Dalla rassegna stampa Cinema

Anna Galiena e la Ottieri tra le lettere di Pasolini

“Con Pier Paolo c´era una grande intimità. Sono felice se i giovani lo riscoprono”

OGGI, 86ENNE, LO RICORDA COSÌ

L´attrice legge il fervido epistolario che legò lo scrittore all´amica
L´appuntamento alle 18.30 a Palazzo della Ragione per il ciclo ideato dal Parenti

Pier Paolo Pasolini e Silvana Mauri, figlia di Umberto, nipote di Valentino Bompiani e poi moglie dello scrittore Ottiero Ottieri, si scrissero praticamente ogni giorno per quasi trent´anni. Un fitto epistolario intimo che molte cose può raccontare di quel Pasolini eretico e inquieto che all´amica Silvana scriveva: “La mia malattia consiste nel non mutare”. Questo pomeriggio, nell´ambito di “Celebrato o tradito? Cosa resta del vero Pasolini”, (la rassegna organizzata dal Franco Parenti a Palazzo della Ragione), l´attrice Anna Galiena dà voce ad alcune di quelle lettere, che per Silvana Mauri, oggi 86enne, sono ancora fonte di emozioni preziose.
Signora Mauri, che rapporto aveva con Pasolini?
«Intensissimo, un´amicizia straordinaria. Anzi, direi una fratellanza».
Che cosa vi legava?
«Molte cose, ovviamente. Interessi, amicizie, passioni. Ma soprattutto un´intesa e una complicità assolute. Quanto ridevano insieme… Coglievamo il lato buffo delle cose nello stesso momento».
Il vostro primo incontro?
«Come potrei dimenticarlo? A Bologna, a casa. Ce lo portò mio fratello, avevano la stessa età, due anni meno di me. Mi piacque subito. Era bellissimo».
Di che cosa vi scrivevate?
«Di tutto. La nostra vita, ciò che ci capitava, gli incontri, i viaggi. E poi pensieri, riflessioni. C´era una grande intimità, anche se Pier Paolo era persona molto pudica. Ricordo con particolare emozione il periodo dello scandalo, quando venne espulso dal Pci per omosessualità e bandito dall´insegnamento, lui che era un maestro meraviglioso. Dal Friuli si trasferì a Roma e io mi precipitai per consolarlo. Era disperato ma, al tempo stesso, alle soglie di una vita nuova. Stargli vicina in un momento come quello è stato fondamentale nel nostro rapporto».
Dal suo punto di vista, quale era la sua dote migliore?
«Ne aveva tante. Inutile dire l´intelligenza, la cultura, il talento, la libertà di pensiero. Ma se dovessi pensare a una cosa che ammiravo molto di lui, direi la disciplina. Era un lavoratore accanito, instancabile. Si alzava ogni mattina alle sei e non si staccava dalla scrivania fino all´ora di pranzo. Mangiava come un lupo, ne aveva bisogno viste le energie che bruciava. Poi si rimetteva al lavoro fino a sera, quando finalmente si concedeva un po´ di libertà».
Sono passati più di trent´anni dalla morte di Pasolini. Secondo lei, è stato ricordato come merita?
«La stima verso il suo lavoro e il suo pensiero ha vinto sul sospetto e sul pregiudizio. I giovani lo scoprono e lo rileggono con una freschezza nuova. Ne sarebbe stato felice».
Palazzo della Ragione, piazza Mercanti 2, oggi ore 18.30. Ingresso 10 euro. Tel. 0259995700.

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