Dalla rassegna stampa Cinema

Almodovar, il mondo al femminile

Un grande applauso ha accolto “Volver”, omaggio del regista a sua madre e alla sua infanzia

A 55 anni l´autore ha rinunciato allo scandalo delle sue opere popolate da transessuali e travestiti, ma ritorna al villaggio dove è cresciuto
Gli uomini appaiono come una folla frettolosa e allarmante, marginali e inutili oppure portatori di dolore e di violenza

CANNES – Inizio travolgente: un cimitero, un vento che piega i fiori davanti ai ritratti dei defunti, una folla di donne che cantano insieme una vecchia canzone mentre spazzano, spolverano, lucidano le tombe dei loro cari, con la stessa forza abitudinaria con cui solitamente fanno brillare lavandini e pavimenti. Certe tengono allegramente in ordine la loro stessa tomba, in attesa di occuparla quando sarà arrivato il non temuto momento. Volver (Tornare), il sedicesimo film di Pedro Almodovar, mette subito di buon umore e sin dalla prima scena ci dice come ci incanterà: parlandoci di donne, della loro tenacia, solitudine, sorellanza, e di morte, o meglio di quel legame antico tra i vivi e i morti che un tempo riempiva di ricordi e di presenze la vita soprattutto delle donne.
In un paese come la Spagna, dove il primo ministro Zapatero ha quasi dieci anni meno di Almodovar, dove una nuova legge consente le unioni omosessuali malgrado l´ovvia opposizione del clero, dove regna lo slancio della giovinezza e della libertà, appaiono ormai obsolete le trasgressioni e le intemperanze del primo cinema del regista spagnolo, i suoi travestiti e i suoi transessuali, le suore che partoriscono, le donne in coma che restano incinte, i preti pedofili e assassini. E infatti Volver, che è stato a lungo applaudito, è l´opera di un uomo che a 55 anni ha rinunciato allo scandalo, (e anche a dirigere “Brokeback Mountain” che essendo storia di gay cowboy, gli era stato banalmente proposto dagli americani), si è addolcito nella nostalgia di sua madre e del luttuoso matriarcato della sua infanzia in un aspro villaggio della Mancia, ormai trasformato in sogno: e il film diventa quindi lo specchio definitivo della sua appassionata devozione laica e filiale alla donna-madonna, bella, materna, indipendente, creatrice di vita, consolatice nella morte, il racconto di un mondo esclusivamente femminile, dove gli uomini appaiono come una folla frettolosa e allarmante, marginali e inutili, oppure portatori di dolore e violenza. Le donne pazze d´amore di tanti suoi film chissà dove sono finite: da Volver la passione carnale e sentimentale è esclusa, e in una sola scena di letto il sesso appare come un sopruso coniugale, annaspato dall´uomo e rifiutato con disgusto dalla donna.
Penelope Cruz (Raimunda), gli occhi foschi e i capelli spettinati di Anna Magnani di “Bellissima”, i fianchi, la scollatura, gli abiti di Sophia Loren di “Il segno di Venere”, bella e molto brava, lavora a ore, ha un marito fannullone che sdraiato su un divano beve birra e guarda le partite in televisione e una figlia adolescente che, molestata da quello che crede essere suo padre, lo uccide con una sola coltellata. Madre appassionata e provvida massaia, se ne prende la colpa (come Joan Crawford in “Il romanzo di Mildred”), lava ogni traccia di sangue e con forza maschile trasporta il cadavere in un vicino ristorante che le è stato affidato e lo rinchiude ben impacchettato nel freezer. Per poi spostarlo, come in “Complotto di famiglia” di Hitchcock, in altro luogo.
La sorella Sole (Lola Duenas) è stata piantata dal marito e fa la parrucchiera in casa: muore nel lontano paesino la vecchia zia svanita e lascia in eredità a Sole un fantasma, quello della madre sua e di Raimunda, morta anni prima assieme al marito in un misterioso incendio, lo stesso giorno in cui è scomparsa la madre della vicina Augustina (Blanca Portillo). Ma è ritornata, con lo sguardo doloroso e ironico di Carmen Maura, per riconciliarsi con la figlia Raimunda. Si accavallano le avventure, gli equivoci, le rivelazioni, i ricordi, le sorprese. Figlie, madri, nonne, sorelle, zie, vicine di casa, compaesane, legate da amore, solidarietà, complicità, pietà, formano un coro femminile che sembra occupare ogni spazio, sentinella alla vita e alla morte: schioccare di baci sulle guance, nere presenze di prefiche ai funerali, baratti alimentari, reciproco aiuto nel momento del bisogno, gioia di cantare insieme, vocazione alla conversazione, alla confessione, alla maldicenza, creando favole, superstizioni, memorie, storia. Donne pronte anche alla vendetta, al delitto, al sotterfugio, alla menzogna. Senza un brivido di pentimento, perché le cose capitano e bisogna provvedere senza lasciarsene travolgere.
Volver è appassionante, geniale, memorabile: è il manifesto femminista esagerato e irreale scritto da un uomo che adora le donne senza amarle, volutamente fuori tempo e perciò molto attuale. Momento di piacevole autoflagellazione per lo spettatore uomo messo di fronte alla possibile invidia (vedi Freud rovesciato) di quella cosa là e di riconoscenza da parte delle spettatrici per un regista che si ostina a raccontarle molto meglio di quanto loro sanno di essere.


