Dalla rassegna stampa Cinema

Omicidi, crimini e misfatti Hollywood svela l´anima nera

Tredici grandi film da “The black dahlia” di Brian De Palma a “Infamous” di Douglas McGrath

Amara, criminale, inquieta, scandalosa, ferita: è l´immagine dell´America offerta dai 13 film che compaiono nelle diverse sezioni della Mostra. Un´America di crimini e misfatti, a cominciare dagli omicidi, la corruzione, l´avidità. la depravazione che dominava Hollywood negli anni 40 e 50, raccontati da Brian De Palma in The black dahlia dal romanzo di James Ellroy. È la stessa atmosfera di Hollywoodland di Allen Coulter, che ricostruisce la vera, misteriosa storia della morte di George Reeves, acclamato interprete di Superman, un suicidio che l´indagine di un poliziotto trova tutt´altro che convincente. Inquietante e oscuro è il rapporto di Truman Capote con i due feroci assassini di una intera famiglia del Kansas (protagonisti poi del suo romanzo “A sangue freddo”), raccontato in Infamous di Douglas McGrath. La trama ricorda da vicino il film “Capote”, con lo scrittore che, scavando nella psicologia dei due, si ritrova coinvolto personalmente, in crisi con se stesso.
Il cinema americano non dimentica le sue tragedie. C´è l´11 settembre secondo Oliver Stone che in World Trade Center sceglie la vicenda dei due poliziotti sopravvissuti al massacro per rappresentare lo sgomento di un paese che credeva nella sua inattaccabile superiorità, e c´è l´omicidio di Robert Kennedy in Bobby di Emilio Estevez, che entra nel mistero della vicenda attraverso le storie di quanti erano nel luogo del delitto, l´Ambassador Hotel di Los Angeles, nella tragica notte del 6 giugno del ‘68.
È sorprendente quanto il recente cinema americano di finzione si ispiri alla realtà più drammatica del passato e del presente, come l´uragano Katrina che Spike Lee ricorda nel documentario When the leeves broke. A requiem in four acts, un duro atto di accusa contro le autorità per i ritardi nei soccorsi. L´establishment Usa è sotto accusa anche in The U. S. vs. John Lennon, il documentario di David Leaf e John Scheinfeld sugli sforzi compiuti nel decennio dal ´66 al ´76 per mettere a tacere le battaglie civili della coppia Lennon-Yoko Ono.
Non che il cinema di fantasia sia più rassicurante. Amore e morte sono i temi di The fountain di Darren Aronofsky, tre storie parallele nell´arco di mille anni, un uomo che cerca di salvare la moglie da una malattia letale. È un mistery Inland empire di David Lynch con un donna sconvolta dall´incubo di venire uccisa, mentre The wicker man di Neil Labute è il remake di un horror del ´73 che parte dalla scomparsa di una ragazza in una piccola comunità remota. Ci sono un paio di commedie, la più tranquilla è The hottest state, esordio nella regia di Ethan Hawke su amori e sogni che s´intrecciano a New York, nerissima è Il diavolo veste Prada di David Frankel sui veleni e le crudeltà che si celano dietro allo sfavillante mondo della moda.
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È la star del momento, interpreta “The black dahlia” di De Palma
Johansson: io, femme fatale in un giallo alla Hitchcock
Non mi spaventa nulla, lavoro coi migliori talenti

SILVIA BIZIO

Nel noir The black dahlia di Brian De Palma, che apre il festival domani, Scarlett Johansson è la femme fatale che conquista i due detective della polizia di Los Angeles: Josh Hartnett (il suo attuale fidanzato) e Aaron Eckhart. A soli 21 anni, dunque appena maggiorenne per l´America, la Johansson brucia le tappe che la portano al divismo assoluto. Talmente precoce che lo scrittore James Ellroy (dal cui romanzo il film è tratto) si era inizialmente opposto alla sua presenza nel ruolo principale, ritenendola troppo giovane per poter interpretare una sirena anni 40 alla Lana Turner. Ma, dopo averla conosciuta di persona, Ellroy ha fatto rapida marcia in dietro.
Dopo le convincenti interpretazioni in “Match Point” e “Scoop” di Woody Allen (che non esita a definirla “sessualmente sconvolgente”), Scarlett è passata ai maglioncini d´angora e alle morbide capigliature stile Golden Era nel film di De Palma ispirato a un fatto di cronaca nera avvenuto a Los Angeles nel 1947: il brutale assassinio dell´aspirante starlet Elizabeth Short (detta la dalia nera), e l´indagine di due ex pugili diventati poliziotti. Kay Lake, il personaggio della Johansson, fila con Eckhart, poi va a letto con Hartnett. Il premio Oscar Hilary Swank appare nel ruolo di una sosia della Dalia.
«Pochi registi sanno mettere in scena la suspense e l´ossessione come De Palma», dice Johansson. «Lui è il nostro Hitchcock, forse anche più acuto e sicuramente dotato di un maggiore senso del rischio. Il film è soprattutto un giallo all´ennesima potenza. Non potrebbe essere più dark. È un´impietosa discesa negli inferi».
Non la spaventa la drammaticità del soggetto? «Non mi spaventa nulla», risponde l´attrice newyorchese, famosa da quando, a soli 13 anni – era il 1998 – venne scritturata per un ruolo centrale in “L´uomo che sussurrava ai cavalli” di Robert Redford, poi diventata figura di culto da “Lost in translation” in poi. E continua: «M´interessa piuttosto lavorare coi migliori talenti del cinema, quelli che hanno qualcosa da dire, anche quelli scomodi». È felice con Hartnett, di cui si è innamorata proprio sul set di The black dahlia? «Certo, ma questi sono affari miei», taglia corto lei con sapiente strizzatina d´occhio.

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