Dalla rassegna stampa Cinema

Il galà parte senza Scarlett

… la sua macchina da presa, in piano sequenza e in movimenti avvolgenti, scivola da appartamenti fatiscenti a locali per lesbiche, dal ring a sparatorie per strade e vicoli, mostra denti divelti da un pugno e membra straziate da coltelli e cadute vertiginose…

Imbarazzo ieri all’inaugurazione per il ritardo del cast di “Black Dahlia” che sfora di 45 minuti.
La tradizione della Mostra travolta, per la prima volta in 63 anni, dalla diva Johansson

dal nostro inviato
Venezia Lido. Nella Città degli Angeli c’è un inferno di follia e di morte. La Los An geles della seconda metà degli anni Quaranta fulmina il noir che prima è stato un clamoroso e irrisolto caso di cronaca, poi un grande romanzo di James Ellroy. E che, infine, Brian De Palma ha voluto rendere cinema con il medesimo titolo evocatore di una dissipazione morale legata alla simbologia floreale (tanto sullo schermo quanto nei libri e sulle prime pagine dei giornali d’epoca) di un racconto da pulsione sanguinaria: “The Black Dahlia”, il film che la Mostra di Venezia edizione numero 63 ha scelto come inaugurazione delle sue proiezioni e del suo concorso in anteprima planetaria.
Si assiste così alla convergenza di ossessioni narrative che sono diventate lo stile dei due autori: quella di James Ellroy per l’allestimento furibondo di un universo lacerato e distorto dalle passioni e dagli istinti irrefrenabili nel confronto con il destino, e quella di Brian De Palma per il periodare di uno sguardo al lavoro che detta e moltiplica i suoi punti di vista e di fuga.
Il movente è l’assassinio terribile (sventramento, asportazione delle viscere, tagli rituali) di Betty Short, che inseguiva il sogno di Hollywood e che, invece, aveva dovuto accontentarsi di prostituzione e prestazioni porno amatoriali sino al fatale agguato del macellaio. E ci sono due poliziotti, Lee Blanchard e Bucky Bleichert, mister Fire e mister Ice, che sono stati pugili di un certo successo e ora dividono le indagini sul povero cadavere martoriato e abbandonato in un prato di periferia el’amicizia per la bella Kay Lake.
Ma il passato torbido ritorna e si somma alle convulsioni pubbliche e private del caso Dalia Nera. Blanchard, che ha qualcosa da nascondere, perde il controllo dei nervi e la vita sotto i colpi di una mano assassina. Resta Buchy a dover trovare il filo di un labirinto spietato e del quale non è giusto dire di più.
Realizzato in Bulgaria, con la fotografia di Vilmos Zsigmond e la scenografia di Dante Ferretti incaricate del miracolo di ricreare una California che non esiste più, “The Black Dahlia” non sarà il miglior De Palma in assoluto, ma riesce, con forza nel ritmo e nel montaggio, a concentrare in 120 minuti il senso di Ellroy per la maledizione, la corruzione delle anime e dei corpi in una deriva sensuale e carnale costantemente declinata su una partitura di profonda abiezione, dove inganno e tradimento fanno a pezzi ogni illusione. Alla connotazione debordante di Ellroy (che nella figura della Short metamorfizza e metabolizza il tragico caso della propria madre strangolata da uno sconosciuto con il quale si era accompagnata) De Palma aggiunge i riferimenti di un’allusiva vendetta contenuta in “L’uomo che ride” di Hugo, mentre la sua macchina da presa, in piano sequenza e in movimenti avvolgenti, scivola da appartamenti fatiscenti a locali per lesbiche, dal ring a sparatorie per strade e vicoli, mostra denti divelti da un pugno e membra straziate da coltelli e cadute vertiginose.
“The Black Dahlia” cita il noir e il poliziesco dell’età dell’oro, ma si propone più come esempio di un cinema che nel suo cuore di spettacolo alleva spettri, complessi di colpa e alienazione mentale in un crogiolo di caratteri tagliati al vivo di una finta favola per adulti.
Gli interpreti maschili, Josh Hartnett e Aaron Eckhart, sono il “fuoco” e il “ghiaccio” giusti”, ma le attrici, Scarlett Johansson, Hilary Swank, Fiona Shaw e Mia Kirshner (una Betty Short presente in mesto spirito soltanto in biechi provini in bianco & nero) forniscono la vera leva di splendido talento con la quale De Palma solleva la sua Los Angeles così strettamente imparentata con un obitorio popolato da sacrileghe dark lady e da ometti allo sbando.

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Venezia. Star e bel mondo, abiti scintillanti e oseé, delirio di fan e fotografi lungo la passerella rossa, sotto ai leoni dorati. La Mostra del cinema di Venezia, che porta i suoi anni con il fascino immutato di Catherine Deneuve, presidente di giuria, si è aperta ieri sera . Ma con un piccolo caso: per la prima volta in 63 anni, il cast del film di apertura, “Black Dahlia”, è arrivato in clamoroso ritardo all’appuntamento. Sembra per colpa della sexy diva Scarlett Johansson, che, comunque, si è presentata a fotografi e fans, con tre quarti d’ora di ritardo, con l’aria candida e l’abito crema e l’acconciatura anni ’50, in perfetta sintonia con il suo personaggio nel film.
Con lei il regista Brian De Palma, Josh Hartnett e Aaron Eckhart. Ad accoglierli il presidente della Biennale Croff, uscito in tutta fretta dalla sala grande, dove stavano iniziando a scorrere le immagini del documentario di Antonello Sarno “Davide ’50”, omaggio al cinquantenario del premio Davide di Donatello.
Nella sala si era già conclusa la prima parte della cerimonia di apertura della Mostra. La madrina, Isabella Ferrari, in lungo abito vintage color bronzo, aveva augurato a pubblico e protagonisti una buona Mostra del cinema e il presidente Croff aveva parlato di «sfida impegnativa nel tener fede al passato glorioso». In seguito, Muller e Croff hanno spiegato che «la Mostra ha deciso di dare il via alla serata inaugurale all’orario previsto delle 19, nel rispetto degli oltre 1000 ospiti presenti in sala. In questo modo sono stati osservati gli orari previsti dalla scaletta, sia per quanto riguarda l’inizio della cerimonia inaugurale che per il film diretto da Brian De Palma».

31/08/2006

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