Dalla rassegna stampa Cinema

Venezia 2006 - Tre storie e una doppia vita per la «falsa commedia» di Alain Resnais

Coeurs In concorso «Piccole paure condivise» del patriarca della nouvelle vague. Nella sezione Orizzonti «Roma, piuttosto che voi», dell’algerino Tariq Teglia

Venezia
Parigi, oggi, tra la neve. La snob Nicole (Laura Morante) cerca una casa più grande casa ma perde nel frattempo il fidanzato Dan (Lambert Wilson) che, radiato dall’esercito beve troppo, vuole una nuova fidanzata e quasi la trova, con l’aiuto del suo barman di fiducia, Lionel (Pierre Arditi), e degli annunci sui giornali: è Gaelle (Isabelle Carré), bionda e puritana sorella di Thierry (André Dussollier) che, nell’agenzia immobiliare ha una strana collega bigotta ma tentatrice, Charlotte (Sabine Azema), badante, come secondo lavoro, dell’insopportabile padre malato di Lionel. Ma Charlotte ha una seconda vita «sadomaso» e, come Betty Page, fa proprio ciò che dio le ordina: dare sofferenze o piaceri estremi ad alcuni uomini mediocri e infreddoliti che incrociano la sua vita….
La soggettività desiderante e i suoi innesti nel corpo sociale non sono facili da fissare sulla pellicola. Ma è proprio il reale in rivolta, la specialità del cinema moderno e dell’estrema sinistra degli anni 60 che seppero guardare meglio le ossessioni, pulsioni segrete rimosse ma fuori schema, per comprendere criticamente e radicalizzare i sogni dei nuovi cittadini trasformati in consumatori (non sempre indocili, se no avrebbe ragione Abruzzese a glorificare Costanzo).
Sestetto di esecutori impeccabili, dunque, per una «falsa commedia» vitale in tre parti che si incastrano tra loro e che si deforma e assume sembianze misteriose, quasi demoniache… È Private Fears in Public Place, da una pièce incalzante dello scrittore Alan Ayckburn, già autore di Smoking/No smoking, che uscirà in Francia come Cuori, mentre in Itali manterrà il titolo originale di Piccole paure condivise. Alain Resnais, patriarca della nuovelle vague, ma della riva opposta della Senna rispetto a quella di Truffaut e Godard, è «tecnicamente il più bravo di noi tutti», come afferma, con competenza e autolesionismo, Gianni Amelio in un’intervista che affianca la sceneggiatura del suo film in gara a Venezia La stella che non c’è, pubblicata da Marsilio. E ha diretto quello che per giudizio ecumenico del Lido è il suo migliore film negli ultimi anni. E che, nella classifica provvisoria di Ciak, è finora il più amato dai critici delle principali testate italiane accreditate alla Mostra (per i rappresentanti del pubblico, scelti dal mensile diretto da Piera De Tassis, è invece The Queen di Stephen Frears il provvisorio Leone d’oro). Certo che ormai sembra tecnica congelata in accademia, ma almeno Resnais non ha perduto il senso dell’umorismo.
Proprio come un giovane regista algerino, Tariq Teglia che porta un basco da Black Panther, cita Eldridge Cleaver («gli americani sono un popolo di schiavi emigranti che non sa ancora bene cosa cercare») e in Roma, piuttosto che voi, sezione Orizzonti, sperimenta un’originale partitura visuale e sonora free jazz (Ornette Coleman e Archie Shepp nel soundtrack con Cheb Azzedine, El Hachemi L’Kerfaoui e Tchamba) per raccontarci due o tre cose diverse sulla Algeri di oggi, attraverso gli occhi di una ragazza, Zena, che lavora in ospedale, e del suo ragazzo, Kamel, disoccupato, che se la vuole portare via da un paese impazzito di religione (100 mila assassinati). Ma non è semplice, ci vuole un passaporto, un permesso di soggiorno falso, bisogna frequentare i peggiori postacci della città, rischiare la galera e affrontare commissari di polizia che provocano: «Per quale squadra tifi?» E Kamel non dice «Jsk» (Gioventù sportiva di Kabilia), come dovrebbe urlare con orgoglio. Ma «Milan». Finirà impallinato, mentre la sua ragazza come commiato gli sussurrerà, giustamente, «cretino».

R. S.

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