Dalla rassegna stampa Cinema

Italia bocciata, ai cowboy gay solo tre Oscar

Crash di Paul Haggis, il film sui conflitti razziali a Los Angeles, vince a sorpresa l’Oscar come migliore film del 2005, frenando così quella che sembrava l’inarrestabile corsa al successo dei Segreti di Brokeback mountain di Ang Lee. . .

da Los Angeles

Crash di Paul Haggis, il film sui conflitti razziali a Los Angeles, vince a sorpresa l’Oscar come migliore film del 2005, frenando così quella che sembrava l’inarrestabile corsa al successo dei Segreti di Brokeback mountain di Ang Lee, già vincitore del Leone d’oro a Venezia e del Golden Globe. Ang Lee si aggiudica comunque la statuetta per la migliore regia, mentre il suo film si porta a casa anche l’Oscar per la colonna sonora di Gustavo Santaolalla, e per la migliore sceneggiatura non originale, scritta da Larry McMurtry & Diana Ossana, e basata sul racconto di Annie Proulx. Crash conquista invece anche i premi per sceneggiatura originale (Paul Haggis e Bobby Moresco) e montaggio (Hughes Winborne). Tre Oscar a testa sono andati pure a Memorie di una geisha (scenografia, fotografia e costumi) e King Kong (montaggio del suono, missaggio, ed effetti visivi).
Nessuna statuetta invece per i candidati italiani: La bestia nel cuore di Cristina Comencini ha dovuto inchinarsi al grande favorito, il sudafricano Tsotsi, mentre i costumi di Memorie di una geisha sono stati preferiti a quelli di Gabriella Pescucci per La fabbrica di cioccolato, e la colonna sonora di Brokeback mountain a quella di Dario Marianelli per Orgoglio e pregiudizio.
Come da pronostico invece gli Oscar per i migliori attori protagonisti: Philip Seymour Hoffman ha vinto per la sua interpretazione dello scrittore Truman Capote in Capote; Reese Whiterspoon ha impressionato l’Academy nei panni di June Carter, la cantante country moglie di Johnny Cash, dimostrando con Walk the line – Quando l’amore brucia l’anima di avere non solo ottime doti drammatiche ma anche una voce di tutto rispetto.
Protagonista dell’edizione di quest’anno è stato sicuramente George Clooney, premiato come miglior attore non protagonista per il suo ruolo di un agente della Cia nel Medioriente in Syriana. Clooney, candidato anche come regista e sceneggiatore per Good night, and good luck, è uno degli artisti più amati e rispettati di Hollywood, per il suo talento, il suo charme, la sua modestia, e per il coraggio di affrontare argomenti politicamente scottanti. Nel suo ringraziamento Clooney ha ricordato come Hollywood venga spesso accusata di non essere in sintonia col paese reale e ha sottolineato di essere fiero di «appartenere a una comunità che ha parlato di Aids e di diritti civili prima del resto dell’America», e che ha premiato con un Oscar nel 1939 l’attrice di colore Hattie McDaniel (la Mammy di Via col vento), quando nel resto del paese gli afroamericani erano ancora segregati. Il premio per la migliore attrice non protagonista è andato a Rachel Weisz per The Constant Gardener, per il ruolo di un’attivista che si batte contro la malasanità in Africa.
Le vittorie di Clooney e della Weisz sottolineano un’edizione in cui i premi principali sono stati andati a film di contenuto politico e sociale. Brokeback mountain e Capote hanno protagonisti apertamente omosessuali. Crash parla di razzismo e tensioni sociali in una metropoli multiculturale come Los Angeles.
The Constant Gardener sottolinea le malefatte delle corporation farmaceutiche in Africa. E Syriana punta il dito contro il coinvolgimento dell’amministrazione, dei servizi segreti e dell’industria petrolifera americani nelle vicende mediorientali.
Oscar annunciato quello per il documentario La marcia dei pinguini di Luc Jacquet, uno dei maggiori successi della passata stagione, mentre miglior film d’animazione è risultato Wallace & Gromit – la maledizione del coniglio mannaro, un altro beniamino di grandi e piccini. A sorpresa invece l’Oscar per la migliore canzone originale, attribuito al gruppo rap 36 Mafia per It’s hard out there for a pimp, scritta per il film Hustle & Flow (un brano che è stato ripulito nel linguaggio per poter essere diffuso dalla Abc), mentre molti si aspettavano il successo della sempreverde e meno controversa Dolly Parton per Travelin through, il tema di Transamerica.
Ritirando l’Oscar alla carriera Robert Altman ha stupito tutti confessando di avere subito un trapianto del cuore dieci anni fa, e riflettendo sul fatto che, avendo nel petto il cuore di una giovane donna, ha ancora davanti a sé probabilmente «altri quarant’anni di vita e di lavoro». Auguri.


