Dalla rassegna stampa Cinema

Il Leone a Lynch santone dell'ignoto che «dipinge» film

«A Venezia si celebra il cinema e i premi danno sempre energia» Spiegare le mie storie? Non credo sia possibile, ma la gente sa, intuisce più di quanto dice

LA STATUETTA ALLA CARRIERA
Giornata dedicata al grande regista americano

I PROTAGONISTI
In alto Laura Dern, considerata una musa per David Lynch, protagonista nel ruolo di un’attrice insieme a Jeremy Irons (nella foto sotto) di «Inland Empire». Il regista americano, nato nel Montana nel 1946, ha invitato il pubblico ad «esplorarsi senza paura».
Credo si profili un buon periodo nel mondo e che le pellicole possano avere un piccolo ruolo

VENEZIA — Siamo onesti, è una bella pretesa. Come può un regista geniale come David Lynch che da 33 anni fa meditazione trascendentale rispondere perché nel suo nuovo, misterioso e affascinante Inland Empire, ogni tanto, mentre si gira un film e una donna rischia la vita, e si corre e si sogna, una famigliola di coniglietti come quelli dei libri per bambini si inserisce nell’azione? «No, non glielo dico. Il film dovrebbe essere chiarissimo». Prendere o lasciare, Lynch dà momenti di cine vertigine, basta rinunciare a capire l’ordine dei fatti, a dare una logica, a situare l’azione nello spazio e nel tempo. «Ma la gente sa, intuisce più di quanto dice» confida l’autore e chissà se la Bim che lo fa uscire nel febbraio 2007 metterà la frase sui poster.
Può un Maestro, riconosciuto depositario dell’inconscio, osannato ieri per cinque minuti da cinefili che ricordano ancora la pelle d’oca di «Twin Peaks» (del cui successo l’autore non si capacita), decorato dalla sua musa Laura Dern con Jeremy Irons accanto col Leone d’oro alla carriera, essere comunque un rischio, una mina vagante, un pericolo per l’establishment del cinema? Sì, lo può.
Contento? «A Venezia si celebra il cinema e i premi danno energia». In tre ore di film, preferibilmente al buio più che alla luce anche se l’autore che viene da Filadelfia esalta il cielo, i colori di Los Angeles e il suo profumo di gelsomino, Lynch ci fa sentire su un ottovolante pazzo, è il fantasista degli incubi.
La storia? Lasciamo stare. «C’è una donna innamorata in pericolo, questa volta ha ragioni serie» spiega il regista ed anche sceneggiatore, produttore, fotografo, pittore, disegnatore, mobiliere e cantante (elettronico). Laura Dern, attrice, riceve in casa una vicina strega che le parla di un racconto gitano polacco maledetto. Da qui si snodano percorsi interiori filmati, un safari nel subconscio con momenti da brivido: «Esploratevi senza paura» invita l’autore.
Succede di tutto, prima il cinema nel cinema, poi le altre vite, a zig zag in altri tempi, poi arrivano i coniglietti di cui uno stira sempre, e dal serbatoio immaginifico del regista escono slalom magistrali, doppie vite, delitti, sangue sulle stelle di asfalto a Hollywood. Ma non sappiamo mai se crederci. Appare una scritta dell’inizio, torna il numero 47, ma non c’entra Totò e il morto che parla. Si pensa anche al Trovarsi
di Pirandello, ma non è chic per un guru come lui. Insomma nella storia di Inside Empire,
come in quella simile di Mullholland drive, non si sa come, dove e perché siamo: e non scoprirlo è un’emozione grande. «Il mondo è come sei tu, così il cinema, si riflette, cambia se sei depresso o sereno. Ciascuno vede il film secondo la sua personalità» spiega Lynch. E aggiunge: «Il titolo rivela che tutti abbiamo dentro un enorme mondo interiore, questo è l’Impero. Il cinema parla un’altra lingua che va oltre le parole e attacca insieme cuore e cervello. Anche a me l’ispirazione arriva a pezzi, non recapitata intera a domicilio e passa per astrazioni. Ma è sempre un lavoro meraviglioso anche se un film non racconta mai un’ intera storia, ci sono troppi indizi nel “campo” del mondo dove tutto è collegato e trova poi il suo posto».
Come entrare nelle sue storie? «Vorrei poterlo spiegare ma è il film che si spiega nel suo farsi. Mi piace l’ignoto, voi usate l’intuito. La sensazione è che il film esista prima che lo metta insieme, passo per déjà vu che a volte anticipano il futuro». I suoi attori non ne sanno di più. Si tengono impegnati dai due ai tre anni e le battute vengono date segrete, all’alba, come i pizzini della mafia. Ma ovviamente sono estasiati. Lynch — che l’8 e l’11 settembre verrà a Roma e Milano per farci meditare e far costruire il parco della Pace — fa film che non vuole siano doppiati e visti in auto, in aereo o in nave, ma nel buio primordiale e prenatale del cinema. «Ma non sono contro le scoperte: il digitale, che ho usato, è un sogno rispetto alla pellicola che si rompe, si scolora». Da 33 anni David siede e medita: «Sembra una perdita di tempo, ma lo facevano gli antichi. E’ come arrivare al regno dei cieli attraverso un ascensore in caduta libera, poi la vita pulsa in modo diverso». E’ per questo che può dirsi tranquillo: «Credo si profili un buon periodo nel mondo e che i film possano avere un piccolo ruolo». Il cinema salva la vita? «No, ma è il modo migliore per scoprire un altro mondo».

