Dalla rassegna stampa Cinema

Resnais: "Io, regista per caso provo a raccontare la solitudine"

Incontro con l´ottantaquattrenne maestro del cinema francese che presenta al Lido il suo “Coeurs”

IL PERSONAGGIO

destino La vita è solo in parte dominata dal libero arbitrio il destino dipende dal caso, persone che si incontrano o che non si incontrano mai

VENEZIA – Lavorare con Alain Resnais è un sogno realizzato per Laura Morante. «Sul set con Alain c´era come una magia, una grazia che contagiava tutti», dice l´attrice. E c´è grazia nell´eleganza con cui porta i suoi 84 anni, nel modo garbato di rispondere e di ironizzare su se stesso, come nel ricordo della sua prima Mostra con L´anno scorso a Marienbad, nel ´61, quando «dopo 40 minuti il pubblico mugugnava indignato, vedevo gli organizzatori disperati, volevo interrompere, già pensavo di cambiare mestiere, ma qualcuno si è messo ad applaudire con forza, altri lo hanno seguito e per il resto del film c´era un grande silenzio. Poi ho vinto il Leone d´oro».
Il maestro Resnais è al Lido con il film tratto dalla commedia di Alan Ayckburn Private fears in public places, Coeurs che in Italia sarà Cuori, uscirà a gennaio con la Bim. «Del resto non sono piccole le paure dei personaggi, hanno tutti il cuore malmesso, spezzato, umiliato, senza speranza. Come tutti noi, sono personaggi ricchi di contraddizioni, fluttuano in un vuoto, con la voglia di fare qualcosa di diverso o di meglio di quello che fanno, ma la nostalgia di come avrebbero voluto essere li spinge all´inerzia, a non fare niente, ciascuno resta nella sua solitudine. Ho sempre pensato che la nostra vita sia solo in parte dominata dal libero arbitrio, il destino dipende da una persona che si incontra o che non si incontra mai, dal caso».
Anche la sua scelta del cinema?
«Io frequentavo un corso di teatro solo per controllare la timidezza che mi bloccava. Non ho mai pensato di fare l´attore, tanto meno il regista, ho scelto di studiare il montaggio. Solo per caso qualcuno mi chiese di fare un cortometraggio, poi un altro, poi un lungometraggio. Questo inizio spiega molto del mio cinema e dei personaggi».
Nel film sembrano pesci in un acquario, che lei osserva non con la freddezza dell´entomologo ma con umana, partecipe simpatia.
«Il paragone è nato sul set, lo facevano i tecnici, mi è piaciuto, ma non ci avevo pensato. Sono personaggi sospesi, di cui cerco di immaginare il futuro, ma non ne sono certo. Mi sento un avvocato che difende qualcuno senza aver letto i dossier».
E una solitudine tipica del nostro tempo?
«La solitudine è di sempre, da quando l´uomo ha imparato a scrivere e con la scrittura è nata la memoria, il confronto con un passato forse migliore, la nostalgia, la voglia di chiudersi in silenzio. Alla fine dei quattro giorni – è l´arco di tempo del film, lo stesso della commedia – provano ad uscire dalla solitudine, magari cambiando casa, partendo per un viaggio, aprendosi a un nuovo amore».
Ci sono “altrove” dove secondo lei la felicità è più possibile?
«Ci sono luoghi ricchi e altri dove non c´è da mangiare, ma la solitudine e l´infelicità sono democratiche, sono ovunque».
Dopo tanti anni lei prova ancora entusiasmo per il cinema?
«Vedo tre film a settimana, alcuni in video. A casa, se si fa buio nella stanza, si chiudono i telefoni e ci sono un po´ di amici con cui dividere un film, si possono provare emozioni anche più forti che in sala. Mi piacciono tanti autori, vedo tutto Woody Allen, in Match point c´è la stessa idea di Cuori, la vita dipende dal caso non dalla volontà. Ma a me piace tutto il cinema, dal musical al film politico, mi piace vederlo e farlo, con lo stesso entusiasmo di sempre, non mi interessano le trame, mi piace costruire un intrigo o smontarlo. Sono sempre più grato a chi mi fa lavorare, alla mia età la polizza di assicurazione costa moltissimo».

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