Dalla rassegna stampa Cinema

Almodóvar: rifiutai i cowboy gay

L’autore svela di non aver voluto dirigere «Brokeback Mountain»: preferisco stare in Spagna – Favorito a Cannes con «Volver»: pubblico commosso, 10 minuti di applausi

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
CANNES – Pedro Almodóvar è tornato sulla Croisette da grande favorito col suo bellissimo e struggente Volver (Tornare), il film dalla straordinaria quota rosa che ha commosso e conquistato ieri sera il Festival: oltre dieci di applausi. Non sappiamo come la pensi Wong Kar-wai, ma le quattro donne della giuria c’è da giurare che staranno dalla sua parte. Il regista di La mala educación , anch’esso proiettato sulla Croisette, ha perdonato Cannes che nel ’99 diede la Palma a Rosetta e non a Tutto su mia madre : «Dicevano che ero favorito ma che Cronenberg era contrario a me e a Lynch. Mi arrabbiai dopo, quando vidi il film dei Dardenne: ma ora sono qui e rispetto le regole, mi abituo all’idea di non vincere nulla, faccio i film per passione, non per i premi».
Col suo emozionante film, come un ex voto per la madre, sposa la causa dei sentimenti e della memoria e si psicanalizza da solo per rimuovere il profondo lutto materno. «È un sentito omaggio alle origini, alla mia La Mancha, dove ho avuto un’infanzia circondata da tre donne indaffarate e sentito raccontare al tramonto nei cortili spaventevoli storie di apparizioni, suicidi, fantasmi. Ho reso luminosa la cultura contadina della Spagna della superstizione, ancora presente nei barrios di Madrid. Ma nel mio paese le contadine sono solidali, battono la mattina alla finestra per assicurarsi che la vicina sia viva e al cimitero si va anche per il picnic». L’autore non concepisce il cinema fuori: «Spesso mi hanno proposto film all’estero, ma li rifiuto, anche se sono stato tentato dalla regìa di Brokeback Mountain ».
E via di omaggi: Gardel col tango famoso del titolo, la cultura ebraica della morte mescolata inesorabilmente alla vita, i bellissimi titoli di coda tipo Saul Bass e l’adorato cinema italiano: «Mi sono formato sulle irreali casalinghe di Doris Day, ma ho messo un culone finto a Penélope Cruz, che è molto vera nelle emozioni, per farla simile alla Loren Ciociara e alla giovane Cardinale “con la valigia”. E ho inserito Bellissima perché la Magnani è l’emblema fiero e orgoglioso della Madre. Ma confesso che le vostre attrici le amavo tutte: Podestà, Allasio, Pampanini, Ralli, Lualdi, Bosè, De Luca, la Sandra Dee italiana; e le sofisticate Rossi Drago, Falk e Cortese, e la Koscina, la Martinelli, la Sandrelli, la Vitti, la Melato, nata per lavorare con me. E mi piacciono tanto anche le due sorelle… le Orfei, oltre a stupendi attori».
Volver , da ieri in 300 sale italiane, è il funerale del macho? Per gli uomini ci sarà una prossima volta, qui ci fanno una pessima figura, violenti, incestuosi e adulteri. Quella che conta è l’armonia degli affetti, la complicità delle donne: femminili e non femministe. «Tanto che una torna da fantasma per risolvere i conti in sospeso di famiglia. Penso al Rom anzo di Mildred , il melò hollywoodiano lo amo da sempre. E credo nella giustizia personale non in quella istituzionale: inferno, paradiso e purgatorio sono qui sulla Terra». Una metamorfosi, l’età? Da qualche tempo don Pedro ha smesso i vestiti della movida, lo stile kitsch-gay-camp: «Sono formato sulla cultura pop di Warhol, per anni ho fatto parte di gente un po’ spostata, drogati e travestiti, poi ho preso un’altra strada».
E le sue chicas? Lo adorano. La bravissima Penélope Cruz non ha fiatato e si è volentieri messa la protesi dietro: «Per darmi energia, farmi camminare in un certo modo. Lo conoscevo Pedro ma oggi è cambiato, al centro di tanta gente, tutti lo cercano. Lavorare con lui rimane splendido, mi ha dato tre mesi di prove prima del set ed ho rivisto molti dei vostri film di Visconti e Pasolini. La morte? Certo che non finisce tutto lì, se no che senso avrebbe la vita?». Approva Carmen Maura, che torna ad essere musa del regista dopo un muso lungo durato 17 anni: «L’amicizia stretta stretta non può riprendere così per incanto, ora lui è più ansioso e ride meno, ma la felicità di lavorarci è identica e totale».
Come si fa a diventare un fantasma? «Fa tutto lui, si impossessa di te. Io ho buon rapporto col passato, mi piacerebbe tornare dopo, riapparire». La Cruz, che s’indispettisce solo se le chiedete di Tom Cruise, vorrebbe tornare a lavorare con Castellitto dopo Non ti muovere ma intanto gira con Adrien Brody la storia del torero Manolete, morto 33enne, nel ruolo della donna che tentò di farlo smettere. «Per il resto mica faccio una vita da diva. Mi sembra di essere mia nonna. Mi annoio felice, amo il mio lavoro e poi torno a casa con le tortillas di patate. A Los Angeles sarò uscita due volte la sera. E sempre malvolentieri».


