Dalla rassegna stampa Cinema

Torna la diva cacciatrice di uomini

“The black dahlia” di Brian De Palma apre il concorso … la più interessante, cioè Hilary Swank, maestra, nel film, di voce roca e ambiguità lesbico-incestuose…

Tra pettinature alla Lana Turner e golfini d´angora
Il regista: ” Il cadavere sfigurato di quella giovane donna diventa un´ossessione per i protagonisti, condiziona le loro vite”
Questo, come altri film sugli anni 40, è girato in color marroncino, per fare antico senza dover usare il bianco e nero

Che fine hanno fatto le donne fatali, quelle che intorpidivano gli uomini sino a farli schiavi, e bastava uno sguardo nero di mistero, un anello di fumo soffiato lentamente da una sigaretta nel lungo bocchino, un esasperante silenzio carico di promesse?
Cancellate dalla realtà da quando le pari opportunità hanno tolto loro ogni potere segreto ma anche ogni necessità di scocciarsi con queste sceneggiate, queste signore pericolose si sono rifugiate nel cinema: ma anche qui solo in quei film che evocano l´epoca d´oro del loro imperio funesto, gli anni 40, 50 del noir americano, dei romanzi di Chandler e Cain, di certi film come “La fiamma del peccato” o “Il postino suona sempre due volte”.
Proprio i film e gli scrittori che il regista Brian De Palma ama da sempre, figuriamoci il piacere di poterli in qualche modo emulare in questo suo ultimo film, The black dahlia, che ha inaugurato ieri la 63esima Mostra del cinema, una prima mondiale assoluta, quindi con frotte di giornalisti stranieri a inseguire sia il regista che James Ellroy, il cupo autore del romanzo omonimo da cui il film è tratto quasi riga per riga, e soprattutto gli attori presenti, la graziosa Scarlett Johansson, una giovanissima fatale del tipo domestico e i suoi due innamorati del film, Aaron Eckhart e Josh Hartnett (anche nella vita, pare), giovanotti robusti che hanno imparato in un baleno a portare il cappello alla Robert Mitchum, anche nudi a letto con amante (nel caso di Hartnett). Non è qui la fatale di tipo depravato, quindi la più interessante, cioè Hilary Swank, maestra, nel film, di voce roca e ambiguità lesbico-incestuose. «Il cadavere si presenta in due metà, sezionato all´altezza dell´ombelico. Metà superiore: la testa presenta massicce depressioni e fratture del cranio, i tratti del viso sono deformati da ecchimosi estese, ematomi ed edemi. La cartilagine nasale è fuori sede. Una lacerazione si diparte da entrambi i lati della bocca… «. Così il medico del romanzo e quello del film descrivono lo stato macabro del cadavere della Dalia Nera, con un seno reciso, le interiora rimosse, ma solo alla fine del film s´intravederà lo scempio, in un lampo simile a un´allucinazione così veloce da proteggere lo spettatore da ogni turbamento.
Si sa che Ellroy per il suo romanzo pubblicato nel 1987, s´ispirò allo spaventoso omicidio avvenuto quarant´anni prima, di un´aspirante attricetta che viveva di espedienti nell´inferno di Hollywood e si chiamava Elizabeth Short: il caso non fu mai risolto, e tuttora fa parte di quella mitologia americana che privilegia i poliziotti, i gangster, gli impermeabili alla Bogart, le fanciulla assassinate e le donne fatali. Per Brian De Palma, specialista di culto di storie insanguinate (“Vestito per uccidere”, “Omicidio a luci rosse”, “Omicidio in diretta”, ecc.) «portare sullo schermo questa storia ha significato tornare a quel cinema meraviglioso che veniva considerato di serie B, girato con pochi soldi ma che poteva servirsi di grandi attori che essendo sotto contratto e stipendiati, dovevano accettare tutto». Questo, come altri film sugli anni 40, è girato in color marroncino, per fare antico senza dover usare il bianco e nero che è anatema per i distributori: abbondano fili di perle su golfini d´angora, Johansson è pettinata alla Lana Turner e ha una bellissima bocca sapiente; arriva un momento in cui è bene avere un taccuino per tener conto dei labirinti della storia e della foresta dei suoi possibili colpevoli: pare che sia uno e invece è l´altro, a catena, e nessuno è quello che sembra, e alla fine non c´è un personaggio, buono o cattivo, dalla parte della giustizia o del crimine, che non sia alla fine assassino, puttana, ladro, sfruttatore, lenone, imbroglione, pazza, ninfomane, drogata, ricattatore, ecc. Dice il regista: «Il cadavere sfigurato di quella giovane donna diventa un´ossessione per i protagonisti, condiziona le loro vite, le fa precipitare nell´abiezione. L´unica innocente è proprio la Dalia Nera, i cui sogni si sono infranti nella sofferenza e nella morte». Musica esagerata, Los Angeles ricostruita in Bulgaria da Dante Ferretti, con salotti di lusso e fetidi vicoli sempre marroni, a indicare il colore del fato. Momento entusiasmante: macello sulle scale di un elegante palazzo, mentre nel rumoroso trambusto si materializza un´ombra con cappellaccio e coltello che pare Diabolik, mentre due che tentavano di strozzarsi precipitano avvinghiati a testa in giù con rumore di ossa fracassate in una fontana zampillante. Momento esilarante: pranzo in casa della ricca famiglia corrotta, con figliolina che fa disegni porno e mamma raffinata e via di testa che bestemmia, insulta, barcolla.
Momento commovente: i provini in bianco e nero (in realtà inesistenti) della Dalia Nera (Mia Kirshner, delicata e bella), che sogna di essere scelta per un film, e piange mentre si racconta, e non sa recitare, e viene presa in giro da chi sta riprendendola, con la voce dello stesso De Palma. Fa anche le boccacce infastidita in un filmino porno mentre la compagna le fa delle cose da dietro. E i poliziotti restano incantati.

