Dalla rassegna stampa Cinema

«Black Dahlia», i mille colori del male

Stupenda inaugurazione della Mostra con il film, in gara, firmato da Brian De Palma. Un’ossessione noir con brividi hitchcockiani, già sperimentazione per un cinema del futuro …ci racconta l’America dell’immediato dopo guerra e del dopo Roosevelt, la Los Angeles della mafia, degli speculatori …

Venezia – Il bianco non è un colore, perché non ne contiene nessuno. Il nero non è un colore (se non per allergia razzista) perché li contiene tutti. Ma la loro sovrimpressione schermica può creare l’atmosfera più inquietante di tutte, e trascinarci ai confini della realtà, in un mondo «dark».
Avviene quando si va al cinema e ci si trova come soli sul ring. E nonostante la sapienza nel gioco difensivo, da decifratori di immagini, un gancio devastante, inaspettato, può mandare al tappeto lo spettatore, e fargli saltare i denti. È allora che il terzo sguardo, il nostro (oltre a quello del protagonista del film e a quello del regista), il triangolo delle Bermuda dell’immaginazione, soprattutto quando si crea strabismo, si ritrova con un occhio nero.
Attenzione alle magie del primo film in gara. Il match è truccato, niente è quel che sembra, la bionda non è l’assassina, la bruna non è una rassicurante padrona di casa, e ci vogliono ben due poliziotti per fare un quasi eroe di spessore, anche se non sarà mai Bogart…
E attenzione, soprattutto, alle coreografie recitative di Fiona Show e Mia Kirshner, già da coppa Volpi… rispettivamente nei ruoli di Madeleine Linscott, snob rampolla dei criminali proprietari di mezza Los Angeles, e di Elisabeth Short, il cui corpo d’attrice fallita fu davvero trovato nel 1947 orrendamente deturpato, sviscerato, segato in due e con la bocca allungata in una grottesca risata macabra da un coltello spietato. Sono performance feroci, impreviste, capaci di annullare d’un colpo i costumi troppo perfetti, alla James Ivory, di Jenny Beavan, le scenografie iperrealiste di Dante Ferretti (dedicate alla grande tradizione europea del cinema muto, e in particolare a L’uomo che ride da Victor Hugo) e le musiche cool di Mark Isham, che si può permettere più «blue notes» del solito solo perché la produzione è la più parigina tra cosiddette hollywoodiane (visto lo sfoggio di star Usa: Scarlett Johansson, Josh Harnett e Aaron Eckhart che qui finalmente si potrà fumare tutte le sigarette che pregustava solamente in Thank you for smoking. Il produttore Victor Hadida (Spider di Cronenberg, Domino, Resident Evil…) vive e opera, infatti, nella Ville Lumiere.
Brividi e montanti hitchcockiani redivivi ritornano dunque in The Black Dahlia, l’ultimo capolavoro di Brian De Palma. Una ossessione «noir della decadenza», che cerca di curare a iniezioni di sarcasmo Chandler, il flusso narrativo «sesso, sangue e napalm» del troppo solido e macho Ellroy. «Ho un alibi solido come lo stronzo di uno stitico». E finezze simili.
