Dalla rassegna stampa Cinema

Venezia 2006 - 2027, crescita e tolleranza zero

In concorso «Children of men», regia di Alfonso Cuarón, «Fallen» di Barbara Albert

Venezia
Il burlesque catastrofico, Cuarón. Lo sfogo generazionale, Barbara Albert. L’estetica della sorpresa e l’etica dell’immaginazione, Resnais. Tre «ipotesi cinema» differenti, ma un identico cocktail di tonalità divergenti (si ride ai funerali; le immagini del disastro a venire sembrano materiali di repertorio ritoccati in digitale; la commedia entra in fibrillazione tragica), si scontrano a Venezia. Dove, data la composizione della giuria (Placido, Bigas Luna, Branco, Crowe, Khamatova e Park Chan-wook della «Trilogia della vendetta») e la presidenza (Deneuve), e un’eccellente confusione sotto il cielo della gerarchia dei valori, tutto potrà accadere.
Iniziamo da Alfonso Cuarón. Theo (Clive Owen), disilluso burocrate integrato della City, ex rivoluzionario, è coinvolto a forza nell’operazione «sopravvivenza della terra» da uno del gruppo armato «i Pesci», che combatte invano nell’Inghilterra prossima ventura contro un Impero no future condannato allo psicotico e pavloviano sfruttamento mille e tolleranza zero. Il fatto è che il mondo muore perché, come se tutti i suoi abitanti si fossero trasformati in papi, preti e suore cattoliche sessualmente conseguenti, da quasi due decenni non nasce più un bimbo… Tra epidemie di aborti virali, assassini troppo mediatizzati, esecuzioni arresti e ingabbiamenti dell’assurdo di aliens, automobili con problemi di batterie scariche, zingare generose, bombe disperate e combattimenti che fanno sembrare «umanistici e ragionevoli», quelli d Sarajevo e Mostar, una vecchia fiamma (Julienne Moore) di Theo, le affida una ragazza nera incredibilmente, miracolosamente, incinta… E con l’aiuto di un improbabile frikkettone (Michael Caine che ormai si fa di una sostanza che provoca una rilassante «tosse alla fragola»), la coppia si avvia in mare verso un futuro di speranza per l’umanità.
La metafora politica è sull’oggi, in un mondo dark che precipita verso la catastrofe atomica, forse un barlume di speranza si può aprire grazie agli «integrati», che se forzati sono più abili degli apocalittici (Bush jr.) o degli irriducibili della «lotta dura e pura».
Questo, se si spreme all’osso, è il poco fantascientifico e troppo verista succo, color marrone e grigio sporco, di Children of men, diretto da Cuarón, il messicano strano che affascina Hollywood di Y tu mamá también e Harry Potter 3, qui impegnato in una trascrizione angloamericana, per set (Londra e dintorni) e star, di un best seller di P. D. James. Il difetto? Rispecchiare l’oggi: i cortei verdi shocking dei fondamentalisti islamici. Le gabbie dove i soldati britannici stipano gli extracomunitari che osano mettere a repentaglio l’oscena obesità del mondo nord. La psicotica reazione dei dannati della terra in rivolta, qui soprannominati, alla Lin Piao, «i Pesci», che preferiscono però, in nome della Causa, avvelenare del tutto l’acqua in cui si muovono disinvolti, per morire con lo schiacciante nemico, piuttosto che cercare di cambiare il gioco nell’aldiqua, quando l’occasione biologicamente corretta si presenta e sarebbe necessario un pizzico in più di scienza della trattattiva… Ed è quel che proprio non si deve fare maneggiando una storia e uno spazio (alla Stalker, con i lunghi piani sequenza, parto «live», digitalmente perfetto, compreso) di fantascienza, per quanto l’epoca non è troppo remota (il 2027) e il problema di fondo, che rovescerebbe davvero tutte le questioni politiche in campo oggi (si pensi a Cina o Israele, «stato degli ebrei» a bassa natalità ma, attenzione, non «stato ebraico»), è la crescita zero demografica.
Il pregio? Mostrarci la differenza di sensibilità tra apologo catastrofico ’68 (Ferreri o Mc Bride) e speranza lisergica che emanava, e cupa sindrome da killer seriale dell’Occidente moderno, così inebriato dalla «patologia Pol Pot» di purificazione del Male, dell’Ingiusto e del Sacrilego (e senza attenuanti rispetto al dramma subito dai Khmer rossi). E una scena, citata al 100%, da un radiodramma di Grifi anni 80, nel quale si spiegava l’ovvietà capitalistica delle mucche seviziate o massacrate se le loro mammelle non sono compatibili con le macchine che ne estraggono il latte, a ricordarci che per il neoliberismo il metodo Hitler non si abbatte, si migliora.
Barbara Albert, documentarista della sinistra radicale non integrata, in Fallen (Cadere), parte da un lungo funerale dell’adorato professore, e da una contigua festa di matrimonio, notturna e a alto tasso alcolico, per psicoanalizzare una generazione di ragazze in rivolta, un po’ alla Grande freddo in prima persona plurale femminile. Vite variamente disperate di 5 trentenni austriache, agiate, o in libertà condizionata, che 15 anni dopo un liceo vissuto da ribelli, esibiscono le ferite subite nel lavoro e nel non lavoro, negli amori e nei non amori, nella famiglia e nei sentimenti. In un mondo dove forse non è più possibile scovare nuove utopie alla vecchia maniera.

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