Dalla rassegna stampa Cinema

Duello all’ultimo Oscar tra Clooney e Ang Lee

…come ampiamente previsto, «Brokeback Mountain», il film sull’amore impossibile tra due cowboy gay diretto da Ang Lee, si conferma il grande favorito con ben otto nomination. . ..

LOS ANGELES – Ieri mattina la Academy ha annunciato le sue nominations. E, come ampiamente previsto, «Brokeback Mountain», il film sull’amore impossibile tra due cowboy gay diretto da Ang Lee, si conferma il grande favorito con ben otto nomination, incluse miglior film, regia e protagonisti, Heath Ledger e Jake Gyllenhaal, quest’ultimo relegato chissà perchè a non protagonista. Tra i miglior film anche «Capote», biografia dello scrittore; il dramma inter-razziale «Crash»; «Good Night, and Good Luck» di George Clooney candidato anche come miglior regista e, in un momento di trionfo personale, anche come miglor attore non protagonista in «Syriana»; e infine, la vera sorpresa, «Munich», il controverso film sul team dei servizi segreti israeliani che ha vendicato la strage delle Olimpadi di Monaco escluso, sinora, dai premi. Potenza del nome Steven Spielberg.
«Memorie di una Geisha» finito con sei candidature, ma sono solo tecniche, come quelle per il «King Kong» di Peter Jackson. C’è invece una candidatura italiana, con «La bestia nel cuore», il film di Cristina Comencini che entra nella corsa al miglior film straniero, era dal 1999 di Roberto Benigni che non capitava. I suoi concorrenti sono il francese «Joyeux Noël», il tedesco «Sophie Scholl», il film palestinese «Paradise Now» e, dal Sud-Africa, «Tsotsi».
Tra le attrici l’Oscar si profila come una gara a due tra Reese Witherspoon nella parte della cantante country June Carter in «Walk The Line» e Felicity Huffman, una delle «Casalinghe disperate» che in «Transamerica» è un uomo che vuole diventare donna. E’ un’attrice oltre i 40, per Hollywood un handicap. Ma il suo è un ruolo estremamente coraggioso. E ha dietro il potere di Harvey Weinsntein, l’ex padre-padrone della Miramax che da pochi mesi ha creato il suo studio. Le altre candidate saranno Judi Dench per «Mrs. Henderson Presents»; Keira Knightley nell’ennesima versione di «Orgoglio e pregiudizio» e Charlize Theron minatrice che si ritrova a proporre il primo caso di molestia sessuale in «North Country». Tra gli attori, Heath Ledger ha il vantaggio del film con più candidature, ma i pronostici sono tutti per Philip Seymour Hoffman per la sua trasformazione in «Capote». Gli altri candidati sono David Strathairn protagonista nel film di Clooney, Joaquin Phoenix che diventa Johnny Cash in «Walk the Line» e Terrence Howard che in «Hustle and Flow» è un magnaccia che vuole diventare rapper.
Tra i registi, oltre ad Ang Lee e Clooney, troviamo Spielberg, Bennett Miller e Paul Haggis. La cerimonia è stata rinviata al 5 marzo, per non mandare in onda lo show durante le Olimpiadi di Torino. Maestro di cerimonia sarà per la prima volta Jon Stewart, conduttore di uno show tv alquanto politicamente scorretto. Non avrà un compito facile, quewsto è un anno in cui a parte «Munich» tutti gli altri film in corsa sono produzioni indipenedenti andate non troppo bene al botteghino e dal tono molto politico. Con l’esclusione di Clooney, mancano le grandi star. E se non bastasse, la vittoria di «Brokeback Mountain» viene data per scontata, anche se proprio l’anno scorso tutti davano per vincente «L’Aviatore» di Scorsese e a vincere, invece, fu Clint Eastwood con «Million Dollar Baby».