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IL LIDO
DI KEZICH

Un tipico esempio di follia «arty»

Ricordo che a una Mostra di molti anni fa il compianto Pietro Germi, imbarazzato nel ricevere un riconoscimento per un film poco riuscito, si fece cadere il premio dalle mani. Strano che non sia successo lo stesso a David Lynch, recipiente del Leone d’oro in concomitanza con la proiezione di Inland Empire: noiosissimo, insopportabile, incomprensibile. Hanno fatto male a darglielo, il Leone, per lo meno in questa circostanza. Sappiamo tutti che Lynch è un creatore bizzarro e stimolante, ma chi lo tiene più da quando ha imboccato i perigliosi sentieri del cinema «arty»? Così gli americani chiamano il genere intello-pretenzioso, di cui Inland Empire è un esempio tipico. In 168 interminabili minuti, il film delinea il confuso dramma di un’attrice, Laura Dern, coinvolta nelle riprese del «remake» di una pellicola a suo tempo interrotta per un susseguirsi di eventi fatali. La vicenda fittizia si rispecchia pirandellianamente nella realtà e viceversa; e riemergono, parlate in polacco, alcune sequenze del film maledetto. Dal buio dello schermo, sull’insistita minaccia della colonna sonora, spuntano a turno altri personaggi in cerca d’autore fra cui Jeremy Irons (che impersonando brevemente il regista è soltanto un nome per il manifesto), Harry Dean Stanton (perso per strada) e Justin Theroux. Il pubblico, che aveva dato l’assalto al PalaLido, dopo un po’ ha cominciato a squagliarsela e alla fine l’applauso non è stato all’altezza della circostanza.
Tutto era cominciato alle 8.30 con un titolo d’altro genere, anch’esso fuori concorso, Il diavolo veste Prada, dal romanzo di Lauren Weisberger, regìa di David Frankel. Meryl Streep dittatore della moda newyorkese, arrogante e comandona, cerca l’ennesima assistente da tiranneggiare ma si trova davanti Anne Hathaway, tanto insensibile al mito della padrona quanto svelta e operativa. Il rapporto fra le due è quello tra Mefistofele e Faust, dove Anne imparando la lezione si trasforma in stile My Fair Lady e si qualifica quasi come una futura competitrice alla Eva contro Eva. Pur prevedibile e guastata da un finale moralistico, la commedia fornisce puntuali occasioni alla Hathaway, a Stanley Tucci impeccabile stilista omosex e soprattutto alla Streep. Nel gergo teatrale questa è una «parte fatta», sogno di ogni attrice, ma bisogna vedere cosa riesce a cavarne la grande Meryl. Peccato che dopo tutto questo sfarfallio di battibecchi e rincorse, tra vestiti che ballano, in mano rimane poco. Per riassumere in uno slogan il senso delle cinque ore spese in proiezione per i Lynch e Prada, dovrei dire (parafrasando lo slogan «Né con lo Stato né con le Brigate rosse»): né con l’«arty» né col marketing.
(Tullio Kezich)

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