Dalla rassegna stampa Cinema

A Deauville il cinema «indie» targato Redford

…dieci titoli tra cui le opere prime Little Miss Sunshine,… nella sezione Les docs de l’Oncle Sam, nata da poche edizioni sull’onda del nuovo spazio offerto da Redford al documentario, con titoli di grande attualità quali Iraq in Fragments o The Story of Queer Cinema (sull’emergenza dei film …

SUNDANCE IN EUROPE. Il grande attore e regista americano gioca da «pigmalione»

È da 25 anni l’isola dei «saranno famosi». Isola montana, tra le nevi dello Utah. È lì, a Park City, che nel 1981, per sfida alla grande marmellata del cinema hollywoodiano e forse anche per scommessa con se stesso, ingrediente privilegiato del cinema formato business, Robert Redford ha deciso di creare un’alternativa alla Mecca in pellicola, offrendo spazio, strutture, sovvenzioni e un trampolino di lancio internazionale ai giovani desiderosi di osare. Il Sundance Film Festival, che nell’ultimo quarto di secolo ha contribuito all’affermazione di autori come i fratelli Cohen, Quentin Tarantino, Brian Singer e di film quali Sex, Lies and Videotape, Clerks, Phoenix Arizona, Blood Simple, Reservoir Dogs (sostenuti fin dalla fase dello script), celebra le nozze d’argento col suo fondatore e mecenate, che, a sua volta, ha appena festeggiato i 70 anni. Non nella sede ufficiale, ma in quella che da 11 anni ne è divenuta il trampolino d’oltre Atlantico, il bis europeo : il Festival de Cinéma Américain di Deauville, alla sua 32ma edizione (dal 1 al 10 settembre), che dal 1995 ha aperto una breccia intelligente nel diluvio di blockbuster rimbalzati dagli Usa, inaugurando la sezione competitiva, ristretta però alle sole prime e seconde opere, cioè nella quasi totalità ai nuovi autori scodellati dal Sundance. Festa di compleanno sobria ma proficua, nello stile di Redford, del Sundance e del concorso di Deauville, che quest’anno aggiunge alla rosa dei riconoscimenti ufficiali il Prix de la Révélation Cartier (new entry tra gli sponsor). Redford, rimasto con la compagna sulle montagne nel suo ranch di Sundance, ha mandato un sintetico messaggio, dove ribadisce l’amore per il buon cinema, non necessariamente made in Usa, e la ragion d’essere del Sundance Institut: « Incoraggiare gli artisti originali a raccontare le loro storie a modo loro. I nostri programmi di sviluppo riuniscono gli artisti in una comunità creativa dove sia possibile affinare i talenti, rischiare e innovare ». A beneficio del pubblico, che può così «scoprire film indipendenti davvero temerari ». Iniziativa in totale controtendenza, dunque, rispetto a un sistema che «con i suoi condizionamenti finanziari rende vulnerabili anche i più influenti storytellers del nostro tempo, cineasti e drammaturghi: troppo spesso agli artisti indipendenti si chiede di fare concessioni, di preferire la prevedibilità all’unicità, il profitto alla sfida». Sia il Sundance che, di rimbalzo, Deauville (cui Redford riconosce l’adesione alla stessa «filosofia» cinematografica) intendono favorire gli autori veri, non ancora compromessi, perciò ancora «capaci di provocarci, ispirarci, stimolare la nostra curiosità, allargarci l’orizzonte e, alla fine dei conti, creare nuovi legami tra gli uomini». Redford, vecchio ragazzo dal fascino intatto, appena un po’ impolverato, non scende dalle montagne. Ma dallo Utah approda sulle coste della Normandia la covata 2006 del cinema indipendente americano, distribuito lungo i dieci giorni del Festival francese : non solo nel concorso (dieci titoli tra cui le opere prime Little Miss Sunshine, Thank you for smoking, The Oh Oh Ohio con la deliziosa Parker Posey, antica scoperta del Sundance e di Deauville), ma anche nella sezione Les docs de l’Oncle Sam, nata da poche edizioni sull’onda del nuovo spazio offerto da Redford al documentario, con titoli di grande attualità quali Iraq in Fragments o The Story of Queer Cinema (sull’emergenza dei film gay e lesbici, ora al centro della polemica sul neonato premio alla Mostra di Venezia) o il ritratto musicale di Neil Young, Heart of Gold di Jonathan Demme, anticipato in Italia alla quarta edizione del «Cinema e-è lavoro» di Terni. Al cinema indipendente, e al suo lungimirante ‘padrino’, il festival francese riserva anche una festa tutta sua, con un omaggio che ripercorre alcune pietre miliari della sua storia recente, da Copland di James Mangold a Pi di Aronofsky, a Boys don’t cry di Peirce, a The Laramie Project di Kaufman: con, il 5 settembre, una serata-evento, alla presenza di John Cooper, seguita dall’anteprima di The Architect di Matt Tauber, film-denuncia di degradi sociali e speculazioni edilizie, che ha per protagonisti Anthony La Paglia e Isabella Rossellini, la nostra diva americanizzata che, in America, è da sempre dalla parte del cinema più nuovo, rischioso, scomodo, antidivistico: in una parola, indipendente.


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