MIGLIOR FILM
«Brokeback Mountain» di Ang Lee
«Good Night and Good Luck» di George Clooney
«Munich» di Steven Spielberg
«Crash» di Paul Haggis
«Capote» di Bennet Miller
MIGLIOR REGISTA
Ang Lee
Steven Spielberg
George Clooney
Paul Haggis
Bennet Miller
MIGLIOR FILM STRANIERO
«La bestia nel cuore» (Italia)
«Joyeux Noel» (Francia)
«Paradise Now» (Palestina)
«Sophie Scholl- La rosa bianca» (Germania)
«Tsotsi» (Sudafrica)
MIGLIOR ATTORE
Heath Ledger «Brokeback mountain»
Philip Seymour Hoffman «Capote»
Joaquin Phoenix «Quando l’amore brucia l’anima»
David Strathairn «Good Night and Good Luck»
Terrence Howard «Hustle & Flow»
MIGLIORE ATTRICE
Judi Dench «Mrs Henderson presents»
Felicity Huffman «Transamerica»
Charlize Theron «North Country»
Reese Witherspoon «Quando l’amore brucia l’anima»
Keira Knightly «Orgoglio e Pregiudizio»


Comencini: sbagliavo a non crederci noi italiani abbiamo poca autostima

ROMA
Poche speranze razionali, ma, sotto sotto, nella parte più nascosta dell’istinto, qualcosa la spingeva a pensare che sì, che forse l’obiettivo si poteva raggiungere. Felice, ma anche lucida e precisa, come è nella sua natura, Cristina Comencini confessa che a farla sperare era stato soprattutto «l’apprezzamento emotivo» con cui «La bestia nel cuore» è stato accolto alle proiezioni americane. Sull’altro piatto della bilancia, pesavano, però, le considerazioni pratiche: «Abbiamo avuto un tempo veramente limitato per poter lavorare in America, solo una settimana, e poi noi, in Italia, sbagliamo spesso, pensiamo che le cose non vadano e invece vanno». Al suo fianco siede Giovanna Mezzogiorno, protagonista del film, vincitrice alla Mostra del cinema di Venezia del premio per la migliore interpretazione femminile.
Qual è l’elemento del film che ha maggiormente colpito e interessato i membri dell’Academy?
«Prima di tutto il fatto di aver visto rappresentata un’Italia, quella di oggi, che non vedevano da tempo. Poi il modo scelto per raccontare la storia, il fatto che, pur trattando un argomento drammatico, la pellicola abbia una parte di commedia, la gente in sala rideva molto e questo la riconciliava con la durezza del tema. Poi in tanti mi hanno chiesto degli attori, a una proiezione c’è stata una signora che somigliava molto a Angela Finocchiaro, il pubblico non la finiva di andarsi a complimentare tanto che lei alla fine è venuta chiedermi di dire pubblicamente che lei non era la Finocchiaro».
Che cosa pensava quando pensava in negativo, cioè di non entrare nella cinquina?
«Ho un padre calvinista, c’erano argomenti razionali che mi spingevano a fare le ipotesi più nere. Poi però Matteo De Laurentiis ha fatto le carte e ha detto che sarei entrata, insomma, meglio essere napoletani che valdesi».
«La bestia nel cuore» è stato candidato in un’annata in cui sembra che Hollywood sia maggiormente concentrata su temi seri, importanti. E’ d’accordo?
«Si, penso che la nostra candidatura sia anche il segno di una tendenza, e cioè che in America siano tornati ad avere successo film che danno emozione, ma che fanno anche riflettere».
Dopo l’incidente di «Private», candidato dall’Italia, ma poi scartato dall’Academy perchè non in possesso dei requisiti necessari, lei dichiarò che «La bestia nel cuore» aveva le caratteristiche per poter essere preso in considerazione. Perché?
«Credo che, nella scelta del film da designare, bisognasse soprattutto chiedersi quale fosse il tipo di cinema in grado di avere successo all’estero. Ho verificato, nelle prime proiezioni americane, che il mio film ha grandissime possibilità di piacere, ho sentito una forte empatia con il nostro cinema, e poi quando vedi una sala in piedi che batte le mani…Sono contenta di poter dire di far parte di una generazione di registi che ha ricreato il legame con il pubblico».


