Dalla rassegna stampa Cinema

I cowboys del Wyoming non sono tutti machi

…Brokeback Mountain è un’illusione, il sogno dell’amore ideale che non può concretizzarsi. . ..


Brokeback Mountain si perde nel profondo west, tra praterie affollate da greggi, cime rocciose, fiumiciattoli d’acqua chiara, morbide vallate cariche di vegetazione. Brokeback Mountain è un’illusione, il sogno dell’amore ideale che non può concretizzarsi. E’ un luogo del Wyoming (anche se le riprese sono state fatte in Canada) dove due qualunque, due ragazzotti squattrinati della America cowboy degli anni Sessanta (Jake Gyllenhaal e Heath Ledger, entrambi intensi e verissimi) si incontrano per occuparsi di un gregge del rancher locale, si avvicinano piano piano, si scrutano con la ruvidezza del caso e, infine, si innamorano. Naturalmente non lo sanno. Sono cowboy immersi nella machista e maschilista cultura dell’America profonda e rurale, anzi nel mito stesso del West, cavalcano col solito Stetson, hanno muscoli pronti all’attacco, modi bruschi, lingua sempre tenuta a bada e cappello sugli occhi. Per settimane, soli sulle montagne in mezzo alle pecore e al nulla quasi non si parlano, mangiano insieme porcherie inscatolate scaldate appena, si danno i cambi, si lanciano qualche sguardo e poco più. Finché in una notte si scoprono. Ma solo i decenni a venire daranno loro il senso della passione che hanno vissuto.
Così può essere l’amore ai tempi dei cowboy. Quello che nessuno ha mai raccontato, ma molti, tra frasi smozzicate, sguardi ambigui e ipercitate amicizie virili, lasciato intuire. Ne è pieno il cinema western americano ma qui c’è un regista di Taiwan, sia pure americanizzato, come Ang Lee che gioca nella cornice del film di genere per raccontarci tutta un’altra storia che sembra poter far deflagrare ogni cosa, cornice inclusa, e invece li dentro si contiene: perché il western, ci insegna Lee, può contenere anche questo, anche una storia d’amore vero tra due cowboy gay che dura vent’anni, che finisce solo con la morte di uno dei due e che nulla ferma, non il matrimonio di entrambi, non la prole, non le lontananze, non le incomprensioni, non le paure. D’altra parte, lo sappiamo, le migliori storie d’amore sono quelle zigzaganti tra ostacoli, orrori e malinconie d’ogni sorta. E, in questo «I segreti di Brokeback Mountain», vincitore a Venezia, vincitore ai recenti Golden Globe, vincitore in mezzo mondo di quasi tutto e ora in arrivo sui nostri schermi, ce ne è per tutti gusti.
E sempre dentro la cornice, con tutti gli stereotipi d’ordinanza del western, qui fedelmente ripresi (da un regista che si mostra ancora una volta ecletticamente capace di rifare linguaggi e stili) e mai parodisticamente. Lee non ha questo intento, va molto oltre: la sua rivoluzione sta nel collocare una storia d’amore omosessuale perfettamente all’interno di un mondo che la ostacola, solo che il mondo è il west dei cowboy. Semplicemente, questo amore tra cowboy mai visto, che resiste nella prigione di un’eterosessualità che si esige e di un’apparenza claustrofobica che non si può eludere, alle assenze, ai vuoti, al tempo che scivola via, alla morte, non è che una onesta, semplice storia d’amore e desiderio. Come ha detto il regista: «Io volevo fare un film che parlasse di un sentimento universale. Ho pensato a lungo a chi erano i due cowboy texani ma oltre ogni epica, ogni western, ogni dettame del genere, pur rimanendo aderenti al contesto e al racconto di Anne Proulx da cui è tratta. E non ho pensato all’aspetto politico o provocatorio della storia, non mi interessava affatto».
Insomma una storia d’amore come tante ma raccontata come poche, vera, soffocante.


