Dalla rassegna stampa Cinema

«Volver», diamogli la Palma e possiamo finirla qui

Finiamola qui: diamo la Palma d’oro a Pedro Almodóvar e torniamo tutti a casa. Sarà difficile vedere a questo festival un film più bello di Volver; e poi, Pedro corteggia leoni e palme invano da più di trent’anni. . ..

L’espressione è forte, ma questo è il capolavoro di Almódovar. Con attrici magistrali

Cannes

Finiamola qui: diamo la Palma d’oro a Pedro Almodóvar e torniamo tutti a casa. Sarà difficile vedere a questo festival un film più bello di Volver; e poi, Pedro corteggia leoni e palme invano da più di trent’anni. Qui a Cannes, avrebbe meritato di vincere già con Tutto su mia madre, ma il massimo premio sarebbe ancora più giusto per Volver, che chiude un ciclo nella sua carriera, un viaggio verso la semplicità che l’ha portato a girare il suo film più secco e più personale. Almodóvar è stato per un paio di decenni un grande «eccentrico» del cinema. Piaceva perché liberava il cinema spagnolo da mille lacciuoli imposti dal franchismo ed esprimeva in modo sfacciato l’anima della movida. Con lui, irrompevano nel cinema spagnolo i gay, i trans e le donne in crisi di nervi; e pareva, lui stesso, un cineasta-freak uscito dai suoi film, come se non ci fosse il minimo stacco fra l’Opera e l’Autore. Con Tutto su mia madre, la svolta: il film era insieme divertentissimo e toccante, e calava i personaggi estremi in un vissuto sincero e doloroso. Parla con lei e La mala educacion hanno confermato la tendenza; Volver la esalta, cancellando ogni stravaganza (qui i personaggi sono quanto di più «normale» e quotidiano si possa immaginare) e raccontandoci la Spagna di oggi con una verità, e un umorismo, degni di un De Sica. Anche se meno «fiammeggiante» dei precedenti, Volver è il film più bello di questa fase, quindi – tenetevi, l’affermazione è forte – il suo capolavoro.
«Volver» significa «tornare». Per Pedro, è il ritorno alla Mancha, la terra dove è nato, dove il vento fa impazzire la gente (e i mulini, come ben sapeva Don Chisciotte) e dove mediamente le donne vivono 20 anni più degli uomini. È qui che «tornano» Raimunda e Soledad, due sorelle inurbate a Madrid, per rivedere la tomba dei genitori (morti anni prima in un incendio) e far visita a una vecchia zia rimbambita, convinta che la sorella morta viva ancora con lei. In realtà la zia non è l’unica a pensarla così: anche Agustina, una vicina che si fuma la «maria» coltivata in giardino, giura di vedere regolarmente la defunta. Raimunda e Soledad tornano a Madrid convinte che al paesello siano tutti pazzi. Ma la pazzia arriva anche in casa loro. Paula, la figlia 14enne di Raimunda, ammazza quel fannullone del padre, che ha tentato di stuprarla; Soledad, dopo varie vicissitudini, si convince che il fantasma della madre l’ha seguita a Madrid. Pian piano scopriremo che i padri non sono padri e che i fantasmi non sono fantasmi… ma ci fermiamo qui, per non togliervi la sorpresa di un film scritto magistralmente e recitato da una squadra di donne una più brava dell’altra: Penelope Cruz, Lola Duenas, Blanca Portillo e l’incredibile Carmen Maura, il fantasma più simpatico mai visto sullo schermo.

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