Dalla rassegna stampa Cinema

BLACK DAHLIA che noia la California ricostruita in Bulgaria

Grande assente Hilary Swank. Due Oscar come migliore attrice, la Swank (che al Lido non s’è vista) è la controversa Magdeleine, un ruolo per cui si era presentata Mia Kirschner, poi diventata la Dalia Nera.

VENEZIA – «Il cadavere si presenta in due metà, sezionato all’altezza dell’ombelico. Nella metà superiore, il cranio presenta massicce depressioni e fratture; i tratti del viso sono deformati da vaste ecchimosi, ematomi, edemi. La cartilagine nasale è fuori sede. Una ferita parte da entrambi i lati della bocca sino a raggiungere i lobi delle orecchie. Sui seni, numerose lacerazioni e bruciature di sigarette. Tracce di fustigazione. Gli intestini, lo stomaco, il fegato e la milza sono stati rimossi…». E’ la relazione del medico legale che ha condotto l’autopsia sul corpo della ragazza dissanguata e uccisa in The Black Dahlia, il romanzo di James Ellroy da cui è tratto il film di Brian De Palma che ha inaugurato ieri sera la 63ª Mostra del cinema.
Il romanzo bellissimo (edizione Mondadori) nasce da una implacabile ossessione nella vita dello scrittore: sua madre, un’infermiera calvinista divorziata dal padre, venne violentata e ammazzata da uno sconosciuto a Los Angeles, un sabato sera di giugno del 1958. Ellroy ne ha scritto in My Dark Places e, indirettamente, in The Black Dahlia. Quest’ultimo romanzo corale ha due principali protagonisti. La Los Angeles di caldo, palme, sudore, d’una rete di corruzione che la imprigiona e strangola, della geometria delle strade (la Sepulveda e la Cherokee, il Ventura Boulevard, North Orange Drive). E il cadavere straziato della ragazza per cui la polizia non trovò mai un colpevole (il vero fatto di cronaca, del gennaio 1947, dura ancora nella memoria), ma lo scrittore sì, identifica gli assassini in una coppia di ricchi necrofili: poi quel cadavere serve a raccontare le illusioni e le umiliazioni del cinema, l’ambiente sordido di provini brutali e pornofilm in cui si muovono ragazze belle e sfruttate.
Nel film Los Angeles non c’è: per forza, è stato girato a Sofia, e per quanto il lavoro di ricostruzione Anni Quaranta di Dante Ferretti sia straordinario, l’atmosfera di Bulgaria non è quella di California, e una storia realizzata quasi tutta in interni provoca un poco di oppressione. La ricca trama (ci sono pure una situazione a tre, l’amicizia di due poliziotti, L’uomo che ride scritto da Victor Hugo, le infamie d’un costruttore di case caduche, le carognate dei ricchi) è stata ridotta e tagliata in un modo che rende a volte il film incomprensibile (come accettare le diverse ossessioni dei due poliziotti se i motivi non ne vengono narrati?). La scelta di dare alla fotografia quel tono color seppia o marroncino che evita sia il bianconero d’epoca sia il colore stonato, ha un effetto più monotono che distanziante, nonostante la bravura di Vilgos Zsigmond. I costumi sono ben fatti, anche se ormai il cinema sui 30 o i 40, tra balletti su Love for Sale e boogie-woogie, cappelli e cappellini, pioggia e nebbia che confondono tutto, possono essere esasperanti. Scena straordinaria: due uomini che cadono dall’alto abbracciati e si schiacciano sul pavimento. Dei due poliziotti amici, Aaron Eckhart demotivato pare il fumetto di Dick Tracy con la mascella quadrata, Josh Hartnett è più manierato di Indiana Jones ma carino; Hilary Swank (ricca lesbica incestuosa), Scarlett Johansson e la vittima mitomane Mia Kirsher vanno benissimo. E’ fantastica Fiona Shaw di Harry Potter nel personaggio d’una ricchissima signora perversa che alla fine s’infila la pistola in bocca, spara e muore insanguinando le tende del salone. Del resto, quasi tutti i personaggi se non muoiono si rivelano corrotti, carogne, assassini: l’ecatombe è il destino del noir.