Lassù sulle vette l’amore gay rigenera l’America

John Ford probabilmente sarebbe stato scettico, mentre John Wayne, che fu poco incline alla dialettica, avrebbe messo mano alla fondina per una punizione esemplare nei confronti del regista, in fondo «un muso giallo», che si permette di asserire: «Non c’è niente di meno western di John Wayne». Pubblico e critica dell’ultima Mostra di Venezia invece mostrarono di gradire i cow-gay, come vennero subito battezzati in Laguna, del film I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, taiwanese americanizzato, premio Oscar nel 2001 per La tigre e il dragone. Dopo il Leone d’oro settembrino e i quattro «Golden Globes» di pochi giorni fa (di solito un ottimo viatico per l’Oscar), è da oggi sui nostri schermi il melodramma omosessuale dei due giovani cowboy che, nel Wyoming del 1963, vengono assoldati dal proprietario di un ranch per governare un gregge in alta montagna. Su quelle cime verdissime e poi innevate, negli spazi immensi di un’America immutabile e stupefacente per bellezza, i due ventenni s’innamorano l’uno dell’altro, si accoppiano in una scena-shock che potrebbe disturbare i benpensanti, e, alla fine della stagione di lavoro, si salutano convinti di non rivedersi più. Trascorrono quattro anni durante i quali Ennis Del Mar e Jack Twist, questi i nomi dei personaggi, si sposano, danno al mondo dei figlioletti, alternano fortune e disgrazie, senza mai dimenticarsi vicendevolmente. Finché un giorno una cartolina galeotta dell’uno all’altro propizia un nuovo incontro: la passione reciproca è viva a dispetto di esistenze governate da tutt’altro registro. Per i successivi quindici anni, periodicamente, i cowboy torneranno nei luoghi in cui tutto è cominciato, rigenerando ogni volta una coppia «eterna», protetta dalle bugie raccontate alle due consorti che pure sanno o sospettano. Certo, fra i due non mancano le liti, qualche scazzottata, le gelosie, le scappatelle omosessuali confessate al partner, ma solo un trauma – non rivelabile – metterà fine alla relazione. Ha ragione Ang Lee quando definisce Brokeback Mountain «una grande storia epica d’amore». È, il suo, un post-western che va ben oltre la desolata metafisica dei film di Monte Hellman (Colline blu o La sparatoria) e l’autunnale poesia degli Spietati di Clint Eastwood. L’epica di Brokeback Mountain sta nel paesaggio americano rivisitato dallo sguardo dello «straniero», il regista venuto dall’Estremo Oriente, capace di restituirlo in tutta la possente, incontaminata, selvaggia purezza. È una cornice naturale perfetta per un amore tanto tormentato quanto fedele a se stesso e, paradossalmente, agli archetipi del cinema western: l’assenza o la marginalità delle donne (un tempo angeli del ranch o meretrici, qui madri querule e prolisse), il primato del silenzio, una ruvida umanità imposta dalla solitudine delle vette, l’erotismo brutale per ingannare la paura della notte, della morte. Ennis e Jack si ritrovano in montagna per non perdersi del tutto nella vita quotidiana, perché per loro è infinitamente più difficile vendere trebbiatrici, far crescere i figli, sbarcare il lunario, che attendere alle durissime incombenze della pastorizia. Nei vent’anni successivi al loro primo incontro a Brokeback Mountain saranno entrambi dei disadattati, dei cow-boy incompresi e un po’ suonati, i reduci di un’America che già negli anni ’60 non esisteva più se non come nostalgia, mentre quel paesaggio americano è lì ancora oggi. È al paesaggio che essi appartengono, in una simbiosi che l’erotismo perfeziona e rivela. Le donne sono «altro», una sfida ingaggiata ma persa: solo tra di loro, e solo lassù, i due si sentono veramente se stessi. Ang Lee, nel tradurre sullo schermo lo struggente racconto di Annie Proulx pubblicato nel 1997 sul «New Yorker», ha voluto come sceneggiatore Larry McMurtry, autore dell’indimenticabileL’ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich (1971) con le sue atmosfere di sospensione temporale nel Midwest. A interpretare il film sono due fra gli attori più amati dalle nuove generazioni, bravissimi: Jake Gyllnhaal e l’australiano Heath Ledger che dopo le riprese ha sposato davvero Michelle Williams, sua moglie nel film.

Oscar Iarussi

20/01/2006

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