Dalla rassegna stampa Cinema

Le donne "in fiore" di Almodovar

L’universo muliebre che affascina il cineasta spagnolo torna al centro del suo “Volver”, film più pacato e meno bizzarro del solito

L’indipendente americano Linklater spiazza col sorriso in “Fast Food Nation”

Cannes
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Tutto sulle madri, ma anche sulle figlie, le sorelle, le nipoti, le zie, le amiche… Insomma, su quell’universo muliebre che continua ad essere l’epicentro emotivo, stilistico e dichiaratamente autobiografico del cinema di Pedro Almodóvar: i maschi o sono gay o – come in questo “Volver” – scorie negative, padri pedofili e incestuosi, di cui sbarazzarsi rapidamente e collettivamente.

Gran favorito per la Palma d’oro (con la stravagante motivazione “che non l’ha mai vinta”!), l’op.16 del 56enne regista della Mancha è un film più pacato e meno inutilmente bizzarro del solito, quindi anche meno irritante, pur nel suo compulsare ossessioni, generi (commedia, melò, noir) e referenze iconiche ricorrenti, a cominciare da quella Anna Magnani su cui è palesemente modellato il personaggio di Raimunda (una prorompente Penelope Cruz) e che alla fine viene esplicitamente citata in una sequenza di “Bellissima”. Insieme alla sorella Soledad (Lola Dueñas), parrucchiera timida e mollata dal marito, e alla figlia Paula (Yohana Cobo), in piena fioritura adolescenziale, l’intraprendente e passionale Raimunda forma il contenitore familiare di una serie di segreti a lungo reciprocamente celati e inconfessabili, che ruotano intorno alla figura della madre Irene (dove il regista ritrova dopo molti anni la sua attrice-feticcio Carmen Maura), data per morta in un incendio ma il cui “fantasma” si vedrà obbligato a riapparire (“volver” appunto, ovvero ritornare) proprio per mettere ordine e riassumere quel ruolo superiore di pacificazione e consolazione che appare evidentemente come impellente anche nel “privato” della poetica almodovariana. Dominato da pulsioni primordiali come l’idea della morte e l’onnipresenza di un vento caldo e incessante, sui quali si apre il film nella sequenza del cimitero, “Volver” gioca le sue carte migliori, tipiche del regista, quand’è in perfetto equilibrio fra il macabro-grottesco e il patetico-lacrimevole, meno quando si sbilancia da una parte o dall’altra (come nel finale), rimanendo comunque come una delle prove più convincenti e coinvolgenti dell’ultimo Almodóvar.

Che le cose più terribili si possano dire senza perdere il sorriso (magari amaro) lo pensa anche l’americano Richard Linklater, presente al Festival con ben due film e ieri in concorso con lo spiazzante e no-global “Fast Food Nation”. Caposcuola dei quarantenni indipendenti, fedele e abile seguace di un polistilismo “engagé” e sperimentale (“Waking life”, “A scanner darkly” che vedremo nel Certain Regard) ma anche di operazioni intelligentemente sentimentali (il dittico “Before Sunrise” e “Before Sunset”), Linklater prende come spunto un bestseller polemico del giornalista Eric Schlosser e ci scaraventa nel retromondo dei “fast food”, dietro le quinte di una delle più gigantesche fonti di profitto planetarie, con il preciso scopo di evidenziarne gli spietati meccanismi di sfruttamento e i raccapriccianti dettagli di una ciclo produttivo dove carne, sangue e merda (letteralmente) passano direttamente dal produttore al consumatore. E lo fa allineando più storie, da una parte con il racconto parallelo dell’inchiesta che il responsabile della catena di ristoranti Mickey’s (un nome fittizio ne vale un altro vero) deve intraprendere in prima linea allorché si scoprono tracce di batteri fecali nel mitico hamburger Big One, l'”orgoglio” della ditta, e dall’altra le drammatiche vicissitudini di un gruppo di immigrati messicani clandestini cooptati a forza nell’illusione di un futuro meno miserabile e disperato della realtà da cui provengono, e condannati in realtà ad ogni sorta di umiliazione, violenza e traffico illecito. Materia che scotta, nella quale il piglio ferocemente satirico, e lo stile luccicante e neo-pop di Linklater, che si vale di un cast multietnico e scintillante per la parte hollywoodiana (da Greg Kinnear a Patricia Arquette, da Kris Kristofferson ad uno strepitoso numero di Bruce Willis), si contrappunta costantemente con il registro drammatico e a volte tragico: specie quando il film s’inoltra negli agghiaccianti dettagli della macellazione o in alcuni particolari di “lavorazione” volutamente “trash”, difficili da immaginare come di pura fantasia e destinati a farvi diventare totalmente vegetariani o quantomeno a impedirvi di porre mai più piede in un fast food

