Dalla rassegna stampa Cinema

«Venezia meglio di Cannes»

È cominciata dopo le vivaci polemiche con Roma la 63ª Mostra del cinema
Ellroy: in «Black Dahlia» tutti mentono come nella realtà malata in cui viviamo

Catherine Deneuve: è questo il più all’avanguardia dei festival europei Gala d’apertura senza il cast del film inaugurale (arrivato in ritardo)

DAL NOSTRO INVIATO
VENEZIA — Si sa, le cerimonie d’apertura dei festival raramente risultano memorabili. Spesso funestate da noia, banalità, gaffes… In questi anni al Lido se ne sono viste di ogni tipo. Ma quella senza i divi del film d’apertura, ancora ci mancava. È successo ieri sera.
Il gala inaugurale della 63ª Mostra, trasmesso in diretta su Raisat Cinema World, si è chiuso senza che le star di
The Black Dahlia comparissero. Le poltrone riservate a loro nella Sala Grande del Palazzo del Cinema sono rimaste sconsolatamente vuote per tutto il tempo, circa un’ora, in cui Isabella Ferrari, Davide Croff, Marco Müller, i giurati con Catherine Deneuve in testa, si sono avvicendati sul palco, nella soirée che prevedeva subito dopo la proiezione del noir di Brian De Palma tratto dal romanzo di James Ellroy. Attesissimi dalla platea del festival e dalla folla accorsa intorno, smaniosa di vedere da vicino soprattutto l’angelica Scarlett Johansson, la torbida Mia Kirshner, i due sex symbol Josh Hartnett e Aaron Eckhart.
Alla fine sono arrivati tutti, ma quando ormai la cerimonia era finita da un pezzo. Accolti festosamente sulla passerella, con un po’ meno d’entusiasmo in sala. Un ritardo sconveniente, che ha creato imbarazzi nell’organizzazione. Per rispetto al pubblico e alla diretta tv, Croff e Müller hanno deciso di tener comunque fede alla scaletta. Anche senza gli ospiti d’onore. Che, a quanto si dice, sarebbero arrivati tardi per colpa dei lenti trasbordi lagunari dall’albergo veneziano, dove il cast ha preso alloggio, al Lido. Altre voci invece, additano come «colpevole» proprio Scarlett, impegnata a fare capricci a oltranza con un povero parrucchiere. Che non si capisce cosa possa averle combinato, visto che si è presentata con la solita acconciatura, capelli sciolti, solo una farfallina di strass a reggerle un’onda. Un vezzo da ragazzina in sintonia con il vestito, stile prima comunione: lungo, bianco, casto. In netto contrasto con quello scollatissimo e di un viola temerario per il superstizioso mondo dello spettacolo, indossato dalla bruna Mia Kishner, qui fortunatamente arrivata tutta intera e non segata in due come le capita nel crudele film di De Palma. Per il resto, la serata è trascorsa nel placido tran tran dei gala, con la madrina Isabella Ferrari che ha esordito con un grazie personale al cinema («Ho girato il primo film a 17 anni, ormai faccio l’attrice da un quarto di secolo. Il cinema mi ha salvato la vita»). Con il presidente Croff in smoking bianco e il direttore Müller in smoking nero a parlare di vecchie glorie e nuove progettualità. Con il ministro Rutelli in platea a stringere tante mani, istituzionali e non. Da quelle di Giancarlo Leone a quelle di Goffredo Bettini, Gil Rossellini, Beatrice Borromeo, Franco Grillini, Philippe Starck.
Disinvolta e sorprendente Catherine Deneuve. Damascata in giallo e oro, l’icona del cinema francese ha definito la Mostra veneziana «il più alto dei festival europei, il più all’avanguardia». Con buona pace di Cannes e del suo direttore Thierry Fremaux, ieri sera anche lui al gala. Quanto ai tratti distintivi del suo Leone d’oro ideale, mademoiselle ha precisato che andrà in cerca di «originalità, forza e bravura di attori». Innamorato degli interpreti italiani «per la loro umanità» si è detto Bigas Luna, regista spagnolo che ama Francesca Neri e ValeriaMarini.
Michele Placido, invece, richiesto se sosterrà i nostri film in giuria, ha risposto prudente: «Certo, se sono belli». Feroce e schietto come sempre Mario Monicelli: annoiato dalla solita retorica del «grandi maestri», lui che di certo lo è, ha così sentenziato: «Ormai i maestri sono tutti cattivi, è meglio non ascoltarli».
Una boccata di verità subito annegata nello champagne della festa. Con mille invitati a brindare sotto il maxi tendone plastificato issato in spiaggia, décor anni ’40 stile Black Dahlia. Fuori, davanti al mare, una gigantesca, minacciosa, guépiere di ferro. Citazione di una femminilità felliniana, promozione di una nuova linea di corsetti, opera d’arte… Le scommesse sono aperte.

