Dalla rassegna stampa Cinema

"2 :37", di Murali K. Thalluri

Thalluri giunge al primo lungometraggio con consapevolezza filmica, con abilità nel gestire una materia non certo nuova (un gruppo di liceali e i loro problemi esistenziali), seguendo con partecipata emozione i destini di quei giovani, che sono protagonisti in diretta dei fatti e al tempo stesso …

2 :37 è un titolo misterioso il cui significato si rivela alla fine, nella didascalia che indica la data di nascita e di morte (appunto le due e trentasette del pomeriggio) di uno dei giovani protagonisti, una ragazza suicida nelle toilette di un liceo australiano. Inizio e fine si scompongono e ritrovano, in un’opera che (guardando a Elephant, e Gus Van Sant è ringraziato nei titoli di coda) non segue un percorso temporale cronologico, ma circola, nello spazio di pochi luoghi (quelli degli appartamenti familiari e soprattutto i corridoi, le scale, le aule, i gabinetti del liceo), avanti e indietro nel corso di una giornata conclusa in tragedia.

2:37 (presentato nella sezione Un certain regard) è l’opera prima del regista, sceneggiatore e produttore Murali K. Thalluri, nato nel 1984 in Australia e arrivato all’esordio dietro la macchina da presa dopo avere conosciuto, in prima persona, la depressione e il tentativo di suicidio. E giunge al primo lungometraggio (che concorre quindi per la Caméra d’Or) con consapevolezza filmica, con abilità nel gestire una materia non certo nuova (un gruppo di liceali e i loro problemi esistenziali), seguendo con partecipata emozione i destini di quei giovani, che sono protagonisti in diretta dei fatti e al tempo stesso già testimoni lontani di quegli avvenimenti. Infatti, Thalluri inietta spesso, a spezzare per ricomporre altrove quell’universo, brevi inserti in bianconero di falso documentario in cui i ragazzi (con tanto di nome che compare) si raccontano a un intervistatore/analista mai visto, rievocando attimi delle loro relazioni o atteggiamenti, ossessioni personali.

Lo sguardo di Thalluri si pone come compagno di viaggio, scivola da un personaggio all’altro, si sofferma sui corpi e sulle loro pulsioni, evidenti o nascoste, o difficili da rivelare e accettare (come l’omosessualità). Sa essere dolce o violento (come nella scena dello stupro del fratello alla sorella), bussare con toni diversi alle porte di quegli adolescenti. Proprio come accade, all’inizio e alla fine, bussando alla porta del bagno e poi picchiando forte contro essa. Mentre la ragazza suicida già non è piu’ lì, se n’è andata verso l’uscita dentro una luce sempre più bianca. Mentre lo sguardo di un nuovo regista che appare sulla scena filmica si concentra e libera sulla temperatura dei corpi: di un adolescente o di un albero da filmare con desiderio. Fra il cielo e la terra.

da http://www.sentieriselvaggi.it/

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