Notevolissimo, nel Certain Regard, “La tourneuse de pages”, firmato da Denis Dercourt, curiosa e poliedrica figura di 42enne regista-filosofo-musicista parigino, già violista dell’Orchestra Sinfonica Francese e docente di questo strumento a Strasburgo. Il titolo si riferisce a quel mestiere-ombra (ormai piuttosto desueto) del concertismo svolto da chi, musicista ma non esecutore, seduto accanto a un pianista ha il compito delicatissimo di girargli le pagine dello spartito; tale è l’algida e impenetrabile Mélanie (Deborah François, sguardo da brividi), la cui carriera di solista fu stroncata a dieci anni dall’atteggiamento spocchioso e insensibile della celebre concertista che presiedeva la commissione (Catherine Frot), ma alla quale anni dopo il destino riserverà un’incredibile, sottile occasione di vendetta a mente fredda, basata sulla seduzione, sulla manipolazione e sulla rovina totale Un noir affilato, ambiguo e “chabroliano”, di grande fattura, e dove la splendida partitura originale di Jérôme Lemonnier incorpora genialmente le pagine classiche di Bach, Schubert e Shostakovich marcando il conflitto aperto fra un presunto “ordine” superiore della musica e il disordine spesso devastante delle passioni cui soccombiamo.


CANNES – «Le donne per me sono l’origine della vita e anche di tutta la fiction possibile, perché ho vissuto la mia infanzia circondato da donne che raccontavano storie e cantavano e questo è l’universo che ho voluto omaggiare in “Volver”». Pedro Almodovr presenta così, a Cannes, il suo sedicesimo film, col quale torna in competizione «accettandone e rispettandone le regole» ma sicuro di aver fatto un film «che ha rimesso a posto un pezzo della mia vita». Non vuole sentire parlare di Palma d’oro perché l’ultima volta che tutti lo davano per favorito, con “Tutto su mia madre” portò a casa solo un premio per la regia. «Nel ’99 non mi arrabbiai subito: mi indispettì, due anni dopo, leggere che il presidente della giura, David Cronenberg, aveva detto di non voler premiare né me né Lynch per “Una storia vera”, quindi ammettendo un pregiudizio un pO’ fuori dalle regole. Ma va bene così, il tempo è stato galantuomo, il mio film ebbe molta più fortuna di quelli premiati, “Rosetta” e “L’Humanité”».
Per Almodovar “Volver” è anche un omaggio alla Spagna «sordida, nera, sinistra e sottosviluppata, quella della Mancia, la mia regione, di cui ho mostrato il lato luminoso e solidale». Un personaggio importante è quello di Augustina, la vicina di casa, quella che si impiccia di tutto ma ti aiuta anche e fa un po’ parte della famiglia. «Ormai succede solo nei paesi, mentre a Madrid i vecchi muoiono e nessuno se ne accorge, li scoprono dopo tre giorni». In città la solidarietà resta solo nelle periferie multietniche, «dove si convive bene e il razzismo è assente». Il riferimento, conferma, è anche al «cinema italiano degli anni ’50 e ’60, anche quello delle commedie minori per me il migliore in assoluto e alle sue donne, vitali, carnali, materne». E il regista spagnolo inizia un interminabile elenco di attrici che stupisce anche la stampa italiana: dalla Loren alla Cardinale, ma anche Antonella Lualdi, Silvana Pampanini, Anna Maria Canale, Lorella De Luca, che definisce la Sandra Dee italiana, Marisa Allasio e poi Monica Vitti, Stefania Sandrelli, Mariangela Melato e perfino Rossella Falk «strana, filiforme, un po’ lesbica». La Loren e la Magnani di “Bellissima” sono stati i riferimenti per l’immagine di Penelope Cruz: «L’unica cosa finta che abbiamo dovuto metterle è stato il culo abbondante; il resto, quelle bellissime tette, il più bel decolleté del cinema internazionale, è tutto suo». «Il senso di “Volver” – spiega Almodovar – è che i morti tornano alla vita per aiutare a risolvere i problemi dei vivi». Gli chiedono se è mai stato tentato da Hollywood, e lui: «La tentazione c’è sempre. M al’unica volta che ci ho pensato seriamente è stato quando mi hanno offerto la regia di “Brokeback Mountain”, il film sui cow-boy gay».

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