Le due protagoniste di “Volver” raccontano vita, lavoro e scontri con Almodovar

Carmen Maura e Penelope Cruz “Noi, le donne nate con Pedro”

penelope “Con lui sono pronta a tutto, anche a ruoli ridicoli. Ho fiducia, mi sento protetta, la nostra sintonia è totale”
carmen “E´ stata una sorpresa ritrovarlo come l´avevo lasciato, anche se è cambiato non ride più come agli inizi”

MARIA PIA FUSCO

CANNES – Almodovar secondo Penelope Cruz: «Quando ho visto “Legami” ho sognato di fare l´attrice per lavorare con lui. Avevo 13 anni. Il sogno si è realizzato e continua, ogni volta con la stessa gioia. Mi identifico sempre con i suoi film, capisco quello che le battute non dicono, ho una fiducia assoluta in lui, mi sento protetta, sono pronta a tutto, anche a personaggi ridicoli, anche a mettermi addosso il sedere finto di Raimunda in Volver, un simbolo della femminilità piena, che per Pedro era in tutte le donne del cinema italiano degli anni ‘50 e ‘60, la Magnani, Loren, la Cardinale. Con altri registi posso suggerire le mie idee, con Pedro non c´è bisogno, la sintonia è totale».
Almodovar secondo Carmen Maura, che non aveva avuto più contatti con lui dal 1989, quando alla cerimonia degli Oscar per “Donne sull´orlo di una crisi di nervi” il regista andò senza la sua attrice, che pure lo aveva accompagnato a Los Angeles. «In Spagna il nostro ritorno insieme è diventato un caso nazionale. Per me è stata una sorpresa ritrovarlo sul set come l´avevo lasciato, lo capisco come allora, senza bisogno di parole, con la stessa intesa dell´inizio con “Pepi, Luci e Bom”. Mi ha solo detto di dimenticare che vado in palestra, un fantasma non ha un passo atletico».
Ma l´intesa ritrovata è solo professionale: «Eravamo molto amici. Eravamo giovani, dividevamo entusiasmi e problemi, il nostro era un cinema con pochi soldi, sul set facevamo di tutto. Quegli anni con Pedro sono stati una grande scuola, da lui ho avuto una lezione preziosa, ho imparato a non avere paura. Al cinema si può fare di tutto, diceva, anche la cosa più assurda, purché diventi reale e credibile. L´amicizia di allora non c´è più. Perché io, malgrado il tempo, sono rimasta la stessa. Pedro è cambiato, sente il peso del successo e di tante responsabilità, prima era solo in mezzo agli amici, faceva le sue cose, ora è sempre circondato di gente, è diventato molto più ansioso. E soprattutto non ride più come ridevamo in quegli anni. Talvolta lo osservo e mi sembra di vivere in un mondo differente».
Raimunda è stata costruita a ricreare un´immagine di donna forte che, dice la Cruz, «ho recitato pensando a mia madre, che lavorava sei giorni alla settimana per dodici ore al giorno perché la famiglia vivesse al meglio possibile, e che oltre al lavoro pensava alla casa, a cucinare, a lavare le nostre cose». Quanto a Irene, dice Carmen Maura, «viene dalla testa di Pedro, un personaggio che appartiene alla sua memoria dell´infanzia nella Mancha. Ne conosco di donne così, donne generose e sommesse che si sacrificano per aiutare gli altri, che cercano in silenzio di risolvere i problemi delle persone che amano. Donne di una volta. Il sacrificio di Irene è grande, fa il fantasma per aiutare le figlie a chiarire problemi irrisolti del passato».
Entrambe le attrici condividono la visione di Almodovar su uno dei temi più forti del film, la morte, che, dice Carmen Maura, «diventa accettabile nella visione di Pedro. Ho perso tante persone care, non posso pensare che finisca tutto così, sarebbe assurdo. Confesso che mi piacerebbe tanto incontrare un fantasma e chiedere qualche spiegazione». «Non lo vedo come qualcosa di religioso, per me è un´esigenza spirituale farsi domande su un tema così essenziale, non mi sembra logico che la morte sia la fine di tutto. Non so dove, non so se troveremo mai una risposta, ma è importante continuare a cercarla», dice la Cruz.
Se Carmen Maura ha costruito una carriera pregevole in tutta Europa, la Cruz si è imposta come diva internazionale. Anche se la parola diva la fa sorridere: «Lo scrivono i media, ma nella realtà sono una donna. Lavoro molto, sono una addict al lavoro, vado sul set, torno a casa e dico a mia madre: mi fai una tortilla. Non amo uscire la sera in quei locali bui dove non si parla, l´avrò fatto tre, quattro volte in tutta la vita». Bella e disponibile – l´unico argomento out è Tom Cruise – la Cruz è felice delle esperienze americane, «mi diverto come in un´avventura, ma se qualcuno vuole vedere che attrice sono, deve vedere Volver e “Non ti muovere”, mi hanno permesso ruoli complessi, carichi di energia. Tornerei anche domani a lavorare con Castellitto, lui e Margaret sono per me una famiglia». Intanto, dopo un passaggio a Los Angeles – «Incontrerò Sofia Loren, le chiederò una foto insieme» – torna in Spagna: sarà la moglie di Manolete in un film dedicato al grande torero».

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