Dalla rassegna stampa Cinema

Sundance, un talent-scout di festival

CINEMA Sta per arrivare nelle nostre sale «Quincanera», storia di un’iniziazione adolescenziale tra i latinos di Los Angeles: l’ha lanciata il Sundance Festival, quello creato nello Utah da Redford per scovare nuovi talenti e fatto con ragazzi volontari

Los Angeles – È una piccola storia quella raccontata da Quinceañera, che uscirà il 1° settembre in Italia. Una pellicola senza regista famoso, senza star hollywoodiane, con il solo merito di essere piaciuta a tutti, lo scorso gennaio quando ha debuttato al Sundance Film Festival di Park City, il festival del cinema indipendente che Robert Redford ha voluto sulle montagne dello Utah, lontano dal clamore di Hollywood proprio per dar spazio ai bei film che con la polvere di stelle hanno poco a che fare. Quinceañera ha vinto al Sundance sia il premio della critica che quello del pubblico. Non accade spesso e quando accade il consiglio è quello di andare a vedere il film, perché il Sundance spesso ci azzecca. Nel suo curriculum i successi sono infatti numerosi: uno dei primi fu Le Iene, che Quentin Tarantino produsse proprio sulle montagne dello Utah grazie alla fondazione creata da Redford, poi vennero Sex Lies and Videotapes che nel 1989 lanciò Steven Soderbergh, Blood Simple – Sangue facile, esordio dei fratelli Coen, Todd Haines, premiato nel 1991 con Poison, Memento di Christopher Nolan, Blair Witch Project, Full Monty, In the Bedroom e persino L’ultimo bacio di Gabriele Muccino che incontrò qui il pubblico americano e che vinse il premio della giuria popolare.
Quinceañera è la rivisitazione americana del «kitchen sink drama» (il cosiddetto «dramma dell’acquaio» creato dal cinema inglese degli anni ’50 e ’60 che raccontava storie di coraggioso realismo quasi sempre ambientate in vecchie cucine della working class britannica) arricchito dei temi, attuali, delle tensioni razziali, delle turbe adolescenziali e dell’emarginazione in una Los Angeles che non lascia spazio a chi non è dei «winners», dei vincitori (sempre ricchi, bianchi e col fuoristrada). Quinceañera è il tipico prodotto del Sundance Film Festival. Il nome gli deriva dal personaggio che Redford interpretò in uno dei suoi film più famosi Butch Cassidy: Sundance. E Sundance fu battezzata una tenuta di 2800 ettari acquistata su queste montagne di neve e Mormoni.
In principio fu un’operazione di salvaguardia ambientale, l’attore voleva tutelare queste terre dalla speculazione edilizia. In seguito creò un laboratorio per la sperimentazione artistica. Nacque così, nel 1981, il Sundance Film Institute e, una decina di anni dopo, l’omonimo festival. Redford da allora ne è il presidente e la sua non è affatto una carica onoraria. Ogni anno lui, il direttore esecutivo Kenneth Brecher e il direttore artistico Geoffrey Gilmore, insieme a una ventina di collaboratori e a un migliaio di giovani volontari (occorre solo avere 21 anni, passione per il cinema e un bel po’ di tempo libero) organizzano quello che è considerato l’unico vero festival del cinema in terra americana. Lo scorso luglio è iniziata la raccolta delle domande per partecipare all’edizione del 2007, la ventiseiesima. I film, è questa l’unica regola autoimposta dagli organizzatori, non devono essere scelti per il nome dei registi e degli attori nel cast «Quando la gente mi presenta un film e mi dice: “E poi verrà Tizio!” – racconta Redford – semplicemente non mi interessa, non sono le star il nostro obiettivo».
Vero è che, se agli esordi il Sundance era riservato solo ai giovani registi in cerca di un’audience e, possibilmente di un distributore nelle sale, negli anni si è trasformato, è cresciuto, ha portato alla scoperta di registi di talento, ha attratto un sempre più alto numero di potenziali acquirenti, di pubblico e di celebrità. Se vent’anni fa per le strade innevate di Park City si aggiravano solo cinefili e scopritori di talenti, ora non c’è angolo che non brulichi di paparazzi, ansiosi di incontrare Ben Affleck, Jennifer Lopez, Keira Knightley, eccetera. Non a tutti piace questa nuova piega. Coloro che amano il cinema indipendente ironizzano parlando di «Hollywood on Ice», ma il Sundance rimane un appuntamento importante per il cinema d’autore. «Il festival è cambiato – dice il direttore Geoffrey Gilmore – ma non nel senso descritto dai nostri detrattori. È sempre un luogo di frontiera e di scoperta, un luogo di incontro fra registi e pubblico, fra grandi nomi e emeriti sconosciuti».
È forse per questo che un film come Quinceañera è riuscito ad arrivare al pubblico. Il film racconta di Magdalena, interpretata da Emily Rios, quasi quindicenne di Echo Park, quartiere degradato ma in via di «riscossa immobiliare» di Los Angeles. Magdalena è un’adolescente come le altre: i suoi pensieri sono per il fidanzatino e per il vestito che indosserà nel giorno della sua Quinceañera, la tipica festa di tradizione latino-americana che segna il passaggio all’età adulta, ma Magdalena prima della festa rimane incinta. Buttata fuori di casa, va a vivere insieme a uno zio e a un cugino ma la nuova strana famiglia si trova presto a dover affrontare un dramma in più: lo sfratto. Gli autori del film, Richard Glatzer e Wash Westmoreland, non sono professionisti ma fotografi che hanno deciso di raccontare una storia vera: «Tutto è iniziato quando siamo stati ingaggiati per il servizio fotografico della festa dei quindici anni della mia vicina di casa. – racconta Glatzer – La festa era a giugno, mi fu chiesto a gennaio: sei mesi di preparazione. Quella festa è un grande evento per la comunità messicana, è una celebrazione di origini pagane, retaggio della civiltà azteca, nella quale i 15 anni erano considerati l’età di passaggio dall’adolescenza alla maturità di una donna. Tutto questo è ancora vivo nella Los Angeles del 21° secolo e volevamo farlo sapere». Non si tratta di una storia capace di fare milioni al botteghino: Hollywood avrebbe storto il naso, Park City era entusiasta.

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