LA CROISETTE DI KEZICH

Complessa semplicità di un incantatore

Scrive su Libération Gérard Lefort, nel recensire Volver, che Pedro Almodóvar filmando Penélope Cruz (lo cito in versione originale) «s’est souvent arreté a son cul (qu’elle a magnifique) et s’est longuement attardé, caressant, sur la plus belle paire de seins du monde…». Niente da obiettare, tranne che molte attrici altrettanto ben fornite non possono vantare il talento della diva iberica. Ancheggiando nello stile della Sophia d’epoca e ogni tanto ispirandosi alla Magnani (citata in una scena di Bellissima) Penélope ci mette del proprio: pronunciata da lei e rimbalzata da una compagine tutta femminile in un abbracciarsi, sbaciucchiarsi e fraternizzare, la lingua spagnola è una festa. Per non parlare di quando la protagonista, fra i chitarristi, attacca a cantare il tango di Carlos Gardel che dà il titolo al film, strappando l’applauso.
Ovviamente il consenso va esteso al grande incantatore che ha organizzato questa tragicommedia in bilico (citiamo Calderón?) fra la vita e il sogno. Nei brulli panorami della Mancha, patria di Almodovar, le turbine eoliche ruotano al soffio del «solano» come la versione moderna dei mulini a vento di don Chisciotte. La tribù muliebre di un borgo sperduto, dove il maschio conta poco, spazza e infiora il cimitero nel gaio ritrovarsi fra vivi, morti e morituri. Vediamo presto due personaggi passare in sincrono a miglior vita, la zia rimasta al paese come custode di un tremendo segreto e il compagno ubriacone di Penelope trafitto dal coltello della figliastra che tentava di violentare (e qui si rievoca alla rovescia il redde rationem di Lana Turner con il gangster Stompanato). In cambio emerge dal bagagliaio di una macchina la defunta madre Carmen Maura (stupenda attrice, assente da anni nel cinema di Almodóvar), ma attenzione: il realismo magico di Pedro più si conferma magico e più risulta realistico. A monte dell’intrigo c’è l’incendio di una casa, con due cadaveri carbonizzati e irriconoscibili, il padre e la madre di Penélope. O no? Sorprese continue attendono lo spettatore sul percorso di un racconto irradiante colore e calore, esuberante nel grottesco, spagnolo e universale. Raccontando se stesso e la sua ascendenza, Almodóvar parla di noi. La forza dell’autore sta nel tradurre la complessità in semplicità; e il suo divertimento nel proporci dei misteri che amabilmente finisce per spiegare.
Volver non è solo bello e toccante, ma è uno dei casi in cui non servirebbero le interviste e chiose che formano il contorno dell’apparizione a un festival. Un film così lo capiscono e possono amarlo tutti, provare per credere.
(Tullio Kezich)

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