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Ellroy: in «Black Dahlia» tutti mentono come nella realtà malata in cui viviamo
Gangster, poliziotti e tre bellissime donne dietro un delitto che resta irrisolto

Giovanna Grassi

VENEZIA — «Tranne la vittima, Elizabeth Short, nel mio libro e nel film mentono tutti. E non mentono in tanti forse anche oggi? Nel 1947 quattrocento persone si autoaccusarono del clamoroso omicidio di Dahlia; un mitomane, John Mark Karr, ha appena cercato di farsi passare per l’assassino della baby- modella Joan Benet Ramsey. La verità è che la letteratura era e resta una forma di catarsi, oggi invece il potere dei media garantisce a ognuno la notorietà portando ricchezza, diritti di una vita svenduta, contatti con Hollywood». Con un parallelo di grande suggestione, James Ellroy parla a Venezia del suo
The Black Dahlia che inaugura la Mostra del cinema mentre mentre Brian De Palma sta già lavorando alla sceneggiatura del seguito de
Gli intoccabili.
«L’ossessione-attrazione per un crimine orribile come quello di Dahlia — continua —, un caso estremo del passato, oggi è cronaca e vita quotidiana per tanti e la cosa mi fa molto, molto pensare. Specie se trova un’eco immensa persino nel caso di una estrema sopraffazione su una bambina, il che esclude per me qualsiasi interesse per la vicenda. Resta però il fatto che chi si autoaccusa si sente colpevole e oggi aumenta sempre più il numero delle persone che preferiscono il palcoscenico del crimine, anche se presunto, alla solitudine più paurosa, alle loro turbe più segrete».
Ellroy non chiede se il film sia piaciuto alla stampa, dice che a lui è piaciuto moltissimo: «Perché anche se la Los Angeles del 1947 non corrisponde alla verità della metropoli- terra di nessuno che io considero la mia casa, ma piuttosto a quella dell’immaginazione ossessione di Brian De Palma per il cinema noir, la pellicola rilancia tutti i miei temi, le mie inquietudini. Mi pare davvero che possa far nascere discussioni sul senso di colpa malato del nostro tempo».
E De Palma si dice d’accordo: «Sì, per me il cinema noir è un modo di guardare il mondo. Sin da quando vidi e scelsi come massimo modello del genere Double Indemnity- La fiamma del peccato dal libro di James M. Cain , del quale prediligo anche Il postino suona sempre due volte, il noir è diventato una delle mie cifre espressive».
Ellroy, invece, dichiara che per lui il maestro della struttura del racconto noir resta Raymond Chandler. E aggiunge: «Ho scritto la storia di Dahlia perché ossessione e redenzione sono le matrici di tanta mia materia letteraria e portano le stimmate del dolore, trasformato in un transfert letterario, dell’omicidio senza colpevole di mia madre. Vent’anni dopo quel libro, questo film chiude una lunga catarsi».
Con il regista e lo scrittore ci sono Josh Hartnett e Aaron Eckhart, i due poliziotti che indagano sul cadavere fatto a pezzi di una attricetta ventunenne (la giovane attrice Mia Kirshner), bruciata da giochi sessuali, filmini porno e ricatti quando in realtà sognava soltanto un piccolo successo a Hollywood. Quel ruolo doveva essere assegnato a Hilary Swank, ma poi De Palma ha preferito mescolare le carte e rendere Hilary — ieri assente — la donna più oscura del racconto.
Scarlett Johansson, la ragazza che i due uomini amano e che stringe gli anelli di una storia di crimini, connivenze pericolose tra gangster e forze dell’ordine, sempre più richesta e da ultimo anche protagonista di un video per Bob Dylan, afferma che lei nel film non è né una
femme fatale né una vincente: «Sono una sopravvissuta, usata dai gangster, che cerca nel quasi fraterno rapporto con il poliziotto che la protegge la giovinezza che ha perduto. Ciò che l’attrae e la unisce al poliziotto amico di Aaron è invece polpa viva, passione pericolosa. Ho sentito molto questo film complesso, cupo, che ricostruisce una Hollywood di misteri della quale subisco il fascino, anche se oggi quel mondo non esiste più o sopravvive soltanto in luoghi che sono diventati itinerari turistici pur sprigionando seduzioni pericolose».
« Black Dahlia non è un’opera facile — dice Josh Hartnett, il poliziotto che è una sorta di io narrante dello stesso Ellroy —. Scava nelle psicologie e nelle atmosfere e chi non conosce questa Hollywood può uscire dalla proiezione perplesso. Ogni personaggio, però, ti scava dentro anche se oggi si parla di Dna e meno delle zone insolute della psiche che conducono le persone al crimine. Ha ragione Ellroy quando afferma che le ossessioni generate nel mio personaggio e in quello di Aaron dal destino di Dahlia c’è moltissimo della realtà malata che ci circonda».
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IL LIDO
DI KEZICH

