Dalla rassegna stampa Cinema

Sergio Rubini «Puglia bella e tragica non cambierai mai»

La polemica sul set a Lecce dove interpretava l’episodio gay di «Manuale d’amore 2», dispiaciuto alla Curia. «Io mi chiedo quanto Nichi Vendola sia espressione di una presunta trasformazione politica e quanto – drammaticamente anche per lui – non lo sia»

Intervista con il regista e attore Sull’identità culturale della nostra terra

La Puglia? «Non cambierà mai, purtroppo, e in un certo senso per fortuna». Ma neppure Sergio Rubini, tormentato fino ad azzardare oggi un’impopolare «profezia», forse cambierà mai. L’attore e regista di Grumo Appula, 47 anni tra qualche mese, potrebbe tranquillamente godersi una stagione di successi invece di interrogarsi sull’identità del Mezzogiorno. È senz’altro uno dei cineasti italiani più noti e apprezzati, e il suo ultimo film da autore, l’ennesimo girato in Puglia, La terra (2006), prodotto dallo stesso Domenico Procacci sodale giovanile nell’esordio de La stazione (1990), ha ottenuto ottimi riscontri di pubblico e critica. Sergio sarà a Natale sugli schermi, al fianco di Paolo Bonolis e Margherita Buy, nella Commediasexi di Alessandro D’Alatri, sceneggiata dal barese Gennaro Nunziante, che farà sorridere amaro sull’intreccio politica-spettacolo.
E mentre è già al lavoro sul prossimo copione in parte da girare a Berlino, Rubini ha appena concluso le riprese di Manuale d’amore 2 con la regia di Giovanni Veronesi, film a episodi in cui il suo personaggio corona il sogno delle nozze gay con Antonio Albanese. Da qui parte o meglio si rinfocola il disagio che lo anima nella nostra conversazione.
«Eravamo a Lecce per gli ultimi ciak – esordisce Sergio – quando abbiamo saputo che il vescovo del capoluogo, monsignor Ruppi, non gradiva che la troupe e il cast di un film con quel contenuto fossero al lavoro nei pressi del Duomo. Ora, Manuale d’amore 2 è un film leggero, giocoso, che riserva il pregio – a mio avviso – di raccontare due storie su quattro, fortemente polemiche nei confronti del governo. Da una parte c’è la vicenda dell’unione omosessuale, dall’altra c’è una trama centrata sulla fecondazione assistita per la coppia Barbora Bobulova-Fabio Volo. Infine, nel film, i protagonisti debbono raggiungere la Spagna di Zapatero per risolvere entrambe le questioni. È un cinema popolare che lancia temi in grado di indurre alla riflessione e personalmente ne vado fiero».

Ma la posizione della Curia non vi ha impedito di concludere le riprese salentine.

«No, certo, sebbene lo stesso Comune di Lecce abbia fatto un passo indietro, allorché l’assessore al turismo ha sostenuto di non avere inteso con esattezza, fino a quel momento, la trama del film. Così, fra le righe, il messaggio è stato inequivocabile: “Andatevene!”. Donde le polemiche sui giornali».

Incidenti di percorso. Molti autori in passato hanno subito di peggio.

«Sicuro. Ma la Regione Puglia, ch’io sappia, ha incentivato la produzione Filmauro di Aurelio De Laurentiis affinché scegliesse Lecce quale cornice di uno dei quattro episodi. Allora io mi interrogo: quanto è cambiata davvero la Puglia oggi governata da Nichi Vendola?».

A Lecce, alla sua domanda, c’è chi ha replicato che questa è anche la regione dove Adriana Poli Bortone, su tutt’altro versante politico e culturale rispetto al governatore, è sindaco da nove anni.

«L’ho letto sui quotidiani. Tuttavia la mia domanda resta. È una domanda radicale, è una domanda retorica, ma soprattutto è una domanda tragica, perché io la pongo di là dalle contingenze politiche. E mi rispondo che la Puglia non è affatto cambiata, né, temo, cambierà mai se non in certi aspetti apparentemente rivoluzionari che però finiscono per ribadirne il passato». Che fa, Rubini, cita «Il Gattopardo»?

