Dalla rassegna stampa Cinema

Resnais, commedia sulle nevrosi di coppia Laura Morante: entro nella sua famiglia

Bianco di capello, timido e gentile l’84enne Alain Resnais, fra gli ultimi grandi del cinema, ieri alla Mostra ha dato una zampata da Leone: un’ovazione in sala stampa, un’altra al Palazzo per il suo magnifico …

VENEZIA — Bianco di capello, timido e gentile l’84enne Alain Resnais, fra gli ultimi grandi del cinema, ieri alla Mostra ha dato una zampata da Leone: un’ovazione in sala stampa, un’altra al Palazzo per il suo magnifico
Cuori, il nuovo titolo, scelto tra 104, avendo scartato il vecchio Piccole paure condivise. In 4 giorni nevosi di febbraio, storia di solitudine di tre coppie male assortite — e del vecchio Claude Rich di cui solo si odono le urla e si vedono i piedi — che si palleggiano ricatti & rimorsi e innaffiano con whisky e complessi di colpa. L’ha scritta il suo commediografo di fiducia, l’inglese Alan Ayckbourn, di cui sa a memoria i 44 testi e ha già filmato Smoking – No smoking.
Fratelli e sorelle, mogli e mariti, colleghi e amanti s’agitano cercando qualcos’altro: una ha crisi mistiche, fa volontariato, non disdegna lo strip casalingo; un’altra mette inserzioni per trovare un ragazzo ad hoc. «Difficile accettare che la felicità sia creazione della fantasia» dice l’autore che in questi ultimi 45 anni ci ha spiegato il melò, ci ha convinti che la vita è un romanzo, senza concedere un lieto fine. «Troppo difficile. L’uomo cambia tensione, pareri, emozioni nella stessa giornata, siamo tessuti di opposti, tutti vogliamo fare di meglio, ma il cuore parla, batte e si muove in continuazione».
Le donne nel film sono vive, vitali, attive: «Sono assai cambiate in questi anni», commenta il regista. «Io sono la più contraddittoria — aggiunge e Sabine Azema — trovo un tunnel che mi salva, la religione». Laura Morante, arrivata di corsa da Chicago dove recita con Avati, nel racconto ad incastro, una geometria perfetta di emozioni, alza la voce e litiga col compagno Lambert Wilson e lo lascia.
«Lavorare con Resnais è un sogno, un regista affettuoso che dà del voi, ma infonde intorno un senso di grazia contagiosa, anche se io ero l’unica new entry nella sua “famiglia” di attori con Arditi, la Carrè e Dussolier. Come l’ha convinta? Mi ha detto: è una storia in cui nevica sempre. Mi è piaciuto tanto questo impatto emozionale e non razionale che ho detto sì sulla neve, perché è lei, ovattata e isolante che dà l’atmosfera e il senso a questo incrocio di storie».
In questo film brillantemente disperato e disperatamente brillante, in cui non c’è una sola immagine di troppo, appaiono e scompaiono strane traiettorie sentimentali, ciascuno sbaglia in proprio. «La solitudine è democratica e internazionale — dice Resnais che se ne intende — perciò ho detto ad Ayckbourn che la sua commedia da londinese poteva diventare parigina». L’autore di capolavori come Hiroshima mon amour, Mon oncle d’Amerique e Providence, non ha smesso di aver paura del pubblico: «Lavoro e mi emoziono sempre con lo stesso entusiasmo, anche oggi qui a Venezia». Sarà che nel 1961 alla Mostra ebbe uno shock: «Dopo la proiezione di L’anno scorso a Marienbad,
avevo deciso di cambiar mestiere. La gente rideva, pestava i piedi, con violenza rifiutava il film. Volevo bloccare tutto e andarmene. Poi all’improvviso uno applaudì e ci fu gran silenzio: alla fine vinsi il Leone d’oro». E tutti a giocare coi fiammiferi come faceva Albertazzi nel film.
Così è il cinema, così è la vita. «Sono d’accordo con Match point di Woody Allen, il nostro destino dipende da persone magari sconosciute, siamo come pesci rossi in un acquario. Io stesso non pensavo di fare il regista, mi occupavo di montaggio solo per incontrare gli attori, ero timidissimo: poi ci ho provato e ora ringrazio i produttori che mi fanno ancora lavorare pagando un’assicurazione altissima per colpa dell’età. Dopo i 55 anni il cinema diventa costoso». Nella sua commedia ci sono sei personaggi in cerca d’amore, ma con grandi paure: «Tutti inseguiamo il sogno della felicità, anche lo scrivere porta al passato, alla memoria, e la memoria alla solitudine». Il cinema l’ha aiutata ad essere felice? «Sono felice quando cambio stile, mi innamoro delle strutture narrative e delle convenzioni, scopro emozioni impreviste. Più che raccontare una storia mi piace smontarla e rimontarla su diversi piani di spazio e tempo. Da formalista caparbio mi piace il cinema muto di Mack Sennet e Hal Roach, adoro la mancanza di linearità». Come decide di girare una scena? «Quando un’immagine mi resta in mente più di 48 ore, allora giro senza scrupoli». Resnais va ancora al cinema almeno tre volte la settimana e vede di tutto, consuma ogni genere, ama Wong Kar-wai. Ma, a parte il rito della sala, apprezza anche quello dell’home video. Ci insegna come: «Se avete l’accortezza di preparare un’oscurità totale, di staccare il telefono, di regolare la luminosità della tv e invitare amici entusiasti come voi si arriva perfino ad una miglior concentrazione ed emozione».

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