Dalla rassegna stampa Cinema

È il western va... Cinema dalla leggenda alla dura realtà

Cade l’ultimo baluardo della mitologia West di John Ford. Una lenta erosione: da Stan Laurel comico e gay (1923) al nevrotico Mitchum, fino a Clint Eastwood nei film di Sergio Leone o regista crepuscolare degli «Spietati»

Con I segreti di Brokeback Mountain, la storia dell’amore fra due mandriani, cade l’ultimo baluardo della mitologia del West: punto conclusivo di una lenta, progressiva erosione del modello primigenio del personaggio del cow boy, figura centrale dell’universo della frontiera. Un processo avviato fin dagli anni Cinquanta, per la verità, con la revisione del western tradizionale, che a suo tempo coinvolse tutti i principi su cui si era costruito fin allora il «genere per eccellenza del cinema americano», come André Bazin definì quello che almeno fino a metà del secolo scorso è stato il modello privilegiato di Hollywood. Al centro della leggenda del western cinematografico, fin dalle origini si colloca infatti il personaggio del cow boy, il mandriano, la cui vita dura nei ranch o nelle grandi distese era, nel duro esercizio quotidiano, ben lontana da quella di cui la leggenda ci ha tramandato l’immagine. Risalendo alle origini, Gilbert Anderson (il primo cow boy del cinema) e poi William S.Hart, Tom Mix, Ken Maynard ne fissarono i lineamenti che a lungo sarebbero diventati emblema non soltanto del personaggio quanto anche del West in generale. Una versione mitica che istintivamente ubbidiva al celebre aforisma di John Ford contenuto nel suo tardo capolavoro L’uomo che uccise Liberty Valance, con l’esortazione a privilegiare appunto la leggenda rispetto alla realtà (Print the legend!, ammoniva i suoi cronisti incerti se riferire o meno i fatti come s’erano svolti, il direttore di un giornale di provincia). Oggi, con I segreti di Brokeback Mountain siamo giunti al confine di una lenta evoluzione che, come s’è accennato, ha visto l’emancipazione del mondo del West dalla seducente, seppure «irrealistica» sua rappresentazione cinematografica. Un passaggio, dunque, dalla leggenda alla realtà, o almeno ? secondo il film di Ang Lee ? a quella che avrebbe anche potuto essere la realtà e che il cinema in passato ha di tanto in tanto soltanto lasciato trasparire fra le rigide maglie della censura ? o forse, ancor meglio, dell’autocensura ? e perciò mai esplicitamente dichiarata. Il momento per ora conclusivo di tale evoluzione ha però origini remote: forse uno fra i primissimi esempi risale a un cortometraggio interpretato da Stan Laurel (The soilers, 1923) in cui un cow boy chiaramente gay vi svolge un suo piccolo ruolo, comico e derisorio, ovviamente, come consentiva il rigido standard western dell’epoca. Autentica eccezione, quindi, sul palcoscenico della frontiera in cui altrimenti il cow boy campeggia, nella vulgata corrente, come versione contemporanea del cavaliere medievale, simbolo di mascolinità, integrità, di lealtà, di osservanza alle regole di un codice non scritto. L’ultimo cantore di questa realtà, e non a caso il più grande regista del western, è stato John Ford, che al personaggio del cow boy ? interpretato dall’attore che ne esprime al meglio il modello, John Wayne ? ha eretto un monumento duraturo, appunto nei confini di quell’immagine leggendaria che poi il cinema moderno ? quello successivo al tramonto dello studio system ? ha contribuito a scalfire, mostrandoci il risvolto di una realtà fatta di Sangue, sudore e polvere da sparo, come dice il titolo di un bel postwestern di Dick Richards del 1972. Che tale processo poi sia giunto al ribaltamento realizzato dal film di Ang Lee non dovrebbe sorprendere più di tanto quando si pensi alla sottile vena misogina che attraversa quasi per intero il cinema western, per il quale la donna è, sì, l’ambito premio del coraggio e della lealtà del vero cow boy, ma pur sempre in una posizione subalterna, marginale alla vera vita, che solo l’eroe maschile può conoscere ed esperire nella sua autenticità. Del resto il grande libro di Leslie Fiedler, Amore e morte nel romanzo americano, riscopre nella grande letteratura del suo Paese la nascosta pulsione omosessuale che è al fondo dell’amicizia virile di cui la narrativa statunitense offre numerosi esempi, fin nei suoi classici letterari dell’Ottocento. Il western ne suggerisce una variante, le cui tracce si rinvengono qua e là e talvolta perfino in film concepiti in maniera diversa. Valga per tutti l’esempio di uno dei film più anomali degli anni ’40, come Il mio corpo ti scalderà (Howard Hughes) che nonostante la presenza prorompente di un sex symbol come Jane Russell, si fondava sull’assioma che nel mondo del West una donna, in fin dei conti, non vale per un cow boy più di un cavallo. Si diceva della metamorfosi del cow boy ? ma non solo, anche degli altri personaggi archetipici come il fuorilegge, lo sceriffo ? che ha inizio con la compiuta maturità del western: il mondo della frontiera ha perso le sue certezze, il dubbio si insinua nella sua fin allora composta architettura, la nevrosi vi fa capolino (Robert Mitchum in Notte senza fine), l’istinto primordiale della vendetta rende opaca l’immagine della giustizia cui il personaggio positivo aderiva (tutti i protagonisti dei western di Anthony Mann interpretati da James Stewart), la paura dell’eroe e la vigliaccheria di chi dovrebbe aiutarlo offuscano l’idea del west nel capolavoro di Fred Zinnemann, Mezzogiorno di fuoco, i confini fra legge e illegalità diventano sfuggenti (Rancho Notorius di Fritz Lang), una cieca pulsione persecutoria spinge ad azioni efferate (L’albero della vendetta di Bud Boetticher). Insomma, siamo al tramonto di un universo leggendario. Un altro si era infatti affacciato, sgretolandone le fondamenta e a nulla sarebbero valse poi le riletture in chiave estetizzante e contemplativa di Sergio Leone, esemplificate nel personaggio di Clint Eastwood, fondate sul western come sogno di un sogno ormai dissolto. E sarà proprio Eastwood, l’attore feticcio del nostro regista, una volta passato dietro la macchina da presa a Hollywood, a darci una delle più disincantate e veritiere immagini del cow boy nel suo capolavoro, Gli spietati. Il ciclo sembra compiuto, la descrizione del cammino di sopraffazione, violenza, lotta disperata per imporre la legalità ha spinto il western sulle soglie della realtà. E in tale processo