Dalla rassegna stampa Cinema

I segreti di Brokeback Mountain

…Il soggetto (così come il racconto da cui è tratto) di Annie Proulx, sceneggiato da Daniel McMurtry e Diana Ossana, non racconta altro che una storia d’amore, una storia d’amore come tutte le altre ma che rispetto alle altre deve fare i conti con l’intolleranza e il perbenismo della sana …

Quante volte ce lo siamo chiesti, o ce lo siamo sentiti chiedere – io, da amante del western, un mucchio di volte – da quelli che per ridere di un gusto un po’ anacronistico si divertono a canzonare o da quelli che solo per provocare avanzano l’ipotesi: “…ma non è che John Wayne era gay?”
Naturalmente la cosa fa sorridere, sia pensando all’uomo sia, ancor di più, pensando al personaggio, all’icona, al simbolo non solo di un genere ma di un popolo e di una nazione.
Non è però impensabile che la figura del cowboy possa divenire oggetto di una rilettura di gender, tra le tante che la società (post)moderna attua. La cultura pop ha infatti, soprattutto negli ultimi anni, attraverso connotazioni talora burlesche, trasformato i muscoli e l’aggressività ormonale maschile in caratteristiche da icona gay. Un quadro alla Village People, che rovescia tutte le figure legate indissolubilmente all’immaginario del macho, come il poliziotto, il marinaio o il carpentiere.
Questo è ciò che lo spettatore è probabilmente portato a cogliere preparandosi a vedere un film di cui si è parlato tanto, forse anche troppo. Perché il tema dell’omosessualità stuzzica, scandalizza o forse (già), annoia, ma in qualche modo fa sempre parlare di sé.
Lee non indugia però su questo aspetto e se da un lato, come si diceva, provoca, dall’altro non è per nulla popular, accostandosi al racconto con una grande leggerezza sia espressiva che formale sicché lo spettatore, seguendo la narrazione, si dimentica rapidamente della questione omosessuale.
Il soggetto (così come il racconto da cui è tratto) di Annie Proulx, sceneggiato da Daniel McMurtry e Diana Ossana, non racconta altro che una storia d’amore, una storia d’amore come tutte le altre ma che rispetto alle altre deve fare i conti con l’intolleranza e il perbenismo della sana provincia americana (vedi Mario Corona, “All’ombra delle montagne in fiore”, Segnocinema).
Ennis e Jack, i due protagonisti, infatti, dopo essersi amati sui verdi e bucolici pascoli del Wyoming, non potranno più volersi bene con la stessa spensieratezza e libertà, intrappolati come saranno nei loro matrimoni. La resa alle convenzioni li costringerà all’unione con due donne che nessuno dei due ama davvero. Così Ennis abbandonerà il letto coniugale e la famiglia schiacciato dai debiti e da una moglie fin troppo remissiva; mentre l’amico, in Texas, dovrà vivere, con moglie e figlio, oppresso da un suocero arrogante e indisponente come una certa parte della borghesia degli Stati Uniti del sud.
Non ci sarà scampo e l’idealista Jack, che sperava e suggeriva all’amico di ritirarsi a vivere insieme in un Ranch, finirà nel peggiore dei modi, vittima, forse, proprio di quell’intolleranza che si rifiutava di considerare.
Dopotutto la fine non è una sorpresa per lo spettatore: Lee ce lo aveva detto per tutto il film che se un cowboy poteva anche essere gay non avrebbe mai potuto sperare che ci fosse un posto per lui nella società. L’intolleranza serpeggia nelle pieghe della storia e per quasi tutto il film rimane celata, salvo rivelarsi in maniera cruda quando viene mostrato Ennis da bambino portato dal padre a vedere il cadavere del proprietario gay di un Ranch, seviziato ed ucciso forse dal suo stesso compagno, o quando Alma la (ormai ex) moglie dell’introverso e taciturno cowboy biondo, lo caccia dalla casa del suo nuovo marito dando del deviato a lui e a Jack.
Nonostante gli anni Sessanta e Settanta del Novecento non siano quelli dell’Ottocento – e qui il regista non sceglie giustamente un’ambientazione classica per non cavalcare troppo la provocazione (scelta che a mio avviso rende la storia anche più credibile) – l’ovest è sempre l’ovest e la sopraggiunta modernità è una cattiva medicina perché divora gli spazi e la solitudine che erano le principali caratteristiche del deserto e della frontiera.
Per questo motivo i due protagonisti non esistono nella pianura della città, lì sono intrappolati ed infelici, la loro dimensione unica è quella della natura, quella dei pascoli e dei laghi del Wyoming dove si perpetuano per anni i loro incontri clandestini e dove la montagna parla la loro lingua (non a caso “Brokeback” non è stato tradotto in italiano!). Una specie di paradiso che se dapprima sembra accoglierli, in realtà li rifiuta in quanto troppo irreale per realizzare i loro sogni. Verrebbe da dire un “paradiso perduto”, invece è semplicemente non raggiunto perché il gay è insieme angelo ribelle e (povero) diavolo infelice.
A questo punto è inevitabile stare dalla parte degli innamorati, sia per lo spettatore che, soprattutto, per il regista che si affeziona ai suoi due “sheepboys” e non tradisce per nulla il western. Lee infatti si lascia tentare dal genere e sin da subito è sedotto dal paesaggio così come noi siamo sedotti dall’uso che ne fa. I campi lunghi (e lunghissimi) diventano dei “quadri iperrealisti” (Nepoti) e le scene della transumanza delle pecore ricordano a tratti quelle de Il fiume rosso.
Dopo il Leone d’oro e i quattro Golden Globes è prevista una pioggia di Oscar su Brokeback Mountain e chissà se i premi dell’Academy basteranno a convincere il pubblico statunitense che un cinese, se pur americanizzato, ha saputo leggere tra le righe del mito americano e della sua società meglio di quanto l’abbiano fatto loro da qualche anno a questa parte.

da http://www02.unibg.it/~karascio/article.php3?id_article=6

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