Dalla rassegna stampa

NIGHT & GAY: STUDIO UNIVERSAL PRESENTA PARIS IS BURNING

Nuovo appuntamento con “Night & Gay”, il ciclo di film dedicato alle tematiche omosessuali trasmesso in occasione delle celebrazioni del Gay Pride….

COMUNICATO STAMPA Studio Universal

Nuovo appuntamento con “Night & Gay”, il ciclo di film dedicato alle tematiche omosessuali trasmesso in occasione delle celebrazioni del Gay Pride. L’appuntamento in onda su Studio Universal (Canale 320 di Sky), ogni venerdì di luglio in seconda serata, ha come protagoniste assolute le Drag Queens. I titoli:

• Venerdì 7 alle 23.05 “Paris is Burning” (USA 1990) di Jennie Livingston
Un viaggio attraverso le comunità gay nere e latine di New York alla scoperta del trascinante ritmo del voguing, il ballo reso famoso da Madonna, di cui molti hanno sentito parlare ma molto pochi ne conoscono le complesse radici. Ad introdurre il film un Focus con un’intervista esclusiva alla regista.

• Venerdì 14 alle 22.50 “A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar” (USA 1995) di B. Kidron con W. Snipes e P. Swayze

• Venerdì 21 alle 23.05 : “Stonewall” (USA 1995) di Nigel Finch con Guillermo Díaz , Fred Weller, Duane Boutte e Bruce MacVittie

• Venerdì 28 a partire dalle 23.10 maratona dei tre titoli.

Il ciclo “Night & Gay” sarà inoltre proiettato sugli schermi del Gay Village 2006, Parco delle cascate – Laghetto dell’EUR a Roma, giovedì 6 (Paris is Burning), 13 (A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar) e 20 luglio (Stonewall) alle 22.00.

“PARIS IS BURNING”

Da non confondersi innanzitutto con “Is Paris burning?” del ’66, un film con grandi nomi, da Jean Paul Belmondo ad Alain Delon e Kirk Douglas, e con una storia passata alla storia, quella del ritiro nel ’44 delle truppe tedesche da Parigi occupata.
“Paris is burning”, per volontà o per destino, con quel film divide solo le parole del titolo. Per il resto va a scavare nei sotterranei della New York gay/drag latina e afro americana degli anni ‘80 e i nomi degli interpreti, alcuni dei quali hanno passato la barriera del tempo, non li conosce praticamente nessuno. E d’altro canto i nomi veri non li hanno mai usati neppure loro.

Sono Junior Xtravaganza, Venus Xtravaganza, Pepper LaBeija, Octavia St. Laurent, Dorian Corey e molte altre le star di questo mondo del “Voguing”, il ballo che solo la canzone di Madonna dell’anno successivo all’uscita del film (1991) ha portato alla ribalta mondiale. La regista Jennie Livingston ha documentato questo fenomeno nel suo film del 1990 dipingendo un ritratto che un articolo del New Yorker Magazine del 25 marzo ’91 definisce “vitale, intelligente, esplorativo”.

Il film, sostanzialmente sconosciuto in Italia, ha vinto dopo l’uscita negli Stati Uniti un importante numero di riconoscimenti tra i quali il Teddy del Festival di Berlino come miglior documentario, il Gran Premio della Giuria del Sundance Film Festival, il Golden Space Needle del festival di Seattle e, forse ancora più significativo, il Premio del pubblico al Festival Internazionale di Cinema gay e lesbico di San Francisco.

Ad introdurlo, uno speciale realizzato dal Canale sul film con contributi esclusivi e la testimonianza della regista Jennie Livingston.

“Sono stato un uomo, e sono stato un uomo che ha emulato una donna. Non sono MAI stato una donna”. Pepper La Beija

Paris is burning esamina ironicamente i rituali propri di una subcultura urbana americana, quella delle sale da ballo gay di New York (e più esattamente di Harlem), fornendo un quadro estremamente interessante per tracciare un’approfondita analisi sociologica.
Praticamente ogni atteggiamento di questa comunità derelitta non fa altro che imitare i valori assunti dalla borghesia bianca ed eterosessuale dalla quale si sentono totalmente emarginati.
Le drag queens di Paris is burning aspirano a replicare il mondo dei potenti così come li vedono nei film, in televisione, sulle riviste patinate. Nelle loro sale da ballo arrivano vestite con gli abiti che rappresentano forza, successo, sensualità, secondo gli stereotipi blindati di un’identità sessuale certa e sicura. La telecamera le segue, donne eleganti e alla moda strette nei loro abiti replicati dagli stilisti più famosi mentre ancheggiano come modelle sulle passerelle di una sfilata o mentre impersonano uno studente di college, o un militare impettito, un aristocratico pronto per una crociera o per la caccia alla volpe o ancora un elegantissimo business man di Wall Street.