Questo quinto Ellroy dello schermo, da L.A. Confidential in poi, sintetizzato e decostruito da Josh Freidman, ci racconta l’America dell’immediato dopo guerra e del dopo Roosevelt, la Los Angeles della mafia, degli speculatori edilizi e della boxe truccata, dei latinos insorgenti e delle lesbiche alla riscossa, dello sfruttamento a Hollywood delle comparse (fin dal muto e da Mack Sennett) e delle centomila starlette in cerca di gloria che hanno davanti a sé (ce lo ha ben raccontato anche Ed Wood in un libro che De Palma ha digerito meglio di Lynch) solo un set a luci rosse o un marciapiede nei quartieri marci, a meno di non chiamarsi Betty Page. I borghesi della Costa dei Barbari, anche qui, maneggiano e palleggiano gli agenti forzuti della Lapd, sia corrotti che onesti, con il cinismo perverso di Sidney Greenstreet. Ma vedere tanti poliziotti al lavoro a Los Angeles, anche se trafficano e ricattano illecitamente, e premono per gli aumenti di stipendio, è già spaesante e polemico. Ora sono pochissimi, super tecnologizzati e pattugliano in aereo Echo Park, e non sembrano curarsi troppo delle bimbette asiatiche assassinate, tranne che non risiedano a Beverly Hills.
Rispetto ai noir di una volta cambiano anche i fiori, dalle erotiche orchidee, alle più funeree dalie, e sono capovolti i protagonisti (non erano mai «cop», semmai detective privati, finché arrivò la decadenza maccartista del genere, dal Glen Ford langhiano in poi, quando si girò appunto quel film che dà il soprannome alla nostra massacrata vittima).
Nessun sentimentalismo nostalgico, per De Palma, comunque. Anche i suoi colpi da maestro, come il dolly danzante quasi antonioniano che tiene in pugno in un piano sequenza non uno, ma ben due avvenimenti criminosi, diventano sperimentazione per un cinema del futuro. A Black Dahlia, intanto, sono stati restituiti, dal direttore della fotografia Vilmos Zsigmond, i mille colori del male che la Hollywood anni 47-48 dei polizieschi con Alan Ladd e Veronica Lake non avrebbe potuto e saputo dipingere.
Era troppo chiassoso e manicheo il technicolor di allora per provocare quegli spostamenti progressivi cromatici che trasformano i gialli, i grigi e i marroni in una sensazione «noir», in montagne russe dell’immaginario morbide come golfini d’angora, sadici come «quell’esagerato di Hitler».
Dopo questa stupenda inaugurazione ogni polemica sui festival che si intasano e si fanno guerra è azzittita. La parola ora passa ai film, a partire da questa eccellente rilettura critica del giallo di James Ellroy, densa di forme, immagini e sostanza concettuale che illumina, non cita, il cinema del passato e i «non detti» i fuori campo di allora. Quasi il Chinatown di Brian De Palma, più che un girare alla maniera di Scarface e Gli intoccabili.
Apre il concorso, lo ha chiesto espressamente, e ottenuto giustamente, Brian De Palma (appena festeggiato al festival di Edimburgo come «leggenda vivente»), in anteprima mondiale come saranno gli altri 20 che si contendono il Leone d’oro. «Abbiamo ottenuto tutte le opere che volevamo», afferma con fierezza il direttore. Anche se lo dice sempre imitando Fu Manchi, da sinologo fin troppo esperto. In realtà non è l’offerta che manca. Perché come ci racconta Screen, il periodico britannico specializzato, l’intasamento festivaliero in autunno è supersonico. Ma sono gli sguardi, divergenti.
Toronto ama Marc Foster e Kunuk; San Sebastian, Di Cillo, Boorman, Sorin e Hansen; Roma, Virzì, Scorsese, Eastwood, Ioseliani e Archibugi; Pusan sarà il paradiso del cinema asiatico ancor più di qua… L’importante è non perdere «il film dell’anno». L’anno scorso fu Crash (Toronto) o Brokeback Mountain (Venezia)? Visto che Mueller ha visionato 1429 film, chissà cosa gli sarà sfuggito che l’occhio più radicale di Torino non si perderà di certo… Intanto la Rai ha mandato qui come inviato Mollica e non Marzullo. Anche in viale Mazzini devono essersi accorti di certi cambiamenti di atmosfera.

