Dalla rassegna stampa Cinema

Lynch, l’impero dei misteri

ENIGMA David Lynch ha ricevuto da Venezia il Leone alla carriera e in cambio ha portato il suo «Inland Empire» con Jeremy Irons e Laura Dern: un film sul cinema che avrà anche un suo fascino ma è totalmente incomprensibile

Jackson Pollock dipingeva su grandi tele stese sul pavimento, sulle quali schizzava ghirlande di colore; Piet Mondrian tracciava sulla tela linee geometriche, componendo rettangoli che a volte venivano riempiti di colori brillanti, a volte rimanevano bianchi. Nessuno di noi, davanti a un Pollock o a un Mondrian, si chiederebbe «cosa significano», anche se le interpretazioni più varie potrebbero venire alla mente (Pollock: il brulichio della folla; Mondrian: campi coltivati visti dall’aeroplano). Allo stesso modo non sembra utile domandarsi «cosa significhi» Inland Empire, il nuovo film di David Lynch. Né appare utile chiederlo a lui, che ieri a Venezia ha ricevuto il Leone alla carriera: vi dirà che «ogni film è un viaggio in un altro mondo che va compiuto con mente aperta e disponibile»; e aggiungerà, non a torto, che «la bellezza del cinema è nella sua capacità di stimolare sia i sensi, sia l’intelletto. Il cinema è come la musica, è una forma d’arte in cui logica e intuizione debbono lavorare insieme». Sempre Lynch risponde in modo arguto al giornalista che gli chiede «questo film non vuole avere alcun senso o vorrebbe avere un senso?». La replica: «It’s supposed to make perfect sense», ovvero «vuole avere un senso perfettamente compiuto», ma quale sia questo senso non ve lo direbbe mai. E forse ha ragione Justin Theroux, l’attore che assieme alla protagonista Laura Dern lo affianca in conferenza stampa al Lido: «Lasciate che sia il film a guardare voi». Bel paradosso. Proviamo a seguirlo, dicendovi che Inland Empire ci ha guardato ieri dalle 8.30 alle 11.25 di mattina (dura quasi 3 ore) lasciandoci estenuati ma affascinati. È un film al confronto del quale Mulholland Drive era lineare: là, almeno, c’era una traccia narrativa iniziale (la prima ora era il «pilota» di una serie tv mai realizzata, e aveva quindi una grammatica riconoscibile); qui, è come se fossimo fin dall’inizio dentro la scatola blu nella quale implodeva Mulholland Drive. Inland Empire (ma sappiate che Lynch lo vorrebbe scritto INLAND EMPIRE, tutto maiuscolo, e non chiedeteci perché) comincia all’interno della soap-opera radiofonica Axxon n., «popolarissima nei paesi baltici», poi si trasforma in una sit-com (con le irritanti risate in colonna sonora) con tre attori mascherati da conigli, e finalmente giunge in una lussuosa villa dove Laura Dern riceve un’inquietante vicina/indovina che le racconta cosa le succederà il giorno dopo. Solo ora, dopo mezz’ora di film, capiamo lentamente che Laura Dern è una diva di Hollywood convocata dal regista Jeremy Irons per il remake di un vecchio film mai fatto intitolato 47: un’opera maledetta perché i due attori protagonisti furono uccisi durante le riprese; e anche sul set della nuova accadono cose bizzarre, a cominciare da una scenografia che – come la scatola di Mulholland Drive – sembra portare nei più stravaganti universi paralleli…
Il film, girato in video, è una carrellata onirica con momenti inquietanti e parentesi di noia. È una chiarissima (sì, chiarissima!) riflessione sul cinema come mondo di infinite possibilità, ed è quindi un limpido esempio di arte postmoderna. Non per tutti (tanto che i produttori di Studio Canal l’hanno giudicato «indistribuibile») ma in qualche modo «su» tutti, perché siamo tutti dentro quel gioco di immagini auto-riflettenti. Certo, lo stile di Lynch è ormai talmente personale che sarebbe bello vederlo alle prese con un soggetto più convenzionale. Laura Dern, che sogna un nuovo Cuore selvaggio, è d’accordo. Se non lo convince lei…

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MÜLLER «Lynch, uno Stradivari del cinema»

Applausi a scena aperta per il Leone americano

Lunga standing ovation ieri al Palazzo del cinema per il Leone d’oro alla carriera al regista americano David Lynch, che ha ringraziato in un italiano stentoreo: «Per me il cinema è un bellissimo linguaggio. Auguro al cinema una lunga vita e felice». Un premio reso ancora più speciale perché assegnato a un solo vincitore (l’anno scorso se l’erano aggiudicato Stefania Sandrelli e Hayao Myazaki). Muller lo ha definito «uno Stradivari del cinema», a consegnare il Leone al regista è stata Laura Dern (al terzo lavoro con Lynch dopo Velluto blu e Cuore selvaggio) protagonista del suo film Inland empire, fuori concorso a Venezia. In sala anche una parte del cast, tra cui l’attore inglese Jeremy Irons e l’attore-regista Justin Theroux (vestito di nero). Dopo la cerimonia, una folla di fan ha attorniato Lynch.

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