Dalla rassegna stampa Cinema

Q. Allan Brocka ci parla di "Boy Culture"

…Essere un regista gay può suscitare un sacco di critiche. La comunità stessa spesso ti sostiene solo perché c’è una esigua storia di rappresentazioni gay positive e realistiche nel repertorio del cinema gay…

Q. Allan Brocka si è messo a fare film sexy e divertenti con l’obiettivo primario di intrattenere il proprio pubblico. La mancanza di pathos, di sensi di colpa, o di finali infelici può irritare qualcuno, altri però possono accogliere positivamente una nuova generazione di uomini gay che non hanno paura di abbracciare un concetto di sessualità gay e il diritto di avere un finale sereno e romantico.
Il primo film di Brocka, l’acclamato “Eating Out”, fu una commedia proiettata ai film festival LGBT di tutto il mondo. Brocka sta bissando questo successo con un adattamento della novella l’adattamento della novella di Rettenmund “Boy Culture” del 1996, una commedia incredibilmente sexy e divertente su una marchetta di Seattle e la sua incapacità di crescere e prendere impegni.
Come sei arrivato al romanzo “Boy culture” ?
Il testo me la fece conoscere Phillip Pierce (Il co-autore) con l’idea di adattarlo. Pensai che potesse diventare un grande film. Il libro è fatto di 23 capitoli pieni di storie piene di sesso esplicito, ma va anche oltre a questo. C’è un ventaglio di emozioni, con tantissimi personaggi e situazioni interessanti, ed è molto aperto ad una interpretazione visiva. Ma la cosa più importante è la voce del personaggio principale, il monologo nella sua mente e le osservazioni che fa, che sono molto vicine a me e a come la penso sulla cominità gay, sul battere, o sul sesso. Non avevo mai visto tutto questo in un film prima d’ora.
Hai detto che Boy culture è un film per ragazzi, puoi spiegarci il tuo pensiero ?
Un sacco di film gay che ho visto, incluso il mio ultimo film, mi danno la sensazione che tu possa sostituire il ragazzo con una ragazza ed avresti la classica commedia romantica. Non ho visto molti film gay nei quali non abbia sentito che la sessualità dei personaggi non fosse qualcosa di secondario e che non dovesse essere necessariamente secondaria. In questo film ci doveva essere una coppia di ragazzi. Non ci poteva essere una coppia di ragazze o una relazione etero. E’ la storia di due ragazzi con problemi da ragazzi nella loro storia, e che casino! Le scene tra X e Gregory mostrano una relazione gay intergenerazionale che raramente si vede al cinema.
Come ha reagito il pubblico?
Finora il pubblico ha reagito in modo piuttosto positivo e la cosa mi fa molto piacere. Ho visto un sacco di film con scene di sesso tra un uomo più vecchio ed uno più giovane… le scene erano studiate in modo da farti trasalire, dispiacere per il ragazzo, o farti pensare che lo stesse facendo soltanto per denaro. Non volevo che nessuno avesse questo tipo di reazioni durante il film. Volevo che fosse romantico, volevo che incuriosisse e che creasse un interesse autentico. Volevo anche che fosse sexy, sfacciatamente sexy, questo è stato il mio approccio.
Tu hai deciso di trasformare il personaggio del ragazzo di campagna, bianco del Midwest del romanzo in un ragazzo afro americano della classe medio alta. Che riflessione c’è dietro a questa scelta?
Quando ho iniziato ad adattare il libro, per me, regista queer, ci sono così tanti film di “bianchi”. Nella maggior parte delle mie sceneggiature c’è un protagonista di colore, l’unica a non essere così è quella che ho realizzato per prima: “Eating Out”. Ha finito per essere un film con un cast tutto di bianchi, e questa è l’unica cosa del film che mi ha dato sempre fastidio; non voglio che accada di nuovo. È una cosa personale. I miei amici queer non sono tutti bianchi. Io stesso non sono bianco. E ogni relazione in cui io sia coinvolto, a meno che non siano come me, è una relazione interrazziale. Per questo è cosi importante per me. Ho detto ai produttori che non potevo fare un altro film su un altro mucchio di ragazzi bianchi e i loro problemi, ne saranno usciti almeno altri 10 in un anno. Si tratta semplicemente di una scelta politica personale. Ecco da dove viene il personaggio di Andrew. La mia esperienza personale di persona di colore mi ha permesso di completare il personaggio, di dargli una famiglia, e di riversarvi il mio bagaglio personale. (ride) Alcune delle battute che dice provengono proprio dalla mia vita come ad esempio “Di solito non mi piacciono i ragazzi neri”. Ho sentito dire la frase “di solito non mi piacciono i ragazzi asiatici” così tante volte, che è una sorta di strano complimento al contrario. Mi fa veramente innamorare del personaggio. Questa è una cosa che non ho trovato nel libro.
Hai parlato di uomini gay che rimangono scossi quando sono coinvolti in relazioni serie, credi che sia questo il caso? Pensi che i giovani gay abbiano gli stessi problemi delle generazioni precedenti quando si trovano in queste situazioni?