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«Una discesa all’inferno»
«È stato il primo omicidio mediatico negli Stati uniti», spiega il regista. «È una sopraffazione terribile, il modo in cui alcune donne vengono fatte morire dai media», specifica Ellroy
Cristina Piccino

Venezia – Non accade spesso che amando un romanzo non si esca delusi dalla sua «versione» per schermo. E sono pochi i registi a catturare tensioni interiori, magmi, flussi di parole e ossessioni per filtrarli senza rimpianti nelle proprie immagini. Senza farci sentire alcuna nostalgia del romanzo amato e del nostro, probabile, film. C’è riuscito Orson Welles col Processo, metamorfosi kafkiana mozzafiato, e ci riesce con seduzione noir Brian De Palma che non a caso, come ricorda, insieme a Welles in veste d’attore ha lavorato agli inizi della sua carriera di regista (Conosci il tuo coniglio, 1972). Ecco dunque The Black Dahlia, il romanzo di James Ellroy che De Palma plasma nei colori anni Quaranta di una Los Angeles noir, e con cinefilia godardiana di un Vrai et faux passport, lascia scorrervi il proprio cinema, locali, musical sexy, voyeurismi, l’espressionismo distillato nella high society corrotta, i tic dell’epoca e i suoi ipocriti moralismi dei film porno quasi amatoriali che solo Bettie Page seppe trasformare in un gusto disinibito. Mentre la povera Betty/Black Dahlia finisce dissanguata. Vampirismo hollywoodiano? O crudeltà del cinema come macchina e messa in scena, il regista che ordina e polverizza, lo stesso De Palma che «presta» la sua voce all’invisibile regista privato della povera fanciulla… Ma anche passione all’estremo, lui che dichiara di un film: «Non mi interessa se non parla visivamente. Dirigere è abbastanza semplice. Se hai buon gusto e sai guidare gli attori girerai un buon campo medio o un primo piano. Purtroppo la maggior parte della gente è cresciuta davanti alla tv».
Mentre parla Brian De Palma allarga lo sguardo blu rapito dalla giovane Mia Krishner che interpreta la (sua?) vittima Betty. I due giocano, quasi fossero ancora nel film, attrice/regista, vittima/carnefice. «È andata così come vedete. Le scene filmate in cui si vede la giovane Betty Short fare provini sono nate dall’improvvisazione. Per questo ho deciso di mantenere la mia voce anche dopo al montaggio. L’aspetto visivo è fondamentale nel caso di Black Dahlia, che è stato il primo grosso caso di omicidio mediatico negli Usa. La polizia decise di non mostrare il cadavere ma restano molte immagini del suo corpo negli archivi della polizia. Al punto che ho potuto rappresentarlo, nelle poche sequenze in cui si vede, in modo quasi grafico. Le foto della ragazza avevano una profonda verità, e anche nei provini era evidente soprattutto una cosa, la sua innocenza, e quanto per questo fosse quasi destinata a essere divorata dal sistema hollywoodiano. L’ultima immagine, coi corvi che la dilaniano vuole dire questo».
C’è anche James Ellroy al Lido, naturalmente. Ha un look tutto rosa, rosa il golf, rosa pallido a righe bianche la giacca. In conferenza parla molto, De Palma gli lascia spesso e volentieri la parola, dopo parla ancora. Del film ha scritto tra l’altro: «è stata colta perfettamente l’essenza del mio romanzo. L’ossessione è una follia autoreferenziale quanto l’amore». La sua è la madre Jean assassinata nel 1958 da un sabato sera di locali, piaceri e brutti incontri. Lui era ragazzino. Ne ha fatto materia di tutti i suoi romanzi, ci ha scritto un’autobiografia, I miei luoghi oscuri (My Dark Places), e l’ha fatta rivivere in tutte le donne tormentate e violate delle sue storie. «Brian De Palma ha isolato l’ossessione sessuale, e il percorso di redenzioni nella vita di un uomo, il poliziotto e ex-pugile Bucky Bleichert. Che poi sono anche le ossessioni della mia vita, a cominciare dall’omicidio di mia madre nel ’58. Credo che Black Dahlia sia una storia molto americana. In quel momento il mondo stava per esplodere, la corruzione era sistematica e c’èra anche una forte violenza sessuale».
Anni Quaranta. Anzi 1946 e 1947, la guerra è finita… De Palma che doveva essere fisico se non fosse divenuto regista scompone il romanzo e il noir lo cerca e lo inventa tra le parole di Ellroy. Dice lo scrittore: «È naturale che il film abbia dovuto comprimere molte cose. Il caso Black Dahlia è stato gestito dai media come mai prima nella storia degli Stati uniti. È una sopraffazione terribile, il modo in cui alcune donne come mia madre vengono fatte morire dai media». De Palma però la ragazza decide di mostrarla nei film porno e nei provini. Che fosse qualcosa di più di un’idea, di un corpo, di storie accumulate. «È vero che ho dovuto tagliare molte cose del romanzo, ma credo di essere comunque riuscito a mantenerne la struttura di Ellroy e soprattutto le storie apparentemente diverse che finiscono per entrare una nell’altra». Poi, appunto, c’è il cinema. Non è solo questione di cinefilia ma di sostanza se i poliziotti brutali ellroyani si saturano della melanconia di un detective fallito di Chandler. Se Chinatown è nella famiglia distorta dal ghigno di marionetta cubista e padre e figlia «nera» si amano. Anzi padri e figlie, uno specchio infinito, moltiplicazione di desideri, conflitti, affabulazioni di sé. «Black Dahlia è una discesa all’inferno. Visivamente cercavo angoli stretti, contrasti forti, ombre come è il noir. Ma il romanzo dà molti spunti. Ellroy dice che l’assassino di Betty per inciderle su viso la smorfia grottesca con cui la marchia si è ispirato a Gwynplaine, il personaggio di Victor Hugo. Hugo ne parla nell’Uomo che ride, la cicatrice sul suo volto è la vendetta del re contro il padre di Gwynplaine che lo ha tradito. Mostrare questo particolare con un film mi sembrava la cosa migliore. Ho inserito una sequenza dei tre protagonisti, i due poliziotti e Kay al cinema che guardano L’uomo che ride di Paul Leni. La cosa a cui tengo di più è la visuale, guardando una scena mi chiedo sempre quale sia la posizione migliore della macchina da presa per una certa azione e anche le location sono pensate in rapporto alle sequenze».
La Kay a cui accenna è la donna divisa tra i due poliziotti protagonisti. Sullo schermo Scarlett Johansson che James Ellroy all’inizio non voleva: «Troppo giovane per la parte». Invece si è ricreduto. Lei sorride. «Il romanzo e la sceneggiatura sono stati tutto. Mi piaceva l’idea che fosse una donna glamour, molto elegante, che ama spendere… Se sono contenta di essere un simbolo sexy? Spero che non sia la sola cosa che si nota di me. Ma certo fa piacere».

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