Svolte improbabili in un film sbagliato

Se è vero che il buon giorno si vede dal mattino, la 63esima Mostra comincia male: annunciato con enfasi, supportato da presenze prestigiose, The Black Dahlia è un film sbagliato.
Confesso che non mi pare granché neanche il manieristico romanzo originario di James Ellroy, considerato da alcuni un capolavoro: ben 349 pagine nell’edizione Oscar per un indigesto minestrone di morbosità e delitti rinforzato da colpi di scena che Agatha Christie avrebbe giudicato sleali nei confronti di chi legge. Ho cercato perciò di guardare il film dimenticando il libro, convinto che Brian De Palma con la macchina da presa se la cava meglio di Ellroy con le parole; e fino a un certo punto la cosa ha funzionato. Stupenda la Los Angeles 1947 reinventata in Bulgaria, per esigenze logistiche, dal mago felliniano Dante Ferretti. Di buona mano la regìa, supportata dalla fotografia in chiaroscuro di Vilgos Zsigmond, e adeguati gli interpreti: Josh Hartnett e Aaron Eckart nei panni dei due poliziotti ex pugili detti Ghiaccio e Fuoco, e in mezzo a loro la palpitante Scarlett Johansson nonché la pansessuale e pericolosa Hilary Swank. Tutti e quattro partono bene, e ancor meglio figurano i consueti formidabili comprimari, ma poi il copione non li sorregge e li trascina in situazioni impossibili. Si va da un ring dove schizza il sangue e saltano i denti alle strade violente di remote guerriglie urbane, dagli stanzoni della polizia ai ritrovi delle lesbiche, dalla lussuosa residenza di un palazzinaro furfante a un antro degli orrori ai margini della metropoli sotto la collina con la scritta Hollywoodland. Il mito della Mecca del cinema si sfalda nella miserabile realtà di una fabbrica di provini-trappola per ragazze ingenue avviate al ludibrio dei pornofilm.
Quando il racconto comincia a perdere colpi, lo sceneggiatore Josh Friedman ricorre a invenzioni personali includenti in sottofinale un suicidio e un omicidio l’uno più improbabile dell’altro, fuori testo rispetto al libro, ispirati alla brutalità di Spillane anziché al gusto sofisticato di Ellroy. Tutti i personaggi vanno dall’antipatico al repellente e la visione del mondo che esprimono, fra menzogne e turpitudini, è più nera del noir. La Black Dahlia del titolo è il nomignolo, ispirato dal film coevo Blue Dahlia con Alan Ladd, di un’aspirante attricetta trovata sbranata in un parco di L.A. nel gennaio 1947. Sull’atroce martirio di Elizabeth Short, archiviato dalla polizia come «open and unsolved» insieme con le impubblicabili fotografie del cadavere, al di là del romanzo in questione, esiste una dinastia di libri che non hanno mai chiarito niente; e il film ricama ulteriori pazzesche ipotesi sulla vicenda senza appassionare né convincere.
(Tullio Kezich)

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