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Scarlett: gli scandali fanno scordare la guerra
La Johansson: «Mi piace essere un simbolo sexy Il mio personaggio non è innocente e lo sa»

Simonetta Robiony

Inviata a VENEZIA
Scarlett è la ragazza del momento. Bionda, delicata, elegante, antica, grande bocca e grandissimo seno, è l’attrice che tutti i registi vogliono per chiudere un loro progetto. Protagonista di La ragazza con l’orecchino di perla, lanciata da Sofia Coppola in Lost in traslation (per cui ebbe la Coppa Volpi proprio a Venezia), imposta da Woody Allen che l’ha voluta prima in Match Point e adesso in Scoop facendone la sua nuova musa, sarà su tutti gli schermi con Le seduttrici accanto a Helen Hunt e ancora ci resterà a lungo visto che tra pochi giorni comincia un nuovo film, The Other Boleyn Girl, con Natalie Portman ed Eric Bana. Black Dahlia comunque è lei perché la sua bellezza è quella delle dive Anni 50, perché nessuna porta il filo di perle al collo tanto bene, perché il suo corpo sottile ma morbido è perfetto dentro quei maglioncini d’angora delle nostre madri. Intelligente più che bellissima, faccia lavata, pantaloncini corti e sopra una maglia a quadretti larga larga, Scarlett Johansson, come le dive di oggi, non parla per frasi fatte, ma pensa, riflette, si corregge, spiega.
A quale attrice di quegli anni s’è ispirata per il suo ruolo, forse a Lana Turner?
«Non ho scelto nessuna di loro, ma tutte insieme. Volevo che il mio personaggio fosse una donna alla moda, attenta al gusto e al lusso, con una buona capacità di spesa e la cura per la casa».
Che cosa l’ha aiutata di più a entrare nel personaggio?
«La descrizione che nel libro fa di lei il protagonista maschile. Ellroy ci mette grande attenzione nello spiegare com’è fisicamente, cosa porta addosso, come si muove. E’ una descrizione del suo corpo e non della sua anima, ma per un’attrice come me è stata utilissima».
E’ un personaggio, il suo, come tutti in questo film, che appare in un modo e invece è in un altro: come la definirebbe?
«Una ragazza che è stata offesa, violata, ferita ma vuole sopravvivere. Non è innocente e lo sa. Però è forte e s’è inventata una esistenza apparentemente normale per potersi svegliare al mattino senza pensare al suo passato».
E’ anche una donna fatale, come c’erano allora.
«No. Non ruba il marito a nessuna e non tradisce alcun amore. Il suo legame con il primo poliziotto è un legame di familiarità, dipendenza, alleanza ma è solo con il secondo poliziotto che prova l’attrazione fisica, la passione, il coinvolgimento dei sensi e della mente».
Lei è considerata un simbolo sessuale: la disturba?
«E perché? Sono giovanissima e mi fa piacere esser vista come una ragazza bella. Questo però non cambia in nessun modo la mia recitazione perché quando recito non penso a come posso apparire».
Le scene d’amore l’hanno turbata?
«Ho fatto quel che chiedeva De Palma. Voleva che fossero scene aggressive, molto esplicite, un modo per esorcizzare la sessualità repressa che alimenta il mistero. Mi sono attenuta ai suoi consigli».
Ma perché certe vicende di crimini e passioni interessano tanto?
«Perché la gente ha voglia di distrarsi dai suoi problemi. Allora come oggi. Lo scandalo privato allontana la mente da guerre, genocidi, stermini, carestie che tormentano il mondo».

