Dalla rassegna stampa Cinema

James Ellroy racconta la sua Dalia Nera da cui è tratto il nuovo film di De Palma

Brian De Palma ha saputo narrare la vicenda con grande sapienza e senso dello spettacolo – Sono felice che il mio romanzo sia diventato un film. Quella storia è un´ossessione per la società americana

Così incontrai L´orrore
Il terribile delitto gli ricordava l´assassinio di sua madre, uccisa dopo uno stupro
Da ragazzino lesse la storia di un´attrice fatta a pezzi in un parco di Los Angeles

NEW YORK

Il rapporto di James Ellroy con la Dalia Nera risale a quando il futuro scrittore aveva soltanto undici anni. Dopo il divorzio dei genitori, il piccolo James venne affidato alla madre, la quale si trasferì a vivere ad El Monte, uno dei sobborghi più poveri e squallidi di Los Angeles, e lì venne stuprata e uccisa da un assassino che non è mai stato individuato. Ellroy, che ha cercato di esorcizzare il tragico episodio in tutti i suoi libri, ed in particolare nell´autobiografico I miei lati oscuri, tornò a vivere con il padre, che per il suo compleanno gli regalò The Badge (il distintivo), una storia romanzata della polizia di Los Angeles scritta da Jack Webb, il creatore della serie Dragnet.
Tra i tanti casi raccontati nel libro, Ellroy rimase sconvolto dalla storia di Elizabeth Short, la ragazza venuta ad Hollywood da un paesino del Massachussets con il sogno di diventare una star, che riuscì a partecipare solo a qualche film porno e venne poi trovata uccisa, con il corpo tagliato in due parti, negli spiazzi incolti di Leimert Park. La terribile vicenda della Dalia Nera (era il soprannome che la Short si era dato in omaggio al film Blue Dahlia con Veronica Lake) era avvenuto soltanto pochi anni prima, e in quella storia di squallore, corruzione ed efferata violenza, che rimase irrisolta come quello della madre, il giovanissimo Ellroy capì quanto fosse sottile il confine tra sogno ed incubo per coloro che vivono nel grande nulla della città degli angeli. La vicenda della Dalia Nera divenne poi uno dei suoi romanzi più memorabili (è in uscita una nuova edizione per Mondadori), ed è oggi diventato un film, diretto da Brian De Palma, che inaugurerà la mostra del cinema di Venezia.
«Sono molto felice che il libro sia diventato un film, ed ancora più felice che lo abbia diretto un regista della qualità De Palma», racconta mentre sta preparandosi per il viaggio in Europa, dove seguirà la presentazione della pellicola. «Mi ha colpito la personalità della regia che è riuscita tuttavia a rispettare la vicenda che avevo raccontato».
Come ha reagito agli inevitabili cambiamenti imposti dall´adattamento?
«Più che di cambiamenti parlerei di semplificazioni nella costruzione drammaturgica, ed in particolare nel triangolo di passioni che si instaura tra i tre protagonisti. Ma ritengo che queste semplificazioni siano stati trattate con grande sapienza e senso dello spettacolo».
Dalia Nera è l´ennesimo adattamento da un suo romanzo, dopo LA Confidential e Cop. Nel momento in cui una sua storia diventa un film chi ne è l´autore: il regista, lo scrittore, lo sceneggiatore o il produttore?
«Credo che in un film ognuno di questi personaggi non potrebbe esistere senza l´altro. A differenza della scrittura il cinema è un´esperienza collettiva, che a volte riesce a diventare arte. Per quanto riguarda quest´ultimo adattamento io sono l´autore della storia, dei personaggi e del contesto drammatico, ma De Palma è il responsabile di tutto ciò che è immagine, che nel cinema ovviamente è fondamentale».
La vicenda della Dalia Nera ha ispirato anche True Confessions di John Gregory Dunne da cui è stato tratto L´assoluzione.
«Preferisco non parlare di altri film o libri. Mi limito a sottolineare come la vicenda abbia rappresentato e continui a rappresentare un´ossessione per la società americana, e quindi per coloro che sentono la necessità di raccontarla».
