Dalla rassegna stampa Cinema

Almodovar: «In "Volver" ci sono le mie origini»

Al Festival francese i riconoscimenti sono stati per le attrici del cast di cui lo spagnolo si sente «un po’ la madre di tutte» – Il regista non soffre la non-vittoria di Cannes per la pellicola che è un feed-back della sua infanzia nella Mancha

Era il grande favorito e, non avendo conquistato la Palma d’oro (andata a Ken Loach), può essere considerato lo sconfitto del recente 59° Festival di Cannes. D’altro canto, Pedro Almodovar è stato l’unico a conquistare due premi con il suo Volver, melodramma familiare tutto al femminile.
Il regista di Donne sull’orlo di una crisi di nervi e Tutto su mia madre, apripista del momento felice del cinema spagnolo, ha vinto la palma per la migliore sceneggiatura. In più le cinque protagoniste – Penelope Cruz, Carmen Maura, Lola Duenas, Blanca Portillo e la giovanissima Yohana Cobo – sono state premiate tutte insieme come migliori interpreti femminili.
Pedro Almodovar, è deluso dalle decisioni della giuria? No. Tutti mi davano per favorito, e essere favorito è una maledizione! Sono molto, molto felice per il premio alle attrici, perché il film è loro. Sono loro l’anima del film. E io non mi sento il loro regista, mi sento un po’ la madre di tutte loro. E sono anche contento per il premio alla sceneggiatura che è la base dei miei film.
«Volver» è per lei un ritorno alle origini, alla Mancha dov’è cresciuto.
Si è stato un ritorno alle mie origini profonde. Devo ringraziare le mie sorelle per questo film. Mi hanno aiutato molto, sia perché hanno cucinato e sono state cuoche speciali, sia perché mi hanno raccontato tanti episodi della nostra infanzia nella Mancia che avevo dimenticato e che mi sono serviti per il film. C’è qualche elemento delle mie sorelle vere nei personaggi del film. Mentre qualcosa di mia madre è presente in tutte le sequenze.
Dicevamo delle origini.
Per me le radici, le origini sono molto importanti. Sono ritornato nella Mancha, che è un luogo che ancora riesce a sorprendermi.
Ho cercato di fare degli ambienti, della casa, dei personaggi come lo sono le persone.
Volver è un film che mi riconcilia con la mia infanzia, che non è stata né felice né infelice.
Ho riaperto un baule e ne sono uscite tante cose. È come se avessi dovuto guardare il mio passato, la mia infanzia, per poter guardare di nuovo avanti.
Scrivendo non pensavo alle attrici che avrebbero interpretato i personaggi. Avevo in mente solo Penelope Cruz come se fosse una madre adolescente.
Quando poi ho scelto Carmen Maura ho cambiato il personaggio di Penelope. I provini che ho fatto sono stati fondamentali per la scelta delle interpreti, che hanno dato un contributo fantastico.
È stato un piacere incredibile lavorare con loro, eseguivano tutto quello che io chiedevo.
Non avrei potuto fare il film con nessun’altra.
A che cosa pensava mentre scriveva? A vincere finalmente un festival? O pensava a un pubblico? Ogni film per me è un’avventura, non so mai dove mi porti quando lo comincio. Non penso ai premi, quando scrivo. Sono importanti, ma non sono lo scopo del fare un film. Scrivo le storie che mi appassionano, le cose che sento necessario girare.
È la passione che mi fa fare i film. Dal pubblico ho avuto un ottimo feed back, gli spettatori mi dicono che il film è ancora più bello rivedendolo una seconda volta. Volver significa anche tornare a vederlo! Nel suo film ci sono anche citazioni del cinema italiano, come la sequenza di «Bellissima» che il personaggio di Carmen Maura guarda in televisione.
Quando Carmen, che è la madre di Penelope, guarda la Magnani in televisione nel film di Visconti, è come se qualcosa tornasse dal passato, è come se un sentimento di maternità le venisse da cinema italiano classico.
È un cinema che amo e ho cercato di omaggiarlo anche nel trucco e nell’abbigliamento di Penelope, che ricorda un po’ la Loren, un po’ la Cardinale e un po’ la stessa Magnani.


storia di un talento
«Donne sull’orlo» quel grande successo che fu premonitore

di Bernardino Marinoni

Del cinema spagnolo, «Donne sull’orlo di una crisi di nervi» (1988) resta il film più visto all’estero. Il titolo di credito è aggiuntivo, ma non accessorio per Pedro Almodovar, incarnazione del cinema del dopo Franco che il regista contrassegna come una furia, con una volontà espressiva in cui si ritrovano novità e trasgressione, dentro il cuore della “movida”, in una Madrid ormai conquistata e liberata. Il successo internazionale di «Donne sull’orlo di una crisi di nervi» trascina con sé le opere precedenti di Almodovar: Carmen Maura e Antonio Banderas più che interpreti sono sodali di un regista che «La legge del desiderio» (1987) impone come a sua volta un personaggio. Originario della poverissima Mancha, capace di arrabattarsi in una capitale ostile tra un lavoro nella società dei telefoni e la frequentazione di ogni ambiente alternativo, eccentrico, hippy, votato alla trasgressione, traboccante di umori neri e grotteschi tipicamente spagnoli in un contesto che mette in gioco il senso di normalità affollando le storie di travestiti e transessuali, in una mescolanza buffonesca e romantica dove il modo di girare rende il confine tra farsa, melodramma e commedia quanto mai indistinto, Almodovar vince l’Oscar con «Tutto su mia madre» (1999), quindi realizza «Parla con lei» (2002) per dire di solitudine e morte, di amore folle e disperazione, lasciando però un finale aperto, e il più discutibile che scandaloso «La mala educacion» (2004). Il suo linguaggio si fa sempre meno affannoso doppiata la boa dei cinquant’anni e, con «Volver» mostra, tra divertimento e commozione, di essere pervenuto anche ad un indiscutibile magistero registico, oltre che d’autore.

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