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Ellroy: faccio incubi ma non tutte le notti
De Palma: il noir? Prende testa e cuore

dall’inviata a VENEZIA
James Ellroy, il più famoso autore di romanzi neri d’ America, è il più colorato della banda appena arrivata al Lido con The Black Dahlia, film d’apertura di questa Mostra entrato in concorso per scelta di Brian De Palma, portando a quattro, e non a tre com’è la norma, il numero di film americani in lizza per il Leone d’oro. Veste di rosa Ellroy, giacca rosa pallido, maglioncino rosa intenso, camicia rosa chiarissimo, e scrive storie che grondano sangue, sesso, delitti, ambizioni, ferite dell’animo e del corpo. E della banda, il regista De Palma, in nero d’artista, l’attore belloccio alla Tom Cruise Josh Hartnett, l’attore con la faccia di un detective da fumetto Aaron Eckhart, la bambola bruna Mia Kirshner, e la stella bionda Scarlett Johansson è il più loquace, il più interessante, il più disinibito. Racconta della fortuna che ha avuto a vedere trasformati cinque suoi libri in film, uno dei quali è il celeberrimo L.A. confidential, successo di pubblico e critica. «E questo ne seguirà le orme – assicura -. Una fortuna enorme, la mia, perchè che ti opzionino una storia per il cinema, capita. Che ne facciano un capolavoro è come trovare una coppia che dopo cinquant’anni di matrimonio si scambia il primo bacio d’amore».
Ellroy racconta daccapo la storia della sua maniacale passione per crimini e criminali, la madre assassinata, il padre che gli regala un libro sulle imprese della polizia a Los Angeles, il suo amore per questa città fantasticata, la sua fissazione per gli Anni 40 che non può ricordare perchè ancora non era nato. «De Palma ha isolato in questo che è un affresco di quel periodo subito dopo la guerra, la vicenda di un uomo alle prese con tre donne, tre facce della sua ossessione. Ha compresso il mio libro, ma lasciato quel senso di morte, di sesso proibito, di furia violenta che ha caratterizzato in quel momento la storia del mio paese». Per anni, ha confessato, la morte di Black Dahlia e quella di sua madre si sono accavallate in un unico crimine: oggi ha superato questo trauma? Sorride. «Ho anche vissuto. La mia vita è andata avanti. Non tutte le notti ho avuto lo stesso incubo. Ho incontrato molte donne in carne e ossa, con alcune sono andato anche a letto, ho scritto tanti libri. Black Dahlia non è stato il mio solo pensiero». E adesso che sta facendo? «Completo una mia trilogia. Sono arrivato agli anni dal 1968 al 1972. Sono molto meticoloso: prima di due anni non verrà pubblicato».
I ragazzi attori, quello che somiglia a Cruise, attuale fidanzato di Scarlett Johansson, legame di cui è vano chidergli alcunchè, dice che vorrebbe lavorare con almeno una trentina di nuovi registi, non solo americani, ma anche orientali, europei, australiani, perchè è affascinato dal cinema e non vorrebbe mai smettere. Obbligato dal ruolo ad allenarsi per sette mesi a tirar pugni quattro ore al giorno, ma anche a nutrirsi abbondamente per reggere tutta questa palestra, spiega che il film gli ha lasciato due cose: la stima per De Palma e l’abitudine di mangiar carne. «Ero vegetariano. Non lo sono più». Mia Kirshner, la bambolina bruna, parla dell’esperienza straordinaria che è stata inventare con De Palma il ruolo di Dalia Nera in piccoli film erotici, tanto per dare un corpo e una faccia alla morta: «Abbiamo improvvisato, lui mi dirigeva, io eseguivo. Non c’era copione. Per questo, credo, De Palma alla fine ha lasciato che nel film ci fosse la sua voce fuori campo a guidarmi». Aaron Eckhart, quello che sembra un fumetto, ammette che, anche se la scena è bellissima, con il suo corpo che precipita dall’alto di una balconata all’interno di un cortile, «morire in mezzo alla storia, per un attore è sempre una fregatura». E De Palma? Che dice il celebrato regista De Palma? Lui si sofferma sulla ricostruzione di Los Angeles fatta da Dante Ferretti a Sofia, sulle difficoltà finanziarie incontrate, sulla bravura degli attori, sulla costruzione «a triangoli incastrati» della sceneggiatura, sul noir «genere che non conosce la moda perchè intriga, turba, coinvole e assorbe testa e cuore degli spettatori».

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