Lei ha definito la Dalia Nera «un fantasma e una pagina bianca sulla quale immortalare le nostre paure ed i nostri desideri». E guardando il ritratto sorridente di Elizabeth Short ha parlato di una «Monna Lisa del dopoguerra» e della «quintessenza di Los Angeles».
«E´ esattamente quello che stavo cercando di evidenziare: il caso della Dalia Nera è il primo omicidio amplificato e rielaborato dai media. Era il 1947, e all´epoca cominciavano a circolare le prime televisioni, in un mondo dei media ancora dominato dalla radio. Il caso divenne un evento sensazionale per via della sua inaudita violenza, ma anche per quello che suggeriva sul mondo di Hollywood. Ancora adesso della vicenda di Elizabeth Short sappiamo ben poco, e gran parte di quello che è successo viene lasciato alla nostra immaginazione».
La leggenda vuole che al suo arrivo ad Hollywood la Short sia diventata amica di Norma Jean Martenson, un´altra ragazza piena di sogni ed ambizioni che avrebbe poi cambiato il nome in Marilyn Monroe.
«E´ una storia che ho sentito circolare, ma alla quale non ho mai dato molta credibilità. Non siamo in grado di poterlo escludere con assoluta certezza, ma credo che si tratti di uno dei tanti miti che sono fioriti a ridosso di un evento sconvolgente al punto da generare leggende parallele che ad esso si intrecciano cercando di amplificarne ulteriormente la portata e di offrirne una coerenza di tipo mitologico».
Dopo la sua morte, la stampa cominciò ad accanirsi anche con la vittima, raccontando di orge e festini a base di droga che nella realtà non vennero mai dimostrati.
«Il primo comandamento per qualunque giornale è quello di vendere più copie. Detto questo, l´accanimento nei confronti della vittima non è certamente una novità. Successe anche nel caso dell´omicidio di Sharon Tate. È un atteggiamento che obbedisce alla stessa logica di cui parlavamo prima: creare nuove leggende con il fine di ingrandire la storia».
Ci sono state ben due persone che hanno dichiarato di aver risolto il caso attribuendo la responsabilità del crimine al proprio padre: è il caso di Steven Hodel e di Janice Knowlton che nel 1995 scrisse un libro intitolato Daddy was the Black Dahlia killer.
«È certamente raggelante che due persone abbiano accusato il proprio padre, ma l´elenco di persone che hanno sostenuto di aver risolto il caso è sconfinato. C´è stato perfino un momento in cui circolava la voce che fosse stato Orson Welles. Ovviamente si trattava di una supposizione ridicola, anche perché Welles in quel periodo era troppo impegnato a portarsi a letto Rita Hayworth. Devo dire che da scrittore non ho mai seguito queste ricostruzioni, ed ho cercato solo di raccontare cosa abbia rappresentato quel crimine all´interno di quella società».
Ritiene che ci sia qualcosa di peculiare nella violenza della societa´ americana?
«La violenza è una caratteristica di ogni uomo, non degli americani. Non credo quindi che ci sia qualcosa di particolare, se non forse il carattere ancora giovane del nostro paese».
Lei è ossessionato dai delitti irrisolti, ma nello stesso tempo è un grande fan della polizia di Los Angeles.
«Le due cose non si escludono. La polizia è fatta da uomini che possono fallire. Ma seguendo il loro lavoro, ne ho sempre ammirato la dedizione ed il coraggio di sporcarsi le mani».
Lei attribuisce molta importanza ai suoi titoli, sempre estremamente evocativi come Sangue sulla luna, Perché la notte e Il Grande nulla.
«Mi sforzo costantemente di trovare qualcosa di provocatorio, che suggerisca il tono ed il senso della storia, e forse dica sin da quelle prime parole cosa penso della vita».

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