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LA PROTAGONISTA

Personaggio del momento a 21 anni, dopo la fama con “Lost in translation”
Scarlet: “Io, sexy col cervello nell´America tutta gossip”
“Il successo ti stritola, mi ha salvata mia madre”
Il personaggio di Kay Lake vive passioni e sentimenti con discrezione

MARIA PIA FUSCO

VENEZIA – A sette anni era «una di quelle bambine sempre felici di cantare e ballare, una di quelle bambine che vanno a fare i provini per i set di Hollywood», dice Scarlett Johansson, e oggi, a 21, dopo il successo di “Lost in translation” e due film con Woody Allen che ha confessato di sentirsi turbato dalla sua presenza – «Con lui è come andare in un campeggio estivo, potrei lavorare con lui in eterno senza annoiarmi mai, siamo due camerati, è la parola giusta per il nostro rapporto» – è la star del momento, un sex symbol, definizione «che mi fa piacere come penso farebbe piacere a qualunque ragazza, ma non mi sento particolarmente bella e affascinante. Sono un´attrice, vorrei essere apprezzata per come recito, non vorrei che questa cosa della bellezza distogliesse l´attenzione dalle emozioni che cerco di comunicare».
Con la voce roca e bassa e i toni assennati, Scarlett Johansson appare ancora poco viziata dal successo, sembra scegliere parole e risposte che seguono un pensiero, una rarità per una così giovane e glamour. In The black dahlia è Kay Lake, «l´elemento di un triangolo, una donna e due uomini, ma come dice una battuta del film, è un mezzo, rispetta la loro amicizia, vive sentimenti diversi, per uno è un legame inattaccabile di amicizia, solidarietà, complicità, per l´altro è amore a prima vista, passione profonda. Questo mi piace di lei, la capacità di tenere i sentimenti separati, di viverli in silenzio, con discrezione. Forse in questo mi somiglia, io non amo espormi, parlare troppo, sono piuttosto segreta. Quando popolarità significa che stai tranquillamente mangiando un pezzo di pizza e scopri che ti stanno fotografando, diventa una cosa fastidiosa. Puoi perdere la testa, soprattutto se succede quando sei molto giovane com´è successo a me. Devo a mia madre se ne sono uscita indenne, mi è stata sempre vicina, testimone di ogni mio passo, una di quelle madri felici se tu sei felice, una protezione preziosa».
Ed è per questo che reagisce sbrigativa alla curiosità sulle scene di sesso che nel film di De Palma interpreta con Josh Hartnett, compagno nella vita: «Nessun imbarazzo e nessun sentimento particolare, ero troppo attenta a seguire le indicazioni di Brian, che chiedeva impeto e una punta d´aggressività nel primo rapporto d´amore tra i due». Un primo incontro quasi violento, in tono con la violenza nel libro e nel film, «ma non mi spaventa la violenza della letteratura e dell´arte, mi fa molta più paura quella del potere, della realtà, degli integralismi».
Prima delle riprese di The black dahlia «ho visto molti film dell´epoca, ma non mi sono ispirata a nessuna delle grandi dive del tempo. Tutte le risposte sul personaggio di Kay sono nel libro di Ellroy, che non la vede come una femme fatale, non vuole distruggere la vita di nessun uomo, cerca solo di sopravvivere al meglio, le piacciono i bei vestiti e la bella casa, ma vuole anche studiare per crescere». Di quegli anni, degli scandali, delle connivenze tra cinema, malavita e polizia «ho imparato leggendo molti libri, i documenti non mancano, i media dell´epoca non si saziavano mai di scandali e pettegolezzi. È un´epoca lontana solo apparentemente. Anche oggi i media dedicano grandi spazi agli scandali finanziari o sentimentali che siano, c´è una curiosità morbosa per i gossip su chi esce con chi, su chi lascia chi. Non è casuale, è per distogliere l´attenzione dai veri problemi del mondo, dalle guerre, dai massacri, dai genocidi, dalle prepotenze del potere».
Scarlett Johansson vive a New York. «Vado a Los Angeles per lavoro, è una città in cui non vivrei ma la sua storia m´affascina, mi guardo intorno e cerco i segni di passato, ma non ci sono, oggi è una città completamente diversa, è come un immenso cimitero costruito volutamente per coprire la terra che era cinquanta, sessanta anni fa. Non è insolito per gli americani. A differenza di tante altre culture, l´America sembra indifferente alla sua storia, non ama la sua memoria, non la rispetta, nel bene e nel male. Da noi quello che conta è il presente, forse per questo non impariamo dagli errori commessi nel tempo e li ripetiamo».