Il criterio di valutazione mentre ballano sulla pista è quello dell’attinenza dell’immagine alla realtà, della “realness” come si dice in gergo: ogni drag che compare in questo film è il prodotto di una estenuante quanto scrupolosa ricerca della perfezione nell’imitazione.

E’ interessante individuare i paradossi del mondo descritto da Paris is burning, o cogliere i meccanismi del rapporto tra realtà e artificio, il linguaggio dello stile o la relazione tra cultura di strada e cultura ufficiale o ancora i meccanismi per i quali i valori dominanti di una società vengono assorbiti anche da coloro che proprio da quella società vengono esclusi.

Attraverso le modalità con le quali vengono descritte in modo tanto crudo quanto comico le competizioni sulla pista da ballo, Paris is burning (che è anche il nome di uno dei balli principali) riesce a raccontare una storia affascinante sulle differenze generazionali. Uno degli aspetti più importanti della subcultura del ballo, quello che peraltro gli da vitalità in quanto comunità, è che i suoi membri sviluppano una vera e propria forma di organizzazione sociale: ciascun membro della comunità appartiene ad una specifica “Casa”, una specie di famiglia allargata. All’interno di queste “Case” si crea quindi una struttura gerarchica, dove i membri più giovani sono chiamati “le ragazze”, i più esperti (in quanto hanno già vinto premi nel corso delle competizioni di ballo) acquistano il titolo di “leggende” mentre gli anziani, le autorità indiscusse, sono “La madre” o “Il Padre” della Casa.

Seguendo la ripartizione dei ruoli tipica del clan, all’interno della Casa i più anziani rappresentano la voce della prudenza e della moderazione, anche se nel mondo del Voguing l’approccio conservatore delle “Leggende” si esprime sotto forma di ostentata vistosità o di una esagerata effeminazione vecchio stile.

E’ proprio in questa veste che compare per primo nel film Pepper Labeija, mentre sale fluttuando sulla pista da ballo avvolto nel suo stravagante abito d’oro. La regista lo riprende durante la performance ma taglia corto e passa su di lui a casa, un uomo ben tenuto di mezza età che veste abiti maschili. Guarda dritto nella camera e dice: “Mi stai chiedendo di dirti chi sono?”. Lo dice con una voce il cui tono è così carico di tedio e sarcasmo allo stesso tempo che è facile intuire l’eccessiva ingenuità di chi a pensato di poter chiudere questo personaggio in una definizione.
Risponde con l’equivalente militare del nome, grado e numero seriale: “Sono Pepper Labeija, la Madre leggendaria della Casa di Labeija”.

Nelle sue parole si coglie l’esperienza di chi ha imparato a tenere una distanza tra le performance e la vita reale, tra il gusto dello show e la finzione dei personaggi, un distacco che si potrebbe trovare in un consolidato istrione shakespeariano.

Solo più avanti nel film Pepper concede un’ ulteriore apertura sul suo personaggio e dice: “Sono stato un uomo, e sono stato un uomo che ha emulato una donna. Non sono MAI stato una donna”. Una sorta di monito per le nuove generazioni, per quei “ragazzi” che sembrano aver preso la “realness” troppo sul serio, portandola ai limiti estremi e in qualche modo pericolosi.

Qualcuno di loro infatti ha già provveduto all’applicazione di un seno artificiale, altri sono arrivati al cambio del sesso e tutti quelli che non possono ancora sognano di potersi permettere un giorno queste trasformazioni, pensando di riuscire a riguadagnare un posto nella società ufficiale non come drag di talento ma come donne vere.

Vediamo una di loro, Octavia della Casa Saint Laurent, mentre nervosamente partecipa alla gara per l’elezione della Super Model dell’anno e poi un’altra, che ha preso il nome di Venus Xtravaganza, ed entrambe rispondono alle interviste con una incalzante litania di
“I wanna be – Io voglio essere…”, ossessivamente concentrate sulle loro fantasie che sono divenute i loro obiettivi, oltrepassando la linea di demarcazione tra quello che è lo sforzo di creare un’illusione e la convinzione che l’illusione possa diventare vita reale.

Sono queste ragazze che hanno cancellato dal Voguing l’umorismo e la consapevolezza tipiche del classicismo drag delle leggende, che hanno tolto al ballo quell’alone protettivo di ironia senza il quale la leggenda Pepper non può più sopravvivere.

Emerge quindi il conflitto generazionale di cui si diceva, ma lo spettatore lo percepisce senza traumi; sia la regista Livingston che il montaggio di Jonathan Oppenheim fanno si che il tono riflessivo delle interviste sia sempre miscelato con sapiente equilibrio alle esilaranti esibizioni sulle piste da ballo, che il contrasto tra il pathos di alcune affermazioni e l’esuberanza sfrenata di alcune scene si componga naturalmente nella mente dello spettatore, probabilmente anche molto tempo dopo la visione.

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