Dalla rassegna stampa Cinema

Sette anni...d’attesa

…Un raffinato esercizio di stile, Sept ans, che procede spesso per riprese orizzontali di spazi immobili e vuoti, indicativi del rapporto lei-l’altro, illuminato inoltre dalla luce fioca della loro passione, per dirla con Maupassat, del “brutale appetito fisico ben presto spento”…

Un ferro da stiro, un maglione, un profumo, una ragazza: questa la scena d’apertura del film Sept ans del regista francese Jean-Pascal Hattu, inserito nel programma delle Giornate degli Autori di Venezia 2006. Oltre alla routine domestica, tali elementi diventano anticipatori del nucleo stesso del film, nello specifico della profonda convinzione della giovane donna Maïté Giraud di attendere “la libertà” del marito dopo aver scontato la pena in carcere, condannato a sette (lunghi) anni di reclusione. Una storia come tante, probabilmente, che racconta le vicissitudini di un triangolo amoroso, in cui è lei a guidare il gioco. La signora Giraud, come lei si fa chiamare, si vede infatti coinvolta all’improvviso in una storia extraconiugale con il custode del carcere in cui si trova il compagno. È una storia, la sua, che a volte diviene addirittura ossessiva, estrema nel punto in cui lei vuol far “sentire” al marito ciò che accade mentre intrattiene rapporti sessuali con l’altro uomo.
La si definiva poc’anzi una storia come tante, guidata però da una raffinata messa in scena, che accompagna la giovane donna nei suoi andirivieni amorosi: è lei, infatti, a condurre la storia, nonostante essa a volte paia sfuggirle di mano. Tale aspetto ambivalente è possibile coglierlo già a partire dalla modalità con la quale il film ci mostra il rapporto che la donna intrattiene con il proprio corpo e con la volontà di poter soddisfare la “mancanza”di una relazione sessuale. Desiderio erotico, che è proprio quello di un corpo, e della bellezza fisica che il regista descrive per bocca del marito: “Spogliato, pare che i vestiti gli scivolino di dosso”. Attraverso insistiti piani ravvicinati che descrivono nei minimi particolari il corpo di Maïté, ci viene restituita la convinzione secondo cui la corporeità femminile trascende la sua stessa resa in immagine, la sua profonda fisicità ammaliatrice, dalla quale sembra quasi derivare una sensazione tattile. Tutto diventa, in tal modo, tangibile: è a partire dal particolare di una mano che il regista ci mostra la “porosità” dell’immagine, che va al di là di una pura rappresentazione visiva.
Tutto ciò si accompagna alla modalità con la quale nel film è concepito il rapporto uomo-donna, paragonato alla fiamma di un fiammifero che tende continuamente a spegnersi, metafora del rapporto di Maité con il guardiano Julien; o ancora della decisione della donna di rimanere “fedele” al legame matrimoniale con Vincent. Indicativa, a tal proposito, è stata la scelta del regista di affidare un ruolo simbolicamente “testimoniale” a un bambino, al quale Maïté fa da tata. Il piccolo è il rappresentante, da una parte, del complesso edipico, dall’altra è il personaggio che forse, nel film, si eleva al di sopra delle parti, assumendo quasi una funzione di mentore. Il figlio che lei non ha, che si sofferma a osservare dall’alto di una collina, durante una gita in montagna con la sua baby-sitter, la stanza in cui Maïté e Julien consumano per l’ultima volta la passione di un rapporto “provvisorio”, cui viene associata, tramite un movimento di panoramica, il paesaggio innevato, simbolo di una situazione congelata, corrispondente alla decisione della donna di continuare il rapporto col marito.
Un raffinato esercizio di stile, Sept ans, che procede spesso per riprese orizzontali di spazi immobili e vuoti, indicativi del rapporto lei-l’altro, illuminato inoltre dalla luce fioca della loro passione, per dirla con Maupassat, del “brutale appetito fisico ben presto spento”.

da www.cinemavvenire.it/

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