Dalla rassegna stampa Cinema

Un viaggio tra successi e complessi

“Per favore non toccate le vecchiette” era nel 1968 il titolo italiano di “The Producers” , film cult brillantissimo

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Per favore non toccate le vecchiette era (nel 1968) il titolo italiano di The Producers, film “cult” e brillantissimo di Mel Brooks, con gli irresistibili Zero Mostel e Gene Wilder. E con dietro una tradizione di comicità ebraica molto simile alla napoletana: truffe e trucchi di imbroglioncelli famelici con ingegnosi marchingegni e paradossali inghippi fra vicoli di usurai e robivecchi e inciuci. Totò e Peppino tali e quali nei ghetti orinetali e poi sulle scene di Broadway, con eterne smorfie e macchiette, strabuzzamenti secolari, gag aspettati e applauditi da un pubblico abitudinario della sceneggiata e dell´avanspettacolo. Con una Sofia Loren di turno in reggipetto da vamp, fra i sogghigni di Titina De Filippo e Tina Pica.
Ora da parecchi anni The Producers è un colossale successo coi massimi premi a Londra e a New York. Anche una formidabile macchina da soldi, con un immenso indotto di gadgets e dvd e magliette nei vari teatri. Finalmente, è ridiventato un film, identico allo spettacolo bestseller che si replica al londinese Drury Lane, sede istituzionale e illustre.
La trama è ormai notissima. Due furfanti ebrei a Manhattan, un impresario fallito e un ragioniere canaglia, che si chiamano «Bialystock» come un ghetto polacco e «Leo Bloom» come il protagonista dell´Ulysses di Joyce, tramano per “fregare” sia le assicurazioni sia le vecchie vedove danarose e vogliose di farsi sponsor di iniziative più o meno culturali. A un livello più pacchiano dei “boards” nei musei. Per ottenere un flop garantito devono quindi scegliere un musical che offenda contemporaneamente tutte le religioni, tutte le generazioni, tutte le razze, tutte le tendenze politiche. Con gli interpreti più cani sul mercato. E provocazioni che con le indignazioni previste blocchino il musical già nel primo tempo, facendo scattare il “bonus” di clausole assicurative ancora più favorevoli. («Torna Eduardo, tutto è perdonato»).
Dunque, nella metropoli più ebrea d´America, ai fini di «Prendi i soldi e scappa a Rio», quale spettacolo potrebbe risultare più oltraggioso di un musical neonazista intitolato «Springtime for Hitler and Germany», con un Führer languido come nel Grande dittatore di Chaplin, e scalinate da super-Wanda Osiris cariche di SS e di svastiche, come neanche mai nelle biasimate coreografie di Leni Riefensthal?
Qui noi antichi piccini possiamo ricordare piuttosto la Primavera hitleriana di Montale, nella Bufera e altro: «Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale – tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso – e pavesato di croci a uncino l´ha preso e inghiottito… ». E´ la migliore descrizione dell´applauditissima scena-madre nei Producers. Dopo che sono scese dall´alto magnifiche “femmes nues” da Folies Bergères, con specialità bavaresi “en tête” – birra, würstel, bretzel – quando finalmente appare là in cima Hitler come una Mistinguett o una Wanda fra le SS, scatta ogni sera un gigantesco e imbarazzante applauso in ogni teatro (come nel film, ma “live”, fra le patatine e le bibite). E l´ovazione si ripete quando oltre alle SS con svastiche avanza un esercito del Reich con divise ed elmetti da guerra, e si solleva un grande fondale a specchio per riflettere lo schieramento militare in forma di croce uncinata da combattimento? Riflesso condizionato come le fontane luminose nelle riviste d´una volta? O ai film LUCE, davanti alle sfilate in via dell´Impero, con apparati capitolini?
Ora, saranno tutti ebrei irreprensibili, gli autori ed esecutori di questa «Primavera per Hitler»? Saranno tutti beati zombies senza memorie, questi cloni che hanno pagato e automaticamente applaudono gli “effetti speciali”. O non si starebbe piuttosto dalla parte di Montale? («Forse le sirene, i rintocchi – che salutano i mostri nella sera – della loro tregenda, si confondono già – col suono che slegato dal cielo, scende, vince… »).

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Due spettacoli inglesi di successo prolungatissimi, con travestiti.

Il Lago dei cigni di Matthew Bourne, applaudito e premiato ovunque, ora anche a Parigi, può ricordare un “classico” nelle riviste goliardiche d´una volta. Il can-can di quattro ciccioni o striminziti in tutù, la “Morte” d´una mutandara dispettosa che non voleva morire, sbatteva il naso per terra ma si ritirava sempre su. Dieci minuti di buonumore. Qui, invece, due ore e mezza di bruttini in mutande a frange, molto meno attraenti dei ballerini veri in collant bianco e “pacco” vistoso; e anche meno piacenti dei calciatori in campo e dei muratori giovani sulle impalcature estive. Oltre tutto, gli ennesimi ammicchi alla Corte d´Inghilterra fanno ormai cascare le braccia, e tutto il resto.
Sir Ian McKellen, massimo interprete shakespeariano inglese attuale, fa tradizionalmente la Vedovona Prepotente mamma del ragazzo «come tutti voi» nella classica pantomima Aladdin, all´illustre teatro Old Vic. Dove molti anni fa si applaudivano divi della recitazione come Laurence Oliver, Ralph Richardson, John Gielgud, e altri eccelsi. Facevano anche loro le donnette o le donnacce per far ridere i bambini con i tradizionali gag natalizi? Non so. Adesso, con due massacranti spettacoli giornalieri, fra una spiritosata e l´altra i principali interpreti sembrano generalmente vecchiette stanch e.[

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