Dalla rassegna stampa Cinema

«Il Codice è fiction»

…la battuta più divertente e intelligente se l’è aggiudicata l’inglese del gruppo, sir Ian McKellen, gay dichiarato, che nel film è il professor Leigh Teabing. . .

Ieri a Cannes il film delle polemiche. Tratto dal best seller di Dan Brown
Howard e Tom Hanks, difesa preventiva

CANNES«Emotional fiction»: è la parolina magica usata da Tom Hanks e ripetuta con pazienza e in varie versioni anche da Ron Howard per difendere, da Cannes, il Codice da Vinci (e il suo esito al box office) dalle polemiche teologiche scoppiate alla vigilia dell’uscita mondiale del film tratto dal best seller di Dan Brown (da domani nei cinema italiani). Cast presente al completo ieri alla conferenza stampa di Cannes, dove in serata il film ha inaugurato la 59.ma edizione del festival francese, ma difesa d’ufficio soprattutto a regista e attore protagonista, anche se la battuta più divertente e intelligente se l’è aggiudicata l’inglese del gruppo, sir Ian McKellen, gay dichiarato, che nel film è il professor Leigh Teabing, superesperto del santo Graal e non solo: «Io ho creduto a tutto quello che c’è scritto nel libro e sono felice di aver contribuito a dimostrare definitivamente, visti i problemi che la Chiesa ha con l’omosessualità, che Cristo non era gay, visto che si è sposato con Maria Maddalena e ha fatto anche una figlia». Per Tom Hanks il film è soprattutto «una grande opportunità per discutere e chiarire alcuni punti della storia del cristianesimo, ma non è un documentario e nessun film può modificare le radici culturali che ognuno porta dentro si sé. Io comunque preferisco le persone che si aprono al dubbio piuttosto che quelle che credono troppo. È difficile rispondere alla domanda se Gesù fosse sposato, io non c’ero all’epoca…». La base di tutto, per Hanks, è sempre la domanda: «Cosa succederebbe se…?» , «proprio come succede quando immaginiamo: Cosa succederebbe se ci fosse uno scimpanzè di 20 metri a spasso per Manhattan»? Insomma, il Codice come King Kong. Più filosofico Ron Howard: «La vita è un mistero e uno dei doni che abbiamo, per chi crede lo abbiamo da Dio, è la mente, la curiosità che può andare in tutte le direzioni purché non vada contro la natura». Per il regista «così come il libro è stato acquistato e letto come fiction, la stessa cosa avviene col film e l’unica cosa di cui discutere è se piaccia o no». Lui comunque le critiche non le ha ancora lette e si rifiuta di fare pronostici sul box office di un film costato 125 milioni di dollari: «Per esperienza diretta so che è impossibile, comunque non ho scelto di fare questo film per ragioni di incasso. La sola cosa che posso dire, anche ai cattolici che lo criticano, è: se vi va andatelo a vedere sennò parlatene con chi lo ha visto e discutetene, è solo buona fiction e può essere di stimolo. Ognuno trae le sue conclusioni, ma le scelte individuali su cosa credere o non credere, non sono la cosa più importante. Si può trovare interessante una storia senza che per questo le nostre credenze debbano restarne condizionate». Per Hanks, la difficoltà di essere il professor Langdon: «È sempre a cavallo tra la razionalità delle sue conoscenze storiche e l’emotività di un contesto da thriller che gli è chiaramente estraneo, per un attore non è facile fare un personaggio così». Ma indirettamente, lui che ha già vinto due volte l’Oscar, ammette che non si tratta del suo capolavoro: «Per quello dovete aspettare, ho acquisito i diritti di Scooby Doo III…». Poi regala una battuta che riassume la sua filosofia d’attore e di vita: «Non c’è codice che possa sostituire l’istinto». Qualcuno si è insospettito dall’eccesso di mistero che ha circondato il film, «scoperto» solo ieri a Cannes: «ma in realtà – dice Howard – abbiamo fatti i tradizionali test screenings, dividendoli tra gli spettatori che avevano letto il libro e quelli che non ne sapevano nulla per vedere le diverse reazioni. Solo che abbiamo chiesto loro di non parlarne». In mezzo a loro Audrey Tautou, scricciolo nero-vestito nonché star che gioca in casa, sembra ancora più piccola: «Sono entrata in una macchina pazzesca, mai vista una mobilitazione simile per un film. ma sono andata all’audizione per una sfida non pensavo di farcela». In realtà la ragazza deve essere più determinata di come appare se è vera la leggenda secondo cui perfino il presidente francese, Jacques Chirac, era sceso in campo per promuovere una sua protetta. Lei comunque è fiera del risultato: «Non è un film americano nel senso negativo del termine, edulcorato, senza consistenza ma un vero film, di vero cinema dove c’è tutto il romanzo e anche di più». E a proposito del romanzo, Dan Brown, che si è fatto fotografare col cast, alla conferenza non c’era, pur avendo firmato il soggetto: discrezione? Voglia di defilarsi e di evitare ulteriori polemiche?


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