Sta dicendo che nella Puglia di Vendola, come nella Sicilia narrata dal capolavoro letterario di Tomasi di Lampedusa, «tutto è cambiato perché nulla cambi»?

«In particolare, mi chiedo quanto Vendola sia espressione di questo presunto cambiamento e quanto – drammaticamente anche per lui – non lo sia. La nostra è stata di volta in volta la regione del fascista Di Crollalanza, la cui memoria era venerata ancora negli anni della mia gioventù, dei democristiani Moro e Lattanzio, del socialista Formica, poi terra berlusconiana per eccellenza con Fitto, e ora attribuita al comunista Vendola, ma quasi senza soluzione di continuità simbolica. Vuole una conferma? Nel corso dell’ultima Fiera del Levante ho visto più gente intorno a Berlusconi in visita agli stand che intorno al presidente Prodi il giorno dell’inaugurazione».

Può essersi trattato di un episodio o di un’inversione di tendenza che, caso mai, smentirebbe la sua lettura delle cose.

«Pensi alle regioni cosiddette “rosse” come l’Emilia Romagna: noiose, prevedibili, da sempre votano a sinistra. Noi invece siamo camaleontici, in apparenza imprevedibili, eppure io credo che la Puglia levantina esibisca un’anima cangiante dal punto di vista politico come maschera di un luogo perverso dove l’antico riesce sempre – sotto le diverse facce – a permanere. È davvero drammatico».

Carlo Levi, in positivo, scrisse della «permanenza del tempo» come sostrato dell’antropologia culturale del Sud. Invece la vicenda leccese pare averla turbata non poco. Forse troppo, non crede?

«Non mi consideri tanto suggestionabile. La mia è una riflessione che precede la querelle sul set leccese di Manuale d’amore 2. Negli anni, allontanandomi e tuttavia tornando periodicamente a casa, ho elaborato un’idea tragica del Sud, e disperata. Magari è un’idea un po’ cinematografica, giacché il Sud è pregno di scenari così affascinanti in cui la dimensione arcaica è molto presente. Il fatto è che anche i vezzi e i vizi di ieri sono altrettanti vividi».

E non riesce a intravedere vie d’uscita?

«No. Se per prodigio il Sud riuscisse a spogliarsi di tutti i suoi antichi modi, rischierebbe di diventare una sorta di riserva naturale per accedere alla quale si pagherebbe il biglietto. La forza del Sud sta nella sua vitalità che non può prescindere dal suo male. Gli scenari sono vivi in quanto lo sono gli archetipi e la cultura meridionali: la distanza dallo Stato, la violenza, l’odio, il sentimentalismo, le passioni cocenti, l’idea di dover fare da soli, il malaffare. Il fascino del Sud vibra in virtù delle tradizioni che si sono come stratificate in un palinsesto della memoria, immodificabile».

Riformismo addio… Sta dando un dispiacere a molti meridionali, lo sa? A cominciare da noi che qualche residua speranzuola tenderemmo a serbarla.

«Il Sud di cui parlo si può aggiustare, non purificare. Sa cos’altro mi è successo a Lecce qualche giorno fa?».

Che cosa?

«Antonio Albanese e io eravamo ospiti di una bella casa borghese, gente colta, raffinata. A metà serata Albanese ha alzato il calice proponendo un brindisi alla Puglia. Apriti cielo! “Alla Puglia?” – si sono sorpresi quasi tutti – “Alla Puglia, mai. Brindiamo piuttosto al Salento”. Ecco un esempio di arcaicità tribale in un ambiente apparentemente sano: il culto ossessivo del campanile, dell’enclave, delle lingue; le stesse che scandalizzano gli spettatori dei miei film quando – volutamente, provocatoriamente – metto in bocca ai salentini termini e cadenze baresi. Al Sud dovremmo imparare a riconoscere ciò che abbiamo in comune e non ciò che ci distingue, ci separa, ci condanna al passato. In un mondo globale come il nostro, se non è tragico questo, cosa lo è?».

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