Dalla rassegna stampa Cinema

I mille colori del male De Palma, Black Dahlia

…ci racconta l’America dell’immediato dopo guerra e del dopo Roosevelt, la Los Angeles della mafia, degli speculatori edilizi e della boxe truccata, dei latinos insorgenti e delle lesbiche alla riscossa…

Incontro di boxe tra James Ellroy e Brian De Palma. Il quadrato è Los Angeles, in palio l’ossessione «noir» più conturbante e seducente. Un thriller hitchcockiano che sperimenta la grammatica e la sintassi del cinema futuro

Il bianco non è un colore, perché non ne contiene nessuno. Il nero non è un colore (alla faccia dei razzisti) perché li contiene tutti. Ma la loro sovrimpressione schermica può creare l’atmosfera più inquietante di tutte, e trascinarci ai confini della realtà, in un mondo «dark».
Avviene quando si va al cinema e ci si trova come soli sul ring. E nonostante la sapienza nel gioco difensivo, da decifratori di immagini, un gancio devastante, inaspettato, può mandare al tappeto lo spettatore, e fargli saltare i denti. È allora che il terzo sguardo, il nostro (oltre a quello dell’eroe e a quello del regista del film), il triangolo delle Bermuda dell’immaginazione, soprattutto quando si crea strabismo, si ritrova con un occhio nero.
Attenzione alle magie di questo capolavoro. Il match è truccato, niente è quel che sembra, la bionda non è l’assassina, la bruna non è una docile padrona di casa, e ci vogliono ben due poliziotti per fare un quasi eroe di spessore, anche se non sarà mai Bogart…E attenzione, soprattutto, alle coreografie recitative di Fiona Show e Mia Kirshner, nei ruoli di Madeleine Linscott, snob rampolla dei criminali proprietari di mezza Los Angeles, e di Elisabeth Short, il cui corpo d’attrice fallita fu davvero trovato nel ’47 orrendamente deturpato, sviscerato, segato in due e con la bocca allungata in una grottesca risata macabra da un coltello spietato. Sono performance feroci, impreviste, capaci di compensare d’un colpo i costumi troppo perfetti, alla James Ivory, di Jenny Beavan, le scenografie iperrealiste di Dante Ferretti (in gloria all’ Europa del muto, e a L’uomo che ride da Victor Hugo) e le musiche cool di Mark Isham, che si permette più blue note del solito solo perché la produzione è la più parigina tra le hollywoodiane (visto lo sfoggio di star, Scarlett Johansson, Josh Harnett e Aaron Eckhart che qui si fuma tutte le sigarette (solo pregustate) di Thank you for smoking. Il produttore Victor Hadida (Spider di Cronenberg, Domino, Resident Evil…) vive e opera, infatti, nella Ville Lumiere.
Brividi e montanti hitchcockiani redivivi ritornano dunque in The Black Dahlia, l’ultimo thriller di Brian De Palma. Una ossessione «noir della decadenza», che cerca di curare a iniezioni di sarcasmo Chandler, il flusso narrativo «sesso, sangue e napalm» del neohemingwayano James Ellroy. «Ho un alibi solido come lo stronzo di uno stitico». E simili finezze. Questo 5° Ellroy dello schermo, da L.A. Confidential in poi, sintetizzato e decostruito da Josh Freidman, ci racconta l’America dell’immediato dopo guerra e del dopo Roosevelt, la Los Angeles della mafia, degli speculatori edilizi e della boxe truccata, dei latinos insorgenti e delle lesbiche alla riscossa, dello sfruttamento a Hollywood delle comparse (fin dal muto e da Mack Sennett) e delle 100 mila starlette in cerca di gloria che hanno davanti a sé (ce lo ha ben raccontato anche Ed Wood in un libro che De Palma ha digerito meglio di Lynch) solo un set a luci rosse o un marciapiede nei quartieri marci, a meno di non chiamarsi Betty Page. I borghesi a sud della Costa dei Barbari, anche qui, maneggiano e palleggiano gli agenti forzuti della Lapd, sia corrotti che onesti, con il cinismo perverso di Sidney Greenstreet. Ma vedere tanti poliziotti al lavoro a Los Angeles, anche se trafficano e ricattano illecitamente, e premono per gli aumenti di stipendio, è già spaesante e polemico. Ora sono pochissimi, super tecnologizzati e pattugliano in aereo Echo Park, incuranti delle bimbette asiatiche assassinate, tranne che non risiedano a Beverly Hills e a Bel Air.
Rispetto ai noir di una volta cambiano anche i fiori, dalle erotiche orchidee, alle più funeree dalie, e sono capovolti i protagonisti (non erano mai «cop», semmai detective privati, finché arrivò la decadenza maccartista del genere, dal Glen Ford langhiano in poi, quando si girò appunto quel film che dà il soprannome alla nostra massacrata vittima). Nessun sentimentalismo nostalgico, per De Palma, comunque. Anche i suoi colpi da maestro, come il dolly danzante quasi antonioniano che tiene in pugno in un piano sequenza ben due avvenimenti criminosi non collegati, diventano sperimentazione per un cinema del futuro. A Black Dahlia, intanto, sono stati restituiti, da Vilmos Zsigmond, i mille colori del male che la Hollywood anni 47-48 dei polizieschi con Alan Ladd e Veronica Lake non avrebbe voluto, potuto e saputo dipingere. Era troppo chiassoso e manicheo il technicolor di allora per provocare quegli spostamenti progressivi cromatici che trasformano i gialli, i grigi e i marroni in una sensazione «noir», in montagne russe dell’immaginario morbide come golfini d’angora, sadici come «quell’esagerato di Hitler». Ma chi ama la filologia potrà trovare su un Film Comment antico le foto di un noir forse di Dmytryk, a colori d’epoca, che certo De Palma ha studiato in questa eccellente rilettura critica del giallo di Ellroy, densa di forme, emozioni, immagini e sostanza concettuale che illumina, non cita, il cinema del passato e i «non detto», i fuori campo di allora.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.