Dalla rassegna stampa Cinema

Altman, il cuore Usa in una radio

BERLINALE Abbiamo visto «Prairie Home Companion». È bello e diverte. Anche se in questo affondo del maestro nei simboli dell’America sulla scia di «Nashville», affiora la tristezza del tempo che va. Tutto accade in una stazione radio…

Berlino – Silenzio, parla Altman. Lo fa riversando, a un trentennio di distanza, cuore, mondo e musica di Nashville negli spazi chiusi di un leggendario programma radiofonico, nato nel 1974, ancora vivo nella realtà, ma qui immaginato lungo la sua ultima esibizione dopo lustri di onorato servizio. Così, la Berlinale targata 2006, dopo l’indolenza dei primi giorni quanto a slancio di nuove proposte, non può che buttar dentro uno dei suoi gol più sicuri. Difficile sbagliare, del resto, quando si riesce a far giocare nella squadra del concorso un numero dieci come Robert Altman che fra qualche settimana, all’età di 81 anni, finalmente riceverà l’omaggio di un Oscar alla carriera. Ma per la statuetta c’è ancora tempo, visto che l’immediato presente sembra conservarsi senza rughe. Come ben testimonia questo Prairie Home Companion, nuovo e malinconico affresco di un Mid-west americano formato famiglia, pronto ad aggrapparsi in massa a questo filo radiofonico pur di ritagliarsi un disimpegno fatto di schitarrate e intrattenimento. Solo che stavolta l’occhio del regista si stringe e si moltiplica nella claustrofobia del backstage del programma, registrato nelle sale di un teatro del Minnesota.
Ed è proprio là che, mettendo fuoricampo tutta la folla che assiste, ascolta e si rispecchia, il film si fa slalom divagante tra i personaggi del carrozzone che anima in presa diretta il varietà. Davanti e dietro il microfono. Con tutti gli slanci emotivi, le empatie e le miserie che si cuciono insieme nel dietro le quinte di uno show ormai più che consolidato. Così, sotto il nostro sguardo intermittente sfilano via a ondate e siparietti, Garrison Keillor, il conduttore del programma originale (nel film, oltre che sceneggiatore, attore di se stesso), assieme a una Meryl Streep splendida in versione cantante manierata, al baffetto demodé di un Kevin Kline responsabile della sicurezza che sembra sbucato lì dalla pagina di un romanzo hard-boiled. E poi tutta quella schiera professionista di intrattenitori, barzellettieri e cantanti dal cappello cow-boy che spaziano dall’immancabile country su su fino al gospel e al jazz. Quasi a inseguire spartiti flessibili da documentario, una vera marmellata d’umanità, qui ritratta sul bagnasciuga dei suoi ultimi rituali, perché nella figura di Tommy Lee Jones già incombe la nuova proprietà della radio, intenzionata a tagliare i ponti con il passato. E così ne viene fuori di tutto, tra schegge esistenziali che ricordano sorelle perdute per strada, punture di humour tra un numero e l’altro, desideri giovanili di suicidio, confessioni e rimproveri dell’ultima ora e ancora battute che alla fine si permettono di scalzare il moralismo di censure religiose.
Segmenti rappresentativi di un microcosmo che diventano la lente d’ingrandimento di un’America profonda in cerca di una nuova ridefinizione. Incalzata da una modernità che s’intrufola negli stacchetti pubblicitari degli sponsor (dai nastri adesivi al latte solubile per biscotti), eccoci alle prese con la musica di un mondo al confine, costretto al suo ultimo giro folk, che, proprio come in Nashville, il film-padre di riferimento, fa confluire la sua molteplicità nelle cornici di un ritratto sociale. Solo che stavolta, quella che ci viene dipinta, è un’America più invecchiata, quasi scollegata dai battiti dell’attualità, ma non del tutto pronta a passare la mano. A maggior ragione se poi, in questo ambiente spolverato dall’affetto che Altman riversa nei confronti dell’amatissima radio, il panorama inizia a screziarsi di note funeree sempre più invadenti. A portarle con il proprio corpo, una donna-angelo (la Virginia Madsen di Sideways), algida nel suo impermeabile bianco e nel suo boccolo biondo. E a testimonianza di un mondo che pare costretto a rigirare su se stesso, proprio lei che ora si aggira visibile-invisibile distribuendo i suoi tocchi dolcemente mortali all’interno dello staff, in precedenza era morta in un incidente stradale mentre rideva per una gag ascoltata al «Prairie Home Companion». Invasione surreale che aggiunge un altro strumento ai tanti già usati da quel signore di Kansas City che sa dirigere tutto dall’alto, pur «nascondendosi» tra i suoi orchestrali.

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