Dalla rassegna stampa Cinema

VENEZIA 2006 - Donne, il festival vi ignora ma voi ci siete?

QUOTE ROSA? Quest’anno solo due film di donne, al Lido mai un Leone d’oro alla carriera a una regista, e oggi le autrici mancano: colpa dei modelli imposti, dicono Marina Spada, Giovanna Gagliardo, la produttrice Botti …Quel punto di vista così personale, in effetti, che ritroviamo in Come …

Quote rosa anche per il cinema? Forse bisognerebbe cominciare a pensarci. Almeno stando alle presenze femminili di questa Mostra, cioè due. Soltanto due registe, infatti, sono nella selezione ufficiale, «contro» la cinquantina di autori che concorrono con altrettanti film: l’austriaca Barbara Albert, in corsa per il Leone d’oro con Fallen («Cadere») e Giovanna Gagliardo in Orizzonti con Bellissime. Si arriva a tre grazie alle Giornate degli autori dove Marina Spada, regista autarchica milanese, ha portato Come l’ombra. Segnaliamo anche la presenza in concorso di Danièle Huillet (Quei loro incontri), ma comunque sempre in coppia col suo compagno di vita e cinema, Jean-Marie Straub. Per non parlare dei Leoni d’oro alla carriera: in 63 anni soltanto otto sono finiti tra le mani di grandi attrici e mai una regista. Insomma, se un festival internazionale come Venezia dovrebbe essere rappresentativo della produzione mondiale allora c’è davvero da riflettere.
Dove sono finite le autrici? «Me lo sono chiesta anch’io», confessa Marina Spada. «E sono rimasta di sale a ritrovarmi l’unica regista delle Giornate degli autori». Insegnante da 13 anni alla Scuola di cinema di Milano, Marina Spada racconta allarmata: «Ancora qualche anno fa le mie classi erano per la maggioranza composte da ragazze. Ora ho solo una studentessa in una classe di ragazzi. E non è un problema di selezioni, già agli esami di ammissione le ragazze sono pochissime. È davvero un fenomeno allarmante: se le donne non fanno più il cinema significa perdere il punto di vista, la diversità e quindi il confronto». Quel punto di vista così personale, in effetti, che ritroviamo in Come l’ombra, uno sguardo assolutamente femminile su due «solitudini» al femminile che si intrecciano in una insolita Milano deserta, fotografata da Gabriele Basilico e che ha già fatto parlare la critica di echi alla Antonioni.
Non sarebbe stato lo stesso neanche Fallen se dietro alla cinepresa non ci fosse stata una regista come la trentenne Barbara Albert. Qui sono addirittura cinque le protagoniste, cinque compagne di scuola che si ritrovano al funerale di un loro amico, per mettere a confronto le loro esistenze e scoprire tutto quello che avrebbero voluto e non è stato, comprese le speranze del loro impegno politico. Lo stesso che poi, anche se in anni diversi, ritroviamo in Bellissime di Giovanna Gagliardo, parte seconda di quel viaggio nel mondo delle donne, già presentato alla scorsa edizione della Mostra. Questo nuovo capitolo ci porta dal ’60 ad oggi, attraversando dunque le grandi battaglie del femminismo, l’aborto,il divorzio, via via fino agli anni di piombo, lo yuppismo degli Ottanta, tangentopoli e il nuovo orizzonte offerto dall’imigrazione, dalle donne velate dell’Islam a confronto con l’Occidente. Un lungo cammino verso la parità che, dice sorridendo la regista, «si potrà raggiungere davvero soltanto quando le donne si potranno permettere di essere mediocri come tanti uomini che hanno posti di potere». Quanto al cinema assicura: «Credo che per una donna sia ancora molto difficile conciliare tutti gli impegni della famiglia con un mestiere così difficile come quello della regista. Non si hanno mai tempi certi, bisogna avere una disponibilità totale e non si ha mai una garanzia costante di guadagno. Si lavora in modo troppo saltuario». «Come ormai in tutti i lavori», ribatte a distanza Marina Spada, esperta in «salti mortali produttivi»: il suo primo film, Forza cani, diventò un caso perché è stato il primo esperimento di autoproduzione con raccolta di fondi attraverso la rete. «Purtroppo – aggiunge Marina Spada – credo che l’assenza di donne registe sia da ricercare nella regressione culturale che stiamo subendo. È cominciata negli anni 80 con l’avvento massiccio delle tv. Ecco allora solo tacchi a spillo e paillettes e le donne tutte trasformate in vallette. Dunque o sei una femminuccia o devi avere “le palle”, sposare cioè i modelli maschili di potere. Al massimo, con tutto il rispetto per le attrici, puoi pensare di recitare. Però mi chiedo, perché la Mostra in tanti anni non ha dato un Leone alla carriera alla Cavani, per esempio, che è un punto di riferimento internazionale per tanti registi, anche uomini?».
Eppure anche in Italia di registe affermate ce ne sono tante. Lo ribadisce Donatella Botti, produttrice, per esempio, di tutti i film di Francesca Comencini e del nuovo di Wilma Labate: «La difficoltà – spiega – non è dei produttori ma è probabilmente causato dall’appiattimento culturale che negli ultimi 5 anni si è verificato anche al cinema. Capisco allora che una ragazza preferisca fare la valletta in tv. Per fortuna, però, di brave autrici ce ne sono ancora molte. Penso a Francesca e Cristina Comencini, Francesca Archibugi, Antonietta De Lillo per citare solo le più affermate. Speriamo che anche le più giovani abbiano modo di emergere».

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