Dalla rassegna stampa Cinema

L'uomo delle Previsioni

Tira un’aria nuova nel cinema americano. Mentre parecchi film mettono in discussione, senza mezzi termini, la politica statunitense e il ruolo della superpotenza sullo scenario mondiale . . .

Tira un’aria nuova nel cinema americano. Mentre parecchi film mettono in discussione, senza mezzi termini, la politica statunitense e il ruolo della superpotenza sullo scenario mondiale (“Syriana”, “Jarhead”, “Lord of War”), altri ripiegano sull’ideologia “inner”, che ne rappresenta l’aspetto complementare. La vita nel Grande Paese non è più la stessa, il Sogno Americano pare entrato in crisi irreversibile: in America si vive male, insomma. Non è solo questione dell’11 settembre, ma d’identità, di sentimenti, di deriva esistenziale; e ciò vale anche per chi ha raggiunto il fatidico “successo”, che molti s’ostinano a propagandare come sommo valore. David Spritz è un venditore d’aria, che affabula le previsioni del tempo su una rete televisiva di Chicago. A suo modo, è un uomo affermato, con un ottimo stipendio, popolare tra la gente, che lo saluta e lo ferma per strada (quelli, almeno, che non ne fanno il bersaglio di cibi e bevande fast-food). La sua vita privata, però, sta andando alla malora: separato dalla moglie, che intende risposarsi, in difficoltà nei rapporti con i figli adolescenti, afflitto da un monumentale complesso nei confronti del padre, celebre giornalista e scrittore. Dave non è cattivo; ma, come si muove sbaglia. Tra ore passate a fare la coda in auto, rimugina sul senso della propria esistenza e si esercita al tiro con l’arco, mentre attende la risposta di “Hallo America”, il prestigioso show newyorkese condotto da Bryant Gumbel che gli assicurerebbe un’enorme visibilità e una retribuzione a sei zeri. Ce la farà, ma The weather man-L’uomo delle previsioni è la negazione più radicale dell’ideologia all-american della “seconda possibilità”. Anziché trovare nel successo professionale riscatto e felicità, Spritz si scopre solo, a celebrare il funerale dei suoi sogni di gioventù. Regista di blockbuster rinomati (“The Ring”, “La maledizione della prima luna”), Gore Verbinski ha diretto un film tutt’altro che banale, non troppo accattivante, tinto di un’amarezza esente da autocommiserazione, capace di mantenersi in equilibrio tra dramma, comico e grottesco. Nicolas Cage, che interpella direttamente lo spettatore raccontandogli (come in “Lord of war”) senza pudori il suo personaggio, ci sta facendo ricredere: le sue ultime scelte rivelano una sensibilità e una dose di coraggio che, un tempo, non avremmo sospettato. Impeccabilmente bravo Michael Caine, padre malato terminale ma più solido e sereno del suo rampollo. Tanto bravo da farsi accettare – lui, britannico dalla testa ai piedi – nella parte di un vecchio americano premiato col Pulitzer.

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