Dalla rassegna stampa Cinema

Profumo di Oscar per il western gay di Ang Lee

A fermare la formidabile scalata al successo del controverso film di Ang Lee “I segreti di Brokeback Mountain” non sono bastati i veementi attacchi dei critici conservatori statunitensi, né il boicottaggio di quegli esercenti che hanno impedito la proiezione del film negli stati nordamericani …

Già premiato a Venezia 2005 con il Leone d’oro, lo scorso 16 gennaio “Brokeback Mountain” si è aggiudicato anche quattro Golden Globes, i prestigiosi riconoscimenti assegnati ogni anno dall’Associazione della stampa estera hollywoodiana, che contano anche in vista delle imminenti candidature agli Oscar.
Miglior film drammatico, miglior regista, miglior sceneggiatura, miglior canzone originale (“A Love That Will Never Grow Old”): questi gli importanti premi prevedibilmente ma coraggiosamente conferiti ad un film dai toni intimi e dal budget minimo che ha l’indubbio merito di mettere le politiche sessuali al centro di un western.
Tra i generi cinematografici americani il western è senza dubbio quello maggiormente codificato in termini maschili. Quello in cui la mascolinità opera in maniera più convenzionale e più polarizzata, andando a sovrapporsi al mito del Far West, che poco ha a che vedere con la sua storia reale. Il cowboy forgia la sua identità mentre l’America si costruisce come nazione, in un processo che vede i valori machisti dell’eroe convergere progressivamente con il mito americano, di cui il western è l’incarnazione esemplare.
Va da sé che l’eroe che emerge da questo quadro è l’io maschile, la cui mascolinità però è una finzione culturale piuttosto che un dato biologico. Sembra di vederli i cowboy con la pistola sempre incollata addosso, evidente simbolo di una virilità che temono di perdere. Il western, allora, reinventa instancabilmente la storia di uomini che hanno paura di veder compromessa la propria supremazia e, con essa, la propria identità.
La storia di “I segreti di Brokeback Mountain” è la storia di questo depotenziamento, di questa messa in crisi dei ruoli di genere tradizionali e insieme di un genere filmico che aveva già cominciato a “guastarsi” negli anni ’60. Dopo aver girato una commedia gay (“Il banchetto di nozze”, 1993), il regista taiwanese realizza un western gay, la cui forza dirompente non risiede tanto nell’aver portato alla luce ciò che in tanti western era solo un sottotesto (basti pensare a “Il fiume rosso” e a “Ultima notte a Warlock”), ma nell’averlo fatto attraverso un film mainstream che, prima di essere qualsiasi altra cosa, è il racconto dell’amore struggente e tormentato tra due uomini che in un’altra epoca sarebbero stati cowboy.
Wyoming, estate 1963. Dopo il primo rapporto sessuale sulla maestosa Brokeback Mountain dove passano l’estate a pascolare un gregge di pecore, Ennis Del Mar (Heath Ledger) e Jack Twist (Jake Gyllenhaal) forse non sanno più chi sono, forse vedono sfaldarsi la propria identità, forse non riescono a far altro che a negare la propria sessualità. Eppure, nei decenni a venire, Ennis e Jack continuano loro malgrado a cercarsi, ad incontrarsi, ad inventare fantomatici viaggi di pesca all’unico scopo di stare ancora insieme, nonostante le mogli, nonostante i figli, nonostante le complicazioni, nonostante il tempo che passa, nonostante entrambi sappiano che nella loro realtà non c’è posto per quell’amore. Come non ce n’è per le loro donne, mogli, madri, vittime anch’esse di un mondo tutto maschile.
Per ironia della sorte, a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e a morire di morte violenta non sarà Ennis, a cui il padre aveva mostrato i corpi martoriati di due omosessuali quando era ancora soltanto un bambino, ma Jack; Jack che talvolta spegneva il suo desiderio nei corpi degli altri ragazzi, lontano da Ennis che non era mai riuscito ad avere tutto per sé.
E così, con una decisa virata verso il melodramma, la “femminilizzazione” di un genere che era stato maschile, iniziata con la disgregazione dell’identità sessuale di Ennis e Jack e proseguita trasformando i cowboy in pastori, può dirsi compiuta.
Nel 1968 i “Lonesome Cowboys” di Andy Warhol erano già soli e smarriti ed erano già gay. Alla deriva in un West che, lo si chiami Wyoming o Arizona, lo si voglia mainstream o underground, è un luogo sempre più mitico e sempre meno reale.

Titolo originale: “Brokeback Mountain”;
Regia: Ang Lee;
Sceneggiatura: Larry McMurtry, Diana Ossana, dal racconto di E. Annie Proulx;
Fotografia: Rodrigo Prieto;
Colonna sonora originale: Gustavo Santaolalla;
Produzione: Focus Features;
Distribuzione it.: BIM;
Interpreti: Heath Ledger, Jake Gyllenhaal, Michelle Williams, Anne Hathaway, Randy Quaid; Origine: Usa; Anno: 2005;
Durata: 134’.

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