Dalla rassegna stampa Cinema

E Pasolini mi disse: «Ho cancellato la parola speranza»

«La guerra ha tolto la giovinezza alla mia generazione» «Scrivere per me non è soltanto un lavoro ma tutta la mia vita»

IL BRANO

Ricordo certi colloqui con Pier Paolo Pasolini e soprattutto una frase: «Vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più squallido. Non ho sogni, quindi non mi disegno neppure una visione futura». Nelle sue parole c’erano innocenza e bisogno di verità. Non temeva la vecchiaia né aveva più paura della morte: «Ne ho avuta molta a vent’anni. Ma era giusto perché allora, attorno a me, venivano uccisi dei giovani, venivano trucidati. Adesso non l’ho più.

Vivo un giorno per l’altro, senza quei miraggi che sono alibi. La parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario».
Perché concludo il libro con Pasolini? Perché in poche parole lui è riuscito a rappresentare uno stato d’animo che è anche mio. È vero, mi sono nascosto dietro le parole del poeta, ma non è facile mettere a nudo quello che si prova, si è sempre un po’ portati a recitare una parte. Anche per me lo scrivere non ha rappresentato solo il lavoro, è stato tutto nella mia vita. So bene che è un mio grande limite, ma non sarei capace di fare niente altro, non ho hobby, non so pescare, giocare a carte, il giardinaggio non mi ha mai attratto, faccio sempre più fatica a leggere, mi interessano solo le biografie nella speranza di trovare un po’ della mia vita e dei miei pensieri in quelli degli altri.
Non ho mai avuto frequentazioni mondane, raramente partecipo a iniziative pubbliche, perché mi danno la sensazione di essere ancora più solo. Sto con la mia famiglia e frequento pochi amici: Loris, che mi scrocca sempre un pasto caldo, Missoni che ha per me un grande affetto, ricambiato, Giancarlo Aneri e Giorgio Bocca con i quali mi incontro per il premio «È giornalismo». Infine Franco Iseppi che mi tiene informato sulle vicende della Rai e per lui credo sia diventato un incubo la mia domanda: «È previsto qualcosa per noi? Ci faranno fare qualcosa?». Ma gli amici servono anche per questo. Ricordo quando fu direttore generale della Rai, e la prima volta che lo andai a trovare al settimo piano di viale Mazzini, là dove c’è il cavallo, mi tolsi la soddisfazione di andare a pisciare nel bagno dove erano stati i grandi direttori generali: Ettore Bernabei e Biagio Agnes.
Gli amici della mia generazione, invece, uno alla volta se ne stanno andando: Federico Fellini, Dario Zanelli, Renzo Renzi, Giuliano Lenzi, Sandro Bolchi, l’ultimo Pietro Garinei. Mi manca la sua telefonata domenicale che arrivava anche quando la Roma aveva perso. Mi mancano i suoi commenti a quello che scrivo, mi manca il suo affettuoso: «Tieni duro». Mi mancheranno le nostre discussioni guardando la partita in tv nelle sere d’agosto, e le nostre silenziose passeggiate nei boschi. Da quando Pietro era rimasto vedovo, quei pochi giorni che si concedeva lontano dal suo Sistina, li passava con me a Pianaccio.
Il ruolo del regista non lo abbandonava mai; come arrivava organizzava la mia giornata: «Enzo devi camminare. Domani andiamo a Porretta. Andiamo a prendere i prosciutti a Pietracolora». E alla sera mi diceva: «giochiamo», che voleva dire metterci a cantare le nostre canzoni, e quasi sempre vincevo io perché me ne ricordavo di più. Inevitabile era la sigla di chiusura prima della buonanotte: «Roma nun fa’ la stupida stasera» di Garinei e Giovannini, musica di Trovajoli, interpreti Pietro e Enzo.
Per scrivere un libro che parla anche della vita dell’autore, la mia segretaria Pierangela mi ha preparato tanto materiale e una scatola di vecchie foto dove ho trovato quelle di quando andavo a scuola a Bologna, che si fanno a fine anno: tutti in fila, i più piccoli in piedi sulla panca nascosta dai più grandi e il maestro al centro. Rivedo i miei compagni: sorridenti, pantaloni alla zuava, chi aveva i soldi portava i maglioni come Robert Taylor, che fu un bellissimo di Hollywood. (…) C’è qualcuno che ha detto che questa generazione, la mia, non ha avuto altro che il tempo di morire. Ma c’è una cosa che è ancora più triste, perché è vero che ci sono molti morti nella nostra vita, ma come ha detto Bernanos, «più morto di tutti è il ragazzo che io fui». Voglio dire che quello che la guerra ha portato via e che nessuno ci potrà mai più rendere sono le illusioni, i sogni e gli errori dei vent’anni.
Forse è qui la nostra unica grande attenuante, quella di una generazione che non ha mai avuto la giovinezza.

IL DESTINO

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