Dalla rassegna stampa Cinema

Mel Brooks: come ridere dei dittatori

…La «peggior commedia della storia» che i due mettono in scena è una sorta di parodia gay del nazismo, con Hitler effeminato e le SS in versione Freddie Mercury…

PRIMEFILM Il genio di «Frankenstein Junior» è a Roma per presentare «The Producers», più musical che film. Ma è la sua passione, fare musiche. E cantare ridendo di Hitler come di chi manovra Bush. «La sola arma letale antidittatura»

«Le canzoni spolverano l’anima”. Non è una frase stupenda? Ce l’ha regalata ieri Mel Brooks, a Roma per presentare il film The Producers di cui è autore e produttore (non regista). E in calce all’incontro, si è anche esibito in un assaggio della canzone di Frau Blucher che sta componendo per il musical ispirato a Frankenstein Junior. Ormai, parole sue, Mel Brooks si sente più musicista che regista: la ripresa in forma di musical di The Producers è stata un trionfo a Broadway, e lui ha scritto tutte le musiche, divertendosi più con quelle che con le gags comiche. «A 9 anni mi hanno portato a Broadway, per vedere Anything Goes, con le musiche di Cole Porter. Quando Ethel Merman ha cantato You’re the Top, ho sentito un brivido, e ho giurato a me stesso che un giorno avrei scritto canzoni così. Sin dal mio primo film, la primissima versione di The Producers (in Italia si chiamava Per favore non toccate le vecchiette, ndr), scrissi tre canzoni, la più famosa delle quali è rimasta Springtime for Hitler. Ma mi è sempre rimasta la voglia di scriverne molte di più. Solo che al cinema anche i musical hanno bisogno di trama, di ritmo, di velocità. Per questo, a un certo punto, ho voluto mettere in scena un musical teatrale in cui, di canzoni, ce ne fossero almeno 20. Sarà così anche per Frankenstein Junior, che andrà in scena nel 2007. In quel caso, però, niente film, niente remake: il vecchio Frankenstein, in bianco e nero, era perfetto e non va toccato».
Il nuovo The Producers conserva quasi in toto lo show di Broadway e infatti è un film troppo lungo, prolisso, qua e là decisamente troppo demenziale. Conserva anche il cast, con la coppia di produttori/imbroglioni composta da Nathan Lane (ottimo) e Matthew Broderick (fuori ruolo come poche volte nella vita), e l’aggiunta di una sventolona svedese spiritosamente interpretata da Uma Thurman. «Avrei preso Uma anche solo per le gambe – scherza Brooks – ma sono rimasto commosso quando ha imparato a ballare e a cantare in quel modo in una settimana. Da piccolo ebreo di Brooklyn, Uma è il mio sogno proibito, bionda e lunga com’è: prima di incontrarla mi sono preparato comprando l’attrezzatura da alpinista». Brooks apprezza le belle signore: quando gli chiediamo di raccontarci il suo amore per il cinema italiano, fa subito il nome di De Sica, cita Miracolo a Milano («forse il mio film preferito») e Ladri di biciclette, ma subito aggiunge: «E L’oro di Napoli, quanto era bello! La pizza, Sofia Loren… la Loren in quel film mi ha fatto diventare uomo».
Come ricorderete, The Producers è la storia di due cialtroni che, per mettere da parte qualche dollaro, si fanno finanziare uno spettacolo di Broadway e puntano al fiasco per fuggire con il malloppo; inopinatamente, lo show diventa un successo! La «peggior commedia della storia» che i due mettono in scena è una sorta di parodia gay del nazismo, con Hitler effeminato e le SS in versione Freddie Mercury. Inevitabile chiedere a Brooks come venne preso questo soggetto nel ’68, agli esordi, e come viene preso oggi, in epoca di «politicamente corretto». «Nel ’68 ci furono reazioni piuttosto fiscali. Era un’epoca più rigida e forse la guerra era ancora troppo recente. Oggi, vi dico solo che il musical è un grande successo a Tel Aviv. Io ho anche interpretato Hitler, o il suo sosia, in Essere o non essere, il remake di quel capolavoro assoluto di Lubitsch. La cosa in sé non mi spaventa, anzi, credo sia utile: con i dittatori non si può avere una dialettica politica, né si può sconfiggerli con le armi della democrazia. In più, è innegabile che i tiranni hanno un loro magnetismo: l’unico modo di affossarli è renderli ridicoli, sfotterli. Una cosa che invece non avrei saputo fare è trovare la comicità nell’inferno dei lager, come ha fatto Roberto Benigni. Dipende forse dal fatto che io sono ebreo, e lui no: ma io davanti alla Shoah mi fermo, mentre lui ha avuto l’audacia di andare avanti. Lo ammiro molto per questo: è stato assai coraggioso».
Chi sono, oggi, i nuovi dittatori da sfottere? «I dittatori sono ancora dovunque, non solo in Africa, in Asia o in Europa: anche in America. Penso, magari, non a Bush, ma a quelli che lo manovrano. Sta ai giovani registi, ai comici di oggi, sfottere i tiranni di oggi. A me piacerebbe molto girare un film intitolato Iraqi Follies. Lo ambienterei tutto nella Casa Bianca (anche in questo caso mi fermerei davanti alla guerra, non oserei mai prendere in giro i soldati che sono laggiù). Pensate: Condoleeza Rice che chiede a Bush “Ma perché siamo in Iraq?”, e quello che gira la domanda a Cheney, “Ma perché siamo in Iraq?”, e Cheney che lo chiede a Rumsfeld… e a quel punto, magari, anche qualche spettatore comincerebbe a chiedersi che cavolo ci facciamo, in Iraq».

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