoperte di post it. Gli altri due episodi, “dove dormono gli aerei” (girato a Roma) e “Ciancià (girato in Sicilia) risultano essere scontati e mediocri, appiattiti da sceneggiature prevedibili e senza carattere che non trovano riscatto nel racconto cinematografico. Il comune denominatore dei corti è il rapporto del mondo dei piccoli con quello degli adulti. A parte il film di Rho, che mette a fuco con grande sensibilità cinematografica e originalità l’incomunicabilità tra i due mondi, il film che meglio racconta la complessa articolazione di questo rapporto è il film di Marcias. “Sono Alice” mette in campo un coro di personaggi diversi che cantano la stessa musica, cioè la difficoltà di vivere, e richiama i temi del lavoro e della disoccupazione, della emarginazione e della solitudine. Ma soprattutto è un film sull’identità di una bambina (persino il titolo lo dichiara), sulla sua voglia di essere presente ad un mondo degli adulti che affronta con difficoltà quei problemi quotidiani da cui i bambini sono esclusi. Marcias colloca la storia in un ambiente come quello del quartiere di Sant’Elia a Cagliari, che storicamente è un libro che racconta tante storie di emarginazione e di disagio sociale, di povertà e malavita. Ed è in questo ambiente atavicamente compromesso che matura, vicino a quel senso di predestinazione negativa a cui sembra condannata la comunità umana di Sant’Elia, anche il bisogno di reagire e di rispondere che emerge nelle nuove generazioni. Marcias poi sa ke le cose non sono così semplici. Perché se la bambina si impegna per aiutare la famiglia e per portare un po’ di soldi a casa (vende bandiere del Cagliari calcio allo stadio Sant’Elia), il fratello è corrotto da questa aria opprimente che grava sui destini dei sui abitanti e finisce per fare marchette con disastrati omosessuali nel buoi illuminato del neon delle strade cittadine. Questa atmosfera di precarietà domina i volti, le parole, le luci. Persino il maresciallo dei carabinieri sembra muoversi in completa sinfonia con gli altri ruoli della piccola orchestra. Vanni Fois e Pietrina Menneas, attori provati e calibrati sui personaggi, contribuiscono a creare di precarietà immobile ed eterna che segna un altro tassello nella storia dell’immagine della Sardegna data dal cinema. Lo sguardo della bambina emerge come uno scoglio improvviso e imprevisto nella routine della storia. Una storia gia vista, conosciuta (su connottu) e prevedibile, quasi scontata. Quella identità che emerge e si impone all’attenzione sociale è l’input di un progetto ambizioso che corrisponde ad uscire dall’anonimato. Perché alice è una variabile non prevista, un segno di possibile riscatto: l’innocenza dell’infanzia è in quel senso non solo un segno di appartenenza ma anche la testimonianza di chi non accetta un destino stabilito da altri o da altro, di chi non si rassegna. “Sono Alice” e “Post It” muovono l’azione con obiettivi e percorsi diversi ma stringono e aprono intorno al medesimo oggetto della comunicazione con il mondo degli adulti, lanciando un messaggio univoco ai “grandi” che fanno cinema.

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