Dalla rassegna stampa Cinema

Valentino, icona del macho-gay

Ottant’anni fa moriva, appena trentaduenne, il «più grande amatore del mondo»

Alla sua scomparsa milioni di donne lo piansero affrante

Che ci piaccia o no parte della responsabilità di essere considerati nel mondo dei latin lover la dobbiamo a lui; a Rodolfo Valentino morto ottanta anni fa (il 23 agosto del 1926 a 32 anni) per una peritonite acuta.
Da parte sua però l’uomo più bello e fascinoso del cinema muto aveva messo durante la sua breve vita più di una pietra per consolidare questa fama in un’America di inizi secolo che vedeva nella sua bellezza mediterranea qualcosa di esotico, il fascino proibito e morboso dello straniero, dell’altro.
Che poi il «più grande amatore del mondo», così lo chiamavano, preferisse gli uomini alle donne è una cosa che ha preso connotati precisi solo più tardi, post mortem, quando il suo mito era già bello e consolidato. Dunque nessun problema per il mondo femminile.
Non molto alto, capelli scuri lisci e impomatati, sguardo da tombeur, Rodolfo Valentino, al secolo Rodolfo Pietro Guglielmi, nato il 6 maggio 1895 a Castellaneta (Taranto), non immaginava certo quello che gli avrebbe riservato il futuro quando a soli 15 anni dal suo piccolo paese approda in Francia dove frequenta l’ambiente del ballo e lo chansonnier Claude Rambeau. Dopo tre anni, a fine 1913, la voglia di arrivare lo spinge molto più lontano, fino a New York.
Nella Grande Mela sta quattro anni dividendosi fra vari lavoretti normali e non come il giardiniere, il gigolò e la danza (specialmente il tango). Nel 1917 si sposta a Hollywood. Qui debutta al cinema come comparsa danzante in «Alimonia» (1917) e poi in alcuni ruoli più consistenti tutti nel ruolo di cattivo.
È un ricattatore in «L’avventuriero» (1920), perfido seduttore in «Sfortunato» e ancora danzatore e malvivente in «Il ladro di perle» e spregiudicato in «Occhi della giovinezza».
Dopo il primo matrimonio con Jane Acker, nel 1919, durato poche ore (esattamente sei), arriva per Valentino l’incontro determinante con June Mathis, capo sceneggiatrice alla Metro. Fu lei che creò per Rudy il ruolo del seduttore latino Julio nei «Quattro cavalieri dell’Apocalisse» che lo sdogana dai ruoli di malvagio, ma anche il torero implacabile di «Sangue e arena» e lo studente innamorato in «La signora delle camelie».
L’attore divenne ben presto il protagonista dei più grandi successi del cinema muto hollywoodiano con film come «Lo sceicco», «Sangue e arena», «Aquila nera» e «Il figlio dello sceicco» diventando oggetto di desiderio collettivo e suscitando anche l’insofferenza del pubblico maschile.
Un’insofferenza culminata nel 1922 con la pubblicazione sulla rivista Photoplay dell’anonimo «Song of Hate», una canzone d’odio contro di lui e piena di insinuazioni sulle sue vere preferenze sessuali. Voci, quella della sua omosessualità che vedevano nei suoi due matrimoni con Jean Acker e con Natasa Rambova solo una ipocrita copertura.
Uno dei molti libri che sguazzano sulla sua omosessualità è «Valentino, a Dream of Desire» a firma di David Bret. Secondo Bret, Rudy era «gay per inclinazione naturale e bisessuale per convenienza finanziaria» e fu iniziato agli amori omosex proprio a quindici anni a Parigi dove frequentò l’ambiente del ballo e lo chansonnier Claude Rambeau.
Anche al suo arrivo a New York ebbe un’avventura con il miliardario Cornelius Bliss che l’aveva assunto come giardiniere e poi divenne un “gigoloò” nel ristorante Chez Maxim’s vendendosi a uomini e donne.
A Los Angeles poi era assiduo frequentatore del club omosessuale «Torch» dove si recavano registi e attori alle prime armi, tra cui Gary Cooper. A Hollywood l’attore infine, sempre secondo la biografia di Bret, ebbe delle storie con almeno due registi (Joe Maxwell e Paul Powell), ma il suo primo importante amore non mercenario fu con un cineoperatore, Paul Ivano, a cui rimase legato fino alla fine.
Alla sua morte comunque milioni di donne lo piansero affrante in un moto di isteria planetaria. Tre donne si suicidarono alla notizia delle sua scomparsa e per molti anni, nell’anniversario della sua morte, una misteriosa dama tutta vestita di nero ha deposto i fiori sulla sua tomba. Nessuno è mai riuscito a capire chi fosse.

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