Dalla rassegna stampa Cinema

Pechino mette al bando i cowboy gay

Ma per quattro cinesi su dieci i rapporti omosessuali non sono un problema

Prima Pagina:

Vietato «Brokeback Mountain». Ma 4 cinesi su 10 non disapprovano le relazioni omosessuali
Censura a Pechino: al bando il film sui cowboy gay

PECHINO — Nel locale per gay vicino allo Stadio dei lavoratori, pieno centro della capitale, il film «I segreti di Brokeback Mountain» l’hanno già proiettato. Video pirata, naturalmente. Perché l’ultima opera del regista Ang Lee, premiato con il Golden Globe una decina di giorni fa, ufficialmente in Cina non è arrivata e forse non arriverà mai. La censura ha messo il suo sigillo sulla pellicola sulla storia di un amore omosessuale fra due mandriani del Wyoming. Tabù insopportabile. Ma non per 4 cinesi su 10.

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LE ISTANTANEE
A destra, nella foto grande, un «matrimonio» gay celebrato simbolicamente nella provincia dello Jilin.
Sopra, un travestito attende dietro le quinte prima di entrare in scena in un club gay di Shanghai. A sinistra, un omosessuale cinese si prepara a una serata a Pechino

Divieto di proiezione per il film di Ang Lee «I segreti di Brokeback Mountain» che ha trionfato nelle rassegne internazionali

PECHINO – Nel locale per gay sul viale ovest dello Stadio dei Lavoratori, pieno centro della capitale, il film «I segreti di Brokeback Mountain» l’hanno già proiettato richiamando un bel pubblico. Era un video pirata, naturalmente. Perché l’ultima opera del regista Ang Lee, premiato con il Golden Globe una decina di giorni fa, ufficialmente in Cina non è arrivata e forse non arriverà mai. La censura, quella insopportabile censura che tiene le lancette degli orologi ferme ai decenni dell’oscuramento culturale, ha messo il suo sigillo. Così rivela la rivista americana Variety che, vangelo della critica e del gossip cinematografico, raccoglie indicazioni sulla volontà della Amministrazione Centrale di vietare al pubblico cinese la pellicola sulla storia di un amore omosessuale fra due mandriani del Wyoming. Tabù insopportabile.
Nel mirino ci sarebbe anche «Memorie di una Geisha». Per puro risentimento antigiapponese.
In verità questi signori, ultimi Cerberi di un comunismo che la modernizzazione ha sotterrato, non sono mica gli unici omofobici che in giro per il mondo hanno levato urla scandalizzate davanti alle immagini dell’ultimo successo del maestro Ang Lee (nato a Taiwan) già vincitore di un Oscar nel 1997 con la «Tigre e il Dragone». In compagnia si sono ritrovati con gli ultrabigotti dello Stato dello Utah negli Stati Uniti i quali hanno addirittura chiuso alcune sale per impedire che si potesse diffondere la «peste» dei «Segreti di Brokeback Mountain». La differenza è che negli Usa una risata ha sepolto i crociati che se la sono data a gambe. In Cina la situazione è invece molto più complessa.
E una sonora risata non è l’antidoto che agisce sul cervello di quei guardiani-mandarini. Anzi.
Per fortuna nell’Impero di Mezzo la vita non marcia più come una volta. La società reale è molto più illuminata della società politica che indossa i panni di un totalitarismo ideologico semimummificato e di un’etica (confuciana) bacchettona. C’è uno scontro sempre meno nascosto fra la libertà di valori portata dal miracolo economico e i vecchi vincoli determinati dall’«istituzione partito». Il caso dei «Segreti di Brokeback Mountain» è davvero illuminante su ciò che accade in Cina. Da una parte i divieti e le ossessioni. Dall’altra il bello del sogno e della rincorsa alla espressione libera che aggira le barriere e dona prospettive nuove.
Su un tema profondo e intimo come l’omosessualità la Cina ha un po’ rimescolato le sue forme di pudore. I sentimenti e la sensibilità dei cittadini sono assai meno ottusi di quanto siano i censori della Amministrazione della radio, dei film e della televisione. Oggi un sondaggio su Internet informa che quattro cinesi su dieci non considerano per niente disdicevole ammettere l’omosessualità, uno non ha opinione, due sono incerti e tre restano bruciati come se fossero ripassati dall’ortica. E’ già un grande passo avanti.
Le frange del cattolicesimo ultrà e reazionario nell’Occidente e l’integralismo estremista nell’Islam hanno tentato di trasformare la verecondia e il pudore in fanatismo producendo enormi guasti in tema di educazione alla sessualità. Va riconosciuto. Ma qua, nell’altra metà del globo, nella Cina confuciana buddista e taoista oltre che comunista, la storia scolastica e universitaria ha dimenticato di scrivere sui libri che nelle corti imperiali l’amore omosessuale era praticato, e pure l’amore saffico univa le concubine. Nei millenni si sono succeduti imperatori etero e imperatori gay. Lo era, si racconta, il leggendario Imperatore Giallo, Huang Di, della dinastia di fondazione Han agli albori del Grande Regno.
Ma era vietato spiegarlo. La rivoluzione del 1949 non ha mica cambiato quelle rotte di omertà e di false castità.
Un peccato per l’intransigenza religiosa che supera ogni teologica e dotta interpretazione dei libri sacri. Una deviazione borghese per l’ideologia della presunta liberazione. L’omosessualità è restata «pratica criminale» e solo alla fine degli anni Novanta l’hanno depenalizzata. Ed era persino nella lista «di classificazione diagnostica dei disordini mentali». Un omosessuale o una lesbica erano per definizione cerebrolesi. Nel 2002, terzo millennio, per fortuna anche questa vergogna è stata abolita.
Ma la Cina ha tante facce. Le istituzioni politiche sono sclerotizzate in vecchi stereotipi. Nel 2004 la coraggiosa sociologa della Accademia delle Scienze, Li Yinhe, ha proposto alla Assemblea Nazionale una legge per il riconoscimento delle relazioni fra omosessuali ma ha raccolto la miseria di 35 firme e l’iniziativa è finita nel cestino. Nel dicembre scorso il primo festival degli omosessuali è stato vietato. «Destabilizza» le coscienze. La società è però avanti anni luce rispetto a chi la rappresenta. I gay e le lesbiche hanno i loro locali, si amano e si divertono a guardare i dvd pirata dei «Segreti di Brokeback Mountain».
Alla faccia dei censori.

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