Dalla rassegna stampa Cinema

Capitan Depp: "Torno pirata per i miei figli"

…A un certo punto i produttori della Disney hanno pensato che stavo rovinando un personaggio “da bambini” trasformandolo in un ubriacone, per di più gay. Alla fine siamo arrivati al bivio: o mi licenziavano o si fidavano di me…

Per il sequel dei “Pirati dei Caraibi” l’attore indossa di nuovo i panni di Jack Sparrow. E ai fan che lo accusano di essersi venduto alle major lui ribatte dichiarandosi, al contrario, molto coraggioso. Ma soprattutto fedele ai gusti dei suoi due pargoli.

“Metà pirata, metà artista”, proprio come cantava tanti anni fa Georges Moustaki. Bandana, orecchini, occhi bistrati, denti d’oro, tatuaggi: col suo sorriso da schiaffi è sulle copertine di tutti i giornali di cinema, ma anche su quella del diffuso settimanale d’informazione Newsweek, e di Rolling Stones, voce della controcultura.
Nel 2003 il film Pirati dei Caraibi – La maledizione della prima luna, pellicola ispirata a una delle attrazioni del parco di divertimenti Disneyland, aveva resuscitato un genere dato per stracotto: 305 milioni di dollari di incasso solo in America. Ora negli Usa è appena uscito il sequel che in dieci giorni ha guadagnato 258 milioni, record di tutti i tempi.

Pirates of the Caribbean 2 – Dead man’s chest (in Italia si intitolerà La maledizione del forziere fantasma e uscirà il 13 settembre) viaggia più veloce di Star wars, Spiderman, Il Signore degli Anelli. E fra un anno sarà pronto il terzo film della serie, Pirates of the Caribbean: at world’s end, per buona parte già girato in contemporanea col secondo.
A 43 anni, dopo una vita da ribelle e outsider, Johnny Depp è diventato all’improvviso un divo di Hollyowood (per i due sequel ha guadagnato 35 milioni di dollari), anche se ormai vive in Francia con la sua compagna, l’ex cantante Vanessa Paradis, e i due figli, Lyly-Rose e Jack, 7 e 4 anni. Col suo debole per i personaggi un po’ fuori di testa è un idolo globale: piace alle donne, agli uomini e ai bambini.

È il primo sequel della sua carriera. Cosa aveva il capitano Jack Sparrow di diverso dai suoi precedenti personaggi da farle venire voglia di rivisitarlo?
Mi sembrava una missione non ancora portata a termine. Con un tipo del genere le possibilità sono infinite, nei suoi panni mi sento un esploratore. E confesso che mi diverto tanto che mi sembra strano essere pagato. Riprenderei volentieri anche Edward mani di forbice: l’ultimo giorno sul set ho pianto all’idea che non lo avrei più rivisto.

Si aspettava il successo di “Pirati”?
Non è questo il motivo per cui scelgo i film. Mai accettato per il miraggio degli incassi. La domanda che mi pongo è: cosa non ho mai fatto? Cos’è che mi fa crescere come attore?

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Dovrebbe dirlo a quei fan che su internet l’hanno accusata di essersi venduto. Giudicano “I pirati dei Caraibi” solo un’operazione commerciale.
Chi mi conosce sa che parole come commerciale non significano niente per me. Per vent’anni da questo punto di vista sono stato un attore di chiaro insuccesso. Ho fatto film cosiddetti artistici, amati dai critici, ma che per i canoni finanziari di Hollywood erano da considerarsi flop.
I pirati dei Caraibi è nato da un impulso, non da un ragionamento: avevo passato due anni a vedere cartoni animati con mia figlia e mi piaceva quel mondo anarchico in cui i personaggi non sono sottoposti alle limitazioni fisiche e psicologiche di noi attori. Alla Disney ho detto che avrei doppiato uno dei loro film animati con la Pixar.
Mi hanno risposto che volevano produrre un film basato su Disneyland. “Pirati con bandana e spade?” ho chiesto. “Certo”. “Ok, accetto”. La mia agente era stupefatta: non c’era ancora nemmeno la sceneggiatura. Diciamo che sono stato fortunato, ma anche coraggioso.

E ora cosa succederà a Johnny Depp. Diventerà un divo in piena regola?
No, perché ho avuto vent’anni per abituarmi all’idea che il successo non dipende dai soldi che guadagni o fai guadagnare. E so benissimo che trappola può essere. A 14 anni girai una serie tv molto popolare, Jump street, e imparai che vieni venduto al pubblico come il personaggio che interpreti. E devi comportarti come lui, sempre e comunque.

È vero che ora sceglie i film anche in base ai gusti dei suoi figli?
Li tengo presenti. Non voglio che si vergognino di quello che fa il padre. Ma non sono tutto il mio pubblico, altrimenti sarei già un supereroe. Ora sono nel periodo comics, a casa non si parla che di Spiderman e di Justice league. Ma non penso che stavolta la darò vinta ai miei figli: non voglio indossare una calzamaglia a 43 anni.

In questa seconda puntata dei “Pirati” lei accentua l’aspetto comico. A chi si è ispirato per le sue gag?
Oltre che i cartoon ho studiato le comiche mute di Charlie Chaplin e Buster Keaton. Soprattuto il loro tempismo, la maniera di recitare senza battute.

Non è stato questo uno dei motivi per cui ha rischiato il licenziamento?
Sarò un irresponsabile, ma lo trovo un episodio molto divertente. A un certo punto i produttori della Disney hanno pensato che stavo rovinando un personaggio “da bambini” trasformandolo in un ubriacone, per di più gay. Alla fine siamo arrivati al bivio: o mi licenziavano o si fidavano di me.

Lei mostra l’entusiasmo di un ragazzino. Da dove le viene?
Probabilmente è ignoranza. O forse sono stupido. Oppure ormai vedo il mondo con gli occhi dei miei figli.

Che cosa ha trovato in Francia che non aveva in America?
La bellezza della cultura e della storia. E il fatto che il cinema non sia solo un prodotto, ma anche un’arte con grande rispetto per regista e scrittori. E poi il vino è buonissimo.

Ha tifato per la Francia ai Mondiali?
Ero lontano per promuovere il film. L’ultima volta che ho seguito un Mondiale è stato nel 1998. Avevo scommesso con Hunter S. Thompson sul risultato.
Avevo detto Francia, ed è stata l’unica volta che ho vinto una scommessa con lui. Lo devo ricordare quando fra poco riprenderò il suo personaggio (era già stato lo scrittore in “Paura e delirio a Las Vegas”, ndr) nel film The rum diary, tratto da un suo romanzo ampiamente autobiografico.

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