Pausini: vado e vinco il Grammy ma il sogno è un duetto con Eros

MILANO
RAGAZZE italiane crescono nello showbusiness internazionale. Se ieri è toccata alla Comencini una candidatura all’Oscar, l’8 febbraio potrebbe succedere il finora impensabile: che cioè un’altra ragazza tosta, Laura Pausini, vinca a Los Angeles un premio Grammy per il miglior album latino. «Escucha», la versione spagnola di «Resta in ascolto», è infatti fra i cinque dischi segnalati dall’Academy nella categoria «latin pop»,. Mai era successo a un italiano di arrivare nei dintorni dei Grammy. Si sa che Laura è dedicatissima al proprio mestiere; da lungo tempo frequenta quei territori e ne ha imparato il linguaggio, com’è ovvio per chi voglia farsi «escuchare» in altre culture: la popolazione di origini latine sta moltiplicandosi negli Usa, è un mercato vasto e ambitissimo dove la nostra trentenne artista ha messo radici. Morale: Lauretta sta preparando la valigia, proprio come Bruce Springsteen e i Coldplay, annunciati presenti al galà. Va a Los Angeles, e conta di vincere.
Il primo italiano nominato ai Grammy è una donna, ed è lei, cara Laura. Ottimista?
«Mi preparo. Sono un po’ ansiosa, sono piena di febbri sul labbro, ho mal di schiena… Ma non voglio fare la solita che dice: non vincerò. Di solito sono molto più pronta a non ricevere, mi preparo perché non ci voglio restar male. Non conosco quelli nominati con me: ci fosse Shakira sarei più pronta alla sconfitta, invece stavolta vorrei proprio vincere».
E’ buffo che un’italiana sia candidata per il miglior album latino.
«Giuro che non me lo aspettavo. Già è arrivato inaspettato il “Latin Grammy”. Mi sono resa conto che, 13 anni dopo aver vinto a Sanremo, in Usa dove ho un pubblico latino debbo molto agli ultimi due dischi, che ho controllato completamente io. E me li godo davvero».
Insomma il merito non è dell’ex manager-fidanzato Cerutti, ma suo. Ma lei è pure una gran lavoratrice.
«Ho parlato a lungo di questo con Eros Ramazzotti. Ogni tanto mi dice: ma quante volte ci vai a far ‘sta promozione in America, stai a casa. Lui però ha una situazione personale diversa: io non avendo ancora una famiglia voglio batter il ferro finché è caldo, a livello musicale e personale. Girando puoi anche testimoniare l’evoluzione dei paesi, e io ho visto con i miei occhi i cambiamenti sociali ed economici in America Latina, che hanno avuto un riflesso sulla musica. Loro sono molto più attenti di noi ai suoni tradizionali, ma anche al nuovo. Si ritenevano inferiori e hanno mostrato di non esserlo affatto. Mi piace esser parte di questo loro orgoglio per la propria terra».
Tony Renis che ci teneva tanto mai ha visto un Grammy. E neanche Bocelli o Ramazzotti…
«Con tutto il rispetto per loro, mi fa piacere che succeda a una donna. Le prime volte di solito toccano agli uomini. Magari torno a mani vuote, ma ribadisco che anche se lì io canto in un’altra lingua, sono italiana. Anni fa avevo pensato di seguire l’onda latina alla Ricky Martin, me lo avevano proposto: sono contenta di aver detto di no; mi sono affermata con autori italiani, condividendo la produzione con gli stranieri ma rappresentando se stessa».
Lei era fra i duetti doc della finalissima a Sanremo. Ma il suo Bublé non può venire. Ci sarà con Ramazzotti?
«A Sanremo il sabato ci vado proprio, anche senza Bublé. Sono 12 anni che aspetto di cantare con Eros. Sono assolutamente pronta, chissà. Non sarebbe male duettare dove abbiamo iniziato».
Inciderà ancora in inglese dopo «From the Inside»?
«Me lo hanno proposto, ma in questo momento non mi va: penso a evolvere il mio filone, non mi affascina l’r&b. Se potessi tradurre in inglese le mie canzoni un pensierino ce lo farei, ma è complicato. Penso pure a un album di cover; ho cantato “She” di Aznavour, tradotta come “Lei”: ha avuto successo e la mia etichetta ha deciso di farla scaricare da internet a pagamento dall’8 marzo, festa della donna».
Come va l’amore, Lauretta?
«Ho dedicato la mia vita al lavoro e sto cercando di capire, come donna, quanto sia giusto. Sono alla ricerca di qualcosa che mi dia stabilità. Non sarà che mi sono tirata una mazzata sulla vita cantando la “Solitudine”?».

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.