Dalla rassegna stampa Cinema

VENEZIA 2006 - Talento visionario in quell'inferno

…Pleonastico invece ficcare in concorso (e per i giornalisti all’ora di pranzo!) Fallen dell’austriaca Barbara Albert. La caduta alla quale allude il titolo è quella di cinque compagne di scuola che si ritrovano…

IL LIDO DI KEZICH

Neppure l’onorevole Calderoli se la sentirebbe di approvare i metodi da soluzione finale che il governo britannico applica verso gli immigrati illegali nel film I figli degli uomini: li mettono in gabbia, li deportano come animali da macello o li ammazzano addirittura. È a questo prezzo che l’Inghilterra tiene duro in un mondo sconvolto da guerre e rivoluzioni: vero che siamo nell’anno 2027, ma gli orrori sullo schermo non sono poi tanto diversi dalle immagini degli odierni telegiornali. Il regista messicano Alfredo Cuarón, che nel suo virtuosismo è riuscito a firmare anche un episodio di
Harry Potter, ha inteso suggerire proprio questo: il contesto sarà di fantasia, però stiamo attenti perché ci stiamo quasi dentro. Nel quadro rientra tuttavia una componente fantascientifica: in questa aggiornata versione di Brave New World non nascono bambini da ben 19 anni.
La trovata discende direttamente dal romanzo omonimo, edito da Mondadori, della più celebre giallista vivente: P(hyllis) D(orothy) James, che lo scrisse a 72 anni nel ’92. Morto il loro figlioletto Dylan, Theo (Colin Owen) e Julian (Julianne Moore) sessantottini rampanti hanno preso strade diverse: lui ha rinunciato agli ideali, lei è il capo della resistenza. Fatto rapire da Julian, Theo è indotto con un compenso in denaro a contrabbandare la giovane Kee verso la nave «Tomorrow» destinata a condurla nel rifugio segreto dello Human Project. Sorpresa massima fra le molte del film: Kee deve mettere in salvo il figlio che porta in grembo, il primo dopo tanta sterilità, che si chiamerà Dylan.
Da applauso uno splendido cammeo di Michael Caine, stoico ed eroico nell’incarnazione di un vecchio hippy.
Vivido, suggestivo e permeato di angoscia, il film è una bella conferma del talento visionario di Cuarón.
Pleonastico invece ficcare in concorso (e per i giornalisti all’ora di pranzo!) Fallen dell’austriaca Barbara Albert. La caduta alla quale allude il titolo è quella di cinque compagne di scuola che si ritrovano malinconiche trentenni al funerale di un professore amatissimo.
Sono un’attrice, un’impiegata, un’insegnante, una disoccupata e una detenuta in libera uscita con figlia malmostosa al seguito. L’incontro occasiona bilanci, recriminazioni, confessioni, ricordi di amorazzi, balli scomposti, spogliarelli, ubriacature, un tocco di lesbismo, tanta falsa allegria e tristezza vera. Va detto che dopo Il grande freddo non si sentiva il bisogno di una variazione sul tema; e che sputare sulla tomba di un defunto, il suggello conclusivo di Fallen, è un gesto vecchio come il cucco, il cui copyright risale a Boris Vian guru del dopoguerra parigino.
(Tullio Kezich)

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