Dalla rassegna stampa Cinema

«Pierpaolo Pasolini intellettuale contro e che dà scandalo»

Conversazione di Tommaso Anzoino

Che cosa resta di Pierpaolo Pasolini a trent’anni e passa dalla morte? Se ne è parlato al Centro Urban, diretto da Nicla Pastore, in una serata della Dante Alighieri, relatore Tommaso Anzoino, nella duplice veste di uomo di scuola (preside di quell’Archita che non è soltanto «il» liceo storico di Taranto ma anche, con l’Istituto per la storia e l’archeologia della Magna Grecia, una delle massime istituzioni culturali non solo joniche) e di intellettuale (autore di una storica monografia su P.P.P. uscita per «Il Castoro» nel 1971, seconda edizione aggiornata dopo la morte dell’artista). Dopo le presentazioni del preside Milda e della prof.ssa Josè Minervini, presidente della sezione tarantina della Dante (che ha voluto anche commemorare il recentemente scomparso nostro collega Narciso Bino), Anzoino ha iniziato a delineare la personalità di Pasolini: «sicuramente un diverso, sicuramente una persona scandalosa, nel senso che amava dare scandalo, amava la provocazione. Scandalo era una parola che gli piaceva, anche perché gli proveniva da un personaggio che amava molto, quel Cristo che aveva asserito essere opportuno che gli scandali avvenissero. E un’altra personalità a suo modo scandalosa, don Milani, aveva accostato – ha rilevato Anzoino – le due apparentemente inconciliabili esperienze di Pasolini e di Gesù». Gesù e Pasolini? Il paragone è solo apparentemente blasfemo, e non ha a che vedere con le accuse, più o meno velate, di omosessualità che la pubblicistica più o meno radicale di tutti i tempi ha rivolto al Cristo (un esempio per tutti, Papini prima della conversione). Pasolini vede in Cristo l’eversore, colui che spezza le tavole dei valori, ma non come un superuomo nietzscheano, bensì come chi disvela l’ipocrisia delle classi dirigenti e si porta in Paradiso il ladrone. Proprio al ladrone è ispirato «La ricotta», espisodio pasoliniano di un film a più mani e spezzoni, come usava un tempo (1963): la trama è semplice, un film nel film, ha ricordato Anzoino, in cui un poveraccio al quale neorealisticamente fanno interpretare il ladrone in croce affianco al Cristo muore, per indigestione di ricotta e per gli stenti della posizione. Il messaggio è che il vero Cristo odierno è proprio il poveraccio che muore nell’indifferenza dell’aristocratico regista (Orson Welles!) e dei suoi amici intellettuali che discettano sui massimi sistemi. Espulso dal Pci dopo una breve militanza, «per indegnità» (ovvero per la sua dichiarata omosessualità) Pasolini, ricorda ancora Anzoino, era «un intellettuale contro, come dovrebbe essere ogni intellettuale, scomodo anche per la sua parte, la Sinistra. Come si vide quando, nel ’68, scrisse una poesia rimasta celebre e scandalosa, “Valle Giulia” (dove c’era la facoltà di Architettura e dove ci furono i primi scontri fra gli studenti e la Polizia – NdR): “Avete facce di figli di papà (…) i poliziotti sono figli di poveri”», scrive Pasolini in una invettiva in cui invitava gli studenti, semmai, a prendersela «contro la Magistratura»: «arrivammo alla conclusione, perché mi ci metto pure io – ha ricordato Anzoino – che Pasolini era un reazionario, fottuto, anche, come si diceva. Che avesse delle ragioni lo capimmo molto più tardi». E infine, l’ultima provocazione: quella di una morte cercata o annunciata, e probabilmente politica (per aver scritto “Io so, ma non ho le prove” a proposito delle stragi), certo non dovuta al solo Pelosi». Chi era Pasolini? «Paradossalmente, potremmo definirlo – conclude Anzoino, che ne ha lamentato la sostanziale assenza dalle antologie, scolastiche e no – un moralista».

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