Dalla rassegna stampa Cinema

Se l´amore demolisce il mito della prateria

I due cowboy innamorati vittime alla fine di intolleranza e machismo

Il film Leone d´oro di Ang Lee è una love story classica, anche se gay

Vuoi vedere che Ang Lee, cinese, ne sa più degli americani di quello che gli americani sanno di se stessi? Ce lo aveva già fatto sospettare col ritratto dolente della provincia del Connecticut (“Tempesta di ghiaccio”) o la rivisitazione della Guerra Civile (“Cavalcando col diavolo”); ce lo conferma ora che, sulla base di un racconto di Annie Proulx pubblicato in origine sul New Yorker, si applica a sfatare alcuni sacri miti yankee come i cavalieri della prateria e l´amicizia virile. 1963. Nel bucolico Wyoming traversato dalle carovane del vecchio western, i cowboy precari Ennis e Jack sorvegliano un gregge di pecore sulla solitaria montagna di Brokeback. Tra noia, ovini e cibo poco appetitoso, instaurano un rapporto cameratesco fisico e, al caso, violento, che sfocia nell´intimità sessuale. Alla fine dell´estate si separano; poi entrambi prendono moglie e generano figli. Si ritrovano dopo quattro estati; da allora, e per vent´anni, organizzeranno insieme periodiche fughe d´amore.
Niente d´inedito, in fondo, aldilà del colpo assestato al mito di John Wayne &. Ma quello è solo l´aspetto più appariscente della faccenda, anche se ha posto I segreti di Brokeback Mountain al centro dell´ennesima montatura scandalistica. A guardare il film per com´è, non ci vuol molto a capire che si tratta di una love-story in piena regola, dove agiscono l´antitesi tra passione e routine coniugale, pubblico e privato, socialmente accettato e illecito, fedeltà e tradimento; e che funzionerebbe altrettanto bene (ma non si sarebbe conquistata la stessa attenzione) anche se gli amanti fossero etero. Per gran parte del film, almeno: perché nell´epilogo torna fuori il tema dell´intolleranza e del machismo, di cui fa le spese il più incline dei due alla promiscuità sessuale. Parlando della competenza di Ang Lee (che ha studiato in Illinois e alla New York University) in cose americane non ci riferivamo, però, tanto alla riscrittura in chiave gay del mito del cowboy, quanto piuttosto a questioni di stile. Stile iconocrafico, per cominciare: basta osservare la sequenza iniziale, dove tutto fa pensare alla pittura iperrealista Usa e alla Pop Art. Non meno stile della narrazione: che è molto classico, impeccabile nella confezione, non privo di ridondanze e di enfasi melodrammatica, come ai tempi di quella Golden Age hollywoodiana di cui il regista è sempre stato un convinto ammiratore. Formula ancora infallibile di un tipo di cinema rimasto immutato (immobile) nel tempo che, dopo il Leone d´oro già incassato a Venezia, l´America non mancherà di premiare con un sacco di Oscar.


“BROKEBACK MOUNTAIN” VISTO DA PETER JACKSON *

Un film universale fuori dai cliché

“Brokeback Mountain” è un film capace di raccontare l´amore con straordinaria potenza. Quel sentimento fragile e perfetto che nasce a volte tra due esseri umani: un uomo e una donna, due cowboy del West. Sullo sfondo della storia Ang Lee tratteggia una Middle America fuori da ogni cliché cui ci ha abituato il cinema western. Io vivo in Nuova Zelanda, quindi sono libero da preconcetti sulla realtà americana. Ma forse proprio per questo ho percepito una grande genuinità di quel tipo vita rurale, di quei paesaggi. Del resto questa storia poteva essere ambientata in qualunque parte del mondo, la sua valenza è assolutamente universale.
* regista

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