Caso raro, ha vinto la pellicola più meritevole

L’Oscar per il miglior film è davvero andato – caso raro – al miglior film (di lingua inglese), Crash. Che è anche – caso più raro – il primo film di Paul Haggis, un quadro di Los Angeles fra contrasti razziali, etnici e sociali insolito non per questo, ma perché evita il manicheismo. Non solo: è uno dei pochi film americani dove ogni battuta non implica la seguente e ogni situazione non fa trasparire la seguente. Forse perciò pochi l’hanno visto, tratto insolito per un «migliore film».
Troppi invece han visto I segreti di Brokeback mountain di Ang Lee, il quale riceve l’Oscar in quota cinesi e in quota registi. Quest’ultima motivazione è l’equo riconoscimento per una carriera prima sottovalutata, almeno in Italia, dove il suo film migliore, Cavalcare col diavolo, uscì dimezzato, quando il peggiore, Hulk, ebbe un lancio stratosferico. Eppure è proprio I segreti lo sconfitto di questa premiazione, forse per aver trionfato in altre (Golden Globe, Leone d’oro, varie coppe del nonno). Gli rimane un secondo premio, ineluttabile, se non per l’esito estetico, per l’intento sociopolitico: mezzo secolo dopo Pasolini, ha evocato la sodomia proletaria.
La sodomia borghese è ribadita dall’Oscar come protagonista al personaggio evocato da un caratterista che, per la prima volta, è protagonista, Philip Seymour Hoffman, che impersona il famoso romanziere nel monotono Capote (pronuncia: Capòti). E poi il film è più di Hoffman, ideatore e produttore, che dell’ignoto regista Bennett Miller.
Come ideatore e produttore di Syriana – scritto e diretto dal premio Oscar per Traffic, Stephen Gaghan – è George Clooney, divo che però prende l’Oscar – cammino inverso rispetto a quello di Hoffman – da comprimario, emulo dunque della Charlize Theron premiata due anni fa per Monster. E il personaggio di Clooney, un reale sicario della Cia, è negativo come lo era la reale assassina seriale della Theron. E ancora: il personaggio di Clooney si redime, per resipiscenza politica, mentre quello della Theron era preventivamente giustificato dal lesbismo e dalla conseguente emarginazione. .. A proposito: anche quest’anno la Theron – che non è gaya come non è gay Hoffman – era candidata per North country. Invano. Quest’anno l’Oscar è toccato non a una finta brutta, ma a due non bellissime: Reese Witherspoon, coprotagonista di Quando l’amore brucia l’anima di James Mangold (biografia di Johnny Cash), è insieme un premio al personaggio, la cantante June Carter-Cash, donna normale che ha dato voce all’America rurale, e all’interprete, perché la Witherspoon tanto è giovane, tanto è brava. Di Rachel Weisz, invece, solo la madre direbbe lo stesso; però il ruolo secondario giusto, di fanatica filantropa in The Constant Gardener di Fernando Meirelles, le è valso la statuetta.
Il colpo della trama a effetto, equivalente del personaggio a effetto, è invece fallito per La bestia nel cuore di Cristina Comencini, sagra di inversioni, perversioni, ossessioni in salsa radical-chic a parziale sfondo americano: quanto a disgrazie e delitti, il sudafricano Il suo nome è Tsotsi di Gavin Hood l’ha sbaragliato.
Fra queste scelte coerenti, l’incoerenza di Robert Altman, andato a ritirare l’Oscar «alla carriera» dopo cinque candidature a vuoto. Talora ci vorrebbe orgoglio, quello che ebbe Sartre rifiutando il Nobel.

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