Dalla rassegna stampa Cinema

Strana coppia e false verità

Un sensuale noir di Atom Egoyan

FALSE VERITÀ di Atom Egoyan. Interpreti e personaggi principali: Kevin Bacon (Lanny Morris), Colin Firth (Vince Collins), Alison Lohman (la giornalista Karen O’Connor), Rachel Blanchard (Maureen O’Flaherty).

Dall’omonimo romanzo di Rupert Holmes, in uscita per Fandango Libri. Drammatico, USA-Canada-Gran Bretagna, 2005. Durata: 108 minuti È senza dubbio fra i registi d’oggi più interessanti d’America, il quarantaseienne Atom Egoyan, canadese di origini armene e natali egiziani, autore di film come Il dolce domani e Il viaggio di Felicia. Ma capita anche ai talenti più vivi di fare un mezzo passo falso per eccesso di ambizione o per incertezza nell’ispirazione. È il caso di quest’ultimo titolo di Egoyan, False verità, che esce in Italia un anno dopo il Festival di Cannes 2005, dov’era in concorso. La matrice del film, scherzando ma non troppo, si potrebbe definire «tardo-francofortese», siamo cioè dalle parti della critica radicale all’industria culturale e dello spettacolo cara ai filosofi della scuola di Francoforte. D’altro canto, la vena caustica esercitata sulla/nella «Hollywood Babilonia» dei libri di Kenneth Anger – la Mecca dei crimini e degli scandali sessuali, dei vizi privati e delle pubbliche virtù -, è a sua volta un genere letterario e cinematografico sempre abbastanza frequentato. Hollywood come capitale delle finzioni, luogo dove «la verità mente» per eccellenza, certo prima che i reality show s’incaricassero di banalizzarne la sostanza. Egoyan prende le mosse dagli anni Settanta ricostruiti sapientemente a partire dagli splendidi costumi di Beth Pasternak, e va a ritroso, verso i Cinquanta non meno spensierati, ripercorrendo l’irresistibile ascesa e poi la parabola crepuscolare – il viale del tramonto è pur sempre là… – di Lanny Morris e Vince Collins, un duo comico che furoreggiava sul piccolo schermo nel dopoguerra. Infatti Karen (la bellissima, enigmatica Alison Lohman) è una brava aspirante giornalista dei tempi d’oro, quando non si passavano sette ore davanti a un personal computer a fare titoli su titoli, e sta intraprendendo un’indagine sul perché della separazione di Lanny & Vince, una coppia inseparabile come Jerry Lewis e Dean Martin (sui quali la trama è in parte modellata) o Christian De Sica & Massimo Boldi fino all’ultimo cinepanettone italico. L’inizio della fine di un successo che appariva inarrestabile risale a una notte brava «a tre» con una disponibilissima cameriera d’albergo, a Miami, nel 1957. Lei si chiamava Maureen (Rachel Blanchard) e il suo cadavere fu ritrovato due giorni dopo nella vasca da bagno di un’altra lussuosa suite riservata a Lanny e Vince, ma nel New Jersey! Come c’era arrivato? E quali segreti nascondono ancora negli anni Settanta i due reduci da se stessi? Cosa c’entra un grasso boss mafioso da manuale? E Karen, guarita dalla poliomelite, trasfigura o proietta qualcosa di sé nel ricordo dell’incontro con i due, da ragazzina ammalata, durante un «Telethon» antipolio? E che ruolo giocano quelle pilloline pre-viagra e una lolita disponibile a carezze lesbiche nella villa hitchcockiana di Vince da cui si domina Los Angeles? E qual è la parte in commedia d’un maggiordomo che più ambiguo non si potrebbe? E il Caso, vogliamo mettercelo o no? La giornalista scoprirà tutto a sua spese, inserendosi pericolosamente nell’intricato rapporto fra i due showmen, la cui torbida dialettica è fra gli elementi di interesse del film (gli attori, entrambi molto bravi, sono Kevin Bacon e Colin Firth), fino a un epilogo che scioglie i nodi dell’imbroglio. Ma l’andamento noir non è tra i più scorrevoli, l’atmosfera ipnotica da giallo classico resta un’ambizione al confine con la confusione, ed Egoyan rischia che a essere ricordate siano soprattutto le scene erotiche vagamente in debito col David Lynch di Mulholland Drive. Insomma, leggeremo il libro autobiografico di Rupert Holmes, compositore pop inglese negli States, che ha ispirato il film, e soprattutto aspetteremo il prossimo Egoyan all’altezza del suo stile, molto più «gelido» e molto più profondo di quanto non riesca a essere ne Le false verità.

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