Penso che nessuno sia perfetto per quanto riguarda le relazioni. Fa parte del conflitto umano di come andiamo avanti. Razza. Inoltre, in quanto gay che si addentrano in una relazione d’amore, abbiamo il problema aggiuntivo di non avere avuto la possibilità di crescere seguendo un modello. Molti gay non arrivano a comprendere i propri sentimenti fino a quando non raggiungono la pubertà. Cominciamo molto presto psicologicamente, ma ad un’età fisica più avanzata. Certo, è l’idea generale di come si comportano gli uomini nelle relazioni d’amore. Non so se sia la genetica o la società. Stereotipicamente, l’uomo porta tutto questo in una relazione che implica sesso e impegno, e spesso ha problemi ad esprimersi emotivamente, e quando sono coinvolti due uomini allora sì che può diventare un problema.
Nel film hai fatto un’apparizione nei panni di uno dei clienti regolari di X, ai quali fa riferimento come “i 12 apostoli”. Una breve apparizione che enfatizza un certo stereotipo asiatico.
Beh, il ruolo doveva essere quello di un bodybuilder chiamato Schwarzenegger, ma il ragazzo che doveva interpretarlo si è tirato indietro, così l’ho fatto per divertimento. Non potevo farcela a fare Schwarzenegger, allora ho deciso di essere Bruce Lee, perché mi piace davvero molto.
Parlami delle tue nuove serie su Logo, “The Big Gay Show”, e di “Rick and Steve”
Scrivo per “The Big Gay Show”, ma non posso prendermene troppo il merito. Ha un cast fantastico e otto “new entry” per la maggior parte gay. Si tratta proprio di scrivere sketch. È come fare una jamsession jazz, scrivendo sketch da tre minuti. “Rick and Steve” è una commedia dark e tagliente su una coppia gay e una coppia lesbo che si odiano a vicenda. Non si sopportano proprio, ma hanno un bambino. È davvero divertente. Siamo in fase di sviluppo e speriamo di debuttare l’anno prossimo.
Parlami del nuovo progetto al quale stai lavorando, di tuo zio, Lino Brocka, attivista gay e regista nelle Filippine.
II mio prozio, Leno Brocka, era regista gay filippino di gran successo. Non ho mai conosciuto né lui né il suo lavoro durante la mia crescita. Mia mamma mi raccontava sempre che avevo uno zio nelle filippine che era nell’industria cinematografica. Mio padre morì quand’ero molto giovane, allora ho perso i contatti con i parenti dalla parte di mio padre. È stato nei primi anni ’90 che ho iniziato a scoprire quanto fosse importante come regista, e prima che potessi conoscerlo scomparve. Ho saputo del suo film “Macho dancing”, il primo ad essere distribuito negli Stati Uniti dalla Strand Releasing. Quando gente delle Filippine iniziava a parlarmi di lui ai festival mi sentivo davvero ignorante, e mi ci sento ancora. È per questo motivo che ho iniziato a fare un documentario su di lui. È così difficile trovare i fondi per cose del genere. È una cosa molto personale. Sto cercando di scrivere una storia drammatica su di lui. La cosa sorprendente è accaduta mentre mi trovavo nelle Filippine, c’erano tutte queste vecchie star della Hollywood filippina che volevano spettegolare e avevano un sacco di racconti fantastici. Li volevo vedere sullo schermo.
Parlami del seguito di “Eating out”. Ritornerà il cast?
Sì, sono il coautore del copione e il mio editor di “Boy culture” ne curerà la regia. Sarà il suo debutto. Il mio ruolo è piuttosto limitato. Sono come la regina d’Inghilterra: dò una consulenza, ma sono una figura senza poteri. Penso che il copione sia grandioso. È molto più ambizioso del primo. Esamina temi un po’ più politicamente, ma rimane sexy e “dirty”. (ride)
E il cast ritornerà?
Jim Verraros, Emily Stiles, e Rebekah Kochan torneranno. Rassegneremo la parte di Marc (in origine interpretata da Ryan Carnes). Volevamo rendere il film un po’ più gay-centrico. Si concentra proprio sui ruoli di Kyle e Marc, sul momento in cui si lasciano, e se torneranno insieme o meno.
Sul tuo blog hai scritto che i ragazzi europei baciano meglio, è vero?
Oh sì! L’Europa è il posto dove ho imparato a baciare. Negli Stati uniti, o in particolare a Los Angeles, ci si frequenta e basta. È così strano come molti ragazzi non si bacino, o che bacino con così tanta resistenza. È solo un’esperienza strana. Non so cosa sia. È divertente. Le persone farebbero le cose più oscene e indecenti con te, tranne baciarti. (ride)
Com’è viaggiare per i gay film festival con “Boy culture”?
Viaggiare con un film è un modo fantastico di viaggiare. Vedere paesi diversi, città diverse, e conoscere queste persone che amano le loro città e il loro essere gay; festeggiano davvero il loro essere gay durante i festival. È divertente, e io lo adoro.
Vivi la vita da regista durante il tuo soggiorno a Miami?
Beh, sono stato qui due notti e sono stato in due club. (ride) Sono stato alla spiaggia oggi. Ma sai cosa voglio vedere davvero mentre sono qui? Un tritone. Mezzo sirena e mezzo ragazzo. Hanno queste cose qui, no?
 
(Traduzione di Valeria Sanna per Cinemagay.it)

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