Dalla rassegna stampa Cinema

Giuseppe Bertolucci rievoca "Pasolini prossimo nostro"

Un testamento intellettuale impressionante per lucidità e lungimiranza, con sullo sfondo le immagini di un film uscito dopo la morte dell’autore.

Con “Pasolini prossimo venturo” stasera evento speciale Orizzonti alla 63a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Giuseppe Bertolucci ha ricostruito in poco più di un’ora il frutto di 23 mesi di lavoro tra 50 ore di interviste audio, 3.000 metri di negativo e 7.200 fotografie.

Un lungo, durissimo sfogo, quello di Pier Paolo Pasolini, scrittore e regista ucciso in circostanze ancora non del tutto chiarite la notte del 2 novembre 1975, pochi giorni prima della presentazione (che fu curata dal fratello di Bertolucci, Bernardo) del suo ultimo provocatorio film, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”.

Proprio le immagini di “Salò”, alcuni spezzoni ma in buona parte scatti in bianco e nero della fotografa inglese Deborah Beer, che lavorò a lungo sul set, fanno da sfondo alle riflessioni di Pasolini, raccolte dal giornalista tedesco Gideon Bachmann.

Più che profeta, un Pasolini aruspice, secondo Bertolucci. Un intellettuale capace non di “prevedere” ma di vedere nel presente i segnali che sfuggivano a tutti ma non al suo occhio acuto. Scavando nel reale, proprio come facevano gli indovini dell’antichità scrutando nelle viscere. Il tramonto ineluttabile dell’Italia contadina, l’illusoria libertà promessa da un consumismo che invece impone e massifica, l’impossibilità di comunicare con i più giovani che in quest’Italia cambiata sono nati. Persino l’insensibilità dell’Occidente di fronte a culture e valori del Terzo Mondo.

Lavorare su Salò è stato “scoprire come 30 anni fa lo spazio di creatività fosse molto più forte di ora…un film come Salò sarebbe oggi infattibile, inconcepibile”, dice Giuseppe Bertolucci.

“Gli spazi di libertà si sono ristretti”, dice il regista, convinto che un film che ispira il dibattito politico, come è stato Salò, non sarebbe oggi possibile, in una scena dominata dalla tv.

Ma nel lungo lavoro di realizzazione, a colpirlo maggiormente è stata “la definizione di processo creativo (che Pasolini vedeva) senza una linearità, passando da un’idea all’altra, bensì come interruzione di un flusso, con un’illuminazione”.

Allo stesso modo, osserva Bertolucci, alla base dei film di Pasolini c’è “un’idea formale impossibile da definire a parole, che contiene tutto quello che farà”.

Quanto ai contenuti, Bertolucci dice di aver ritrovato nella lunga intervista-confessione il Pasolini raccontato di recente nel suo spettacolo teatrale con Fabrizio Gifuni sugli ultimi due anni del regista. Che insisteva sugli stessi concetti: un futuro in cui la modernità dovrà integrare civiltà moderne ed arcaiche, l’ossessione per la civiltà dei consumi ritenuta più fascista del fascismo storico nel suo imporre un’identità attraverso gusti e bisogni indotti.

Osservazioni queste, sottolinea Bertolucci, formulate prima che l’avvento della televisione commerciale imponesse un consumismo ancora più sfrenato.

Tutti problemi, quelli posti da Pasolini nel 1975, che secondo Bertolucci oggi in Italia “continuano a non aver risposta… non c’è nell’arco politico italiano qualcuno che risponda”.

Prodotto da Ripley’s Film e Cinemazero, “Pasolini prossimo venturo” è per Bertolucci una sorta di “foto-romanzo” con una rilettura inedita di “Salò”, una spietata analisi di una società “sempre in bilico sulla voragine del fascismo”.

Un grido di allarme … “che continua ad arrivarci nitido e straziante, a trent’anni di distanza”.

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