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La Johansson ultima ad arrivare, l´irritazione di Müller e Croff alla cerimonia inaugurale
Ritardi, sorrisi e foto negate così la star rovina la festa
la serata

LAURA PUTTI

VENEZIA – Il primo vero brivido divistico della Mostra del Cinema arriva fuori dall´orario previsto, quando Isabella Ferrari, con il presidente Davide Croff e il direttore Marco Muller, hanno già dichiarato aperta la sessantratresima edizione. Tutto sul palco della Sala Grande è già avvenuto: i discorsi di rito e le presentazioni delle Giurie. Ma fuori dal Palazzo, accompagnate dalla musica di “Giù la testa” di Morricone, si fermano tre Lancia metallizzate dalle quali escono Brian De Palma e i protagonisti di “The Back Dahlia”. Con un ritardo di quaranta minuti (che farà infastidire Croff e Muller). La gente accalcata contro le transenne inizia a gridare, ad arrampicarsi, a chiamare un nome soltanto. E quel nome è Scarlett, per tradizione destinato a una eroina, per leggenda letteraria, ma soprattutto cinematografica. Non è più tempo di “Via col vento” e l´eroina di oggi, la splendida Johansson ha un abito chiaro, sottile ed elegante, quasi uno chemisier, e sorride timidamente, abbracciata al suo regista. Invano i fotografi chiedono un´effusione con Josh Hartnett, altro interprete della “Dalia nera” e fidanzato di Scarlett Johansson. La foto dei due assieme sarà, invano, una delle più ambite della giornata.
Alle sette in punto, ripresa da RaiSat e rimandata da grandi schermi fuori dal Palazzo, aveva fatto il suo ingresso in palcoscenico Isabella Ferrari. Visibilmente emozionata, con un tono di voce di chi sta per dire cose molto serie, l´attrice ha ringraziato prima di tutto il Cinema. «A 17 anni ho avuto la fortuna di fare il mio primo film. Oggi, dopo 25 anni, faccio ancora questo mestiere con amore. Il cinema mi ha reso una donna fortunata» ha detto, prima di presentare il presidente della Mostra Davide Croff. Il quale ha definito la Mostra «una sfida impegnativa, che sa rinnovare una scelta precisa e portare temi nuovi». E poi Marco Müller: «Quella di Venezia non è una Mostra che ha bisogno di rilancio. E´ stata lanciata bene nel 2004 (inizio della gestione croff-Muller ndr.) esplorando nuove direzioni» ha detto il direttore. Müller ha poi presentato «Mademoiselle Catherine Deneuve», presidente della Giuria del concorso. In sala applaudono il ministro Rutelli (con al polso i gemelli di Marcello Mastroianni, dono della vedova Flora) ma anche la ministra degli Affari Regionali Linda Lanzillotta, e i giurati delle altre due sezioni (Orizzonti e Opera Prima). Ma in sala restano vuote le poltrone riservate al cast di “The black Dahlia”. Isabella Ferrari non si scompone e presenta il bel film di Antonello Sarno sui 50 anni del David di Donatello. Il cerimoniale è variato. I divi si faranno attendere. Ma il film inizierà in orario

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