Dalla rassegna stampa Cinema

Parolacce e censura negli anni cinquanta

A PROPOSITO DELLE CORREZIONI IMPOSTE A PASOLINI Le parole “scabrose” tagliate in “Ragazzi di vita” sono oggi assai in voga

Le indagini archivistiche di alcuni ricercatori e studiosi hanno portato al rinvenimento (approdato anche al Corriere della Sera) di vari “emendamenti” eseguiti da Pasolini sulle “parolacce” nel testo di Ragazzi di vita, per iniziativa dell´editore Livio Garzanti, in veste di “editor”. E quindi, per chi ha vissuto e patito da vicino quei medesimi anni Cinquanta, si ripropongono considerazioni bene informate su quel clima culturale e sulla pratica dell´editing: due temi di rimpianti e nostalgie inestinguibili.
Siccome le parole «scabrose» o «scandalose» allora «censurate» sono tuttora più che mai in voga, un cabarettista abbastanza trasgressivo d´oggi potrebbe facetamente chiedersi, con successo: come sarebbero state accolte dagli intellettuali “organici” del moralismo togliattiano o “cattolicone”, fra gli “ismi” e le tendenze dell´epoca (molto prima del discusso Gruppo 63), una Scuola del Vaffanculo, una Egemonia dello Stronzo “organico”, una Linea della Sorca o della Nerchia, un Gruppo della Pippa?
Chi frequentava piuttosto i protagonisti editoriali di quei tempi – Vittorini, Calvino, Bassani – si domanderà invece concretamente: quali e quanti, fra tali vocaboli, sarebbero passati e circolati «no problem» nei libri delle collane da loro dirette e curate per Einaudi, Mondadori, Feltrinelli, e altri?
Per il cinema e il teatro, c´era la censura, e non le sovvenzioni. Nella letteratura, invece, prosperava una quantità di iniziative giudiziarie promosse da fantomatiche associazioni di “familiari” per la protezione contro gli scandali. Dunque, siccome si ripeteva ovunque che i magistrati si limitavano a esaminare le prime dieci pagine dei volumi incriminati, i debuttanti di belle speranze si confidavano la scorciatoia per un rapido successo: pubblicare da un editore magari infimo un romanzetto con titolo pruriginoso e varie porcate nel primo capitolo. Poi, farsi denunciare da un sodalizio di parenti mafiosi. E quindi, non appena incriminati, proclamarsi vittime di censure e repressioni intollerabili. Chi lavorava nelle agenzie giornalistiche raccontava che erano casi assai frequenti. Ma la «pedofilia» era ancora ignota, allora, sia nella mentalità che nel lessico. Si parlava e scriveva di «pederastia» (malgrado l´etimo) anche fra anziani.
In quel clima, ho ancora due ricordi netti. Moravia, che voleva molto bene a Pasolini, lo scongiurava continuamente di non mettersi nei guai. Sia per non farsi classificare fra quegli opportunisti dello scandaletto; e sia per non doverlo poi difendere in tribunale, per amicizia, ma anche mettendosi in cattiva luce presso le signore borghesi che erano le sue lettrici principali e “audaci”. Gadda invece vedeva con preoccupazione i commenti che valutavano Pier Paolo come suo discepolo, e soprattutto epigono del Pasticciaccio. Non solo perché l´Ingegnere detestava il parlare “sboccato”, ma specialmente perché dopo essersi tanto affaticato per mettere a punto un “plurilinguismo” stilisticamente ricercatissimo, temeva di ritrovarsi considerato un maestro di dialettalismo regionale e mimetico in presa diretta e pedissequa. Chissà se è correct rammemorare un “mot” di Goffredo Parise: «L´Ingegnere è preoccupatissimo perché Pier Paolo gli sta bruciando il culo».
Circa l´editing, poi, ora dilagano le recriminazioni perché non lo si sa più fare in maniera professionale; e dunque soprattutto gli esordienti fanno figure pessime, perché nessuno specialista amante del proprio lavoro indica gli strafalcioni, le ripetizioni, le banalità, le frasi senza capo né coda. E le recensioni segnalano spesso le insulsaggini che il “mestiere” individua subito, ma non vennero riparate in tempo.
Io ne ho sempre approfittato. Anna Banti, su Paragone, mi ha suggerito di lasciar perdere la civetteria di usare anche beneducatamente nomi veri (come Guido Piovene e Carlo Bo) tra i frequentatori prestigiosi di Salice Terme, per evitare ogni odorino di gossip. Mentre per Calvino, quando si arrivò al volumetto, erano semmai notazioni di un color locale dabbene.
Negli stessi anni dei Ragazzi di vita, Elio Vittorini con molta tristezza giudicò impubblicabile L´Anonimo lombardo perché «immorale» (benché programmaticamente privo di atti o allusioni sessuali), giacché raccontava una Milano di studenti omosessuali come a Cambridge. Lo pubblicò invece Bassani, non solo per quell´aria alla E. M. Forster, ma in quanto «romanzo di note al testo», con una trama ininfluente. E Bassani pubblicò in quanto «libro di formazione giovanile» anche Parigi o cara, ritenuto da Vittorini un «non libro», giacché fatto di articoli.
Bassani però poi rifiutò Fratelli d´Italia, giudicandolo un «non romanzo» per la quantità di conversazioni saggistiche (e malgrado la voga del romanzo-saggio e del romanzo-conversazione, allora). Lo presero allora Valerio Riva e Feltrinelli; e qui Giangiacomo fu quasi “editor”. Infatti, proprio per il sospetto «alla Anna Banti» di rischiare anche involontariamente il «romanzo a chiave» (un grande modello era allora Proust, e la critica proustiana alla ricerca degli “originali” dei personaggi), avevo dato delle copie del testo a diversi conoscenti in vari ambienti. Chiedendo il favore di segnalarmi le eventuali somiglianze con fatti e personaggi reali. Che sbaglio. Finì subito non solo in gossip ma «in vacca», con velenosi attacchi, anche in previsione dell´imminente Gruppo 63.
Allora qui il savio Giangiacomo realisticamente suggerì di far leggere il testo a un suo avvocato bravissimo, per riscontrare se vi fossero casuali affinità con vicende e sentenze giudiziarie recenti a noi sconosciute. E se ne trovarono. Dunque per me fu semplice spostare un marito o una moglie qua, e una città o una professione là. Quando si fanno “panorami” e non ritratti, infatti, una tresca a Positano poteva ben valere come un amorazzo a Lerici. Intercambiabili come un cappello verde e una sciarpa blu.
Oggi, però, un «ma che cazzo» (certo non censurabile) pare piuttosto omologabile in qualunque fiction sui coatti o sui manager, con cellulari analoghi? E «stocazzo de edditor, che cesstààffàà”». Censuriamo le viole del pensiero, o le patonze e pecheronze de una sora Cecia in tv?
E comunque, a proposito dei ricercatori tipo «arsenico e vecchie mutande», un vegliardo d´altri tempi mi ha già avvertito: «Attento, se ci sono in giro delle tue cartoline del Trentacinque! Avevi cinque anni, ma allora i bimbi sapevano già scrivere!». (E dopotutto, altro che scrittori o sceneggiatori o poeti, per una battuta come quella dell´inimitabile Ricucci: «Ahò, ma che volete fa´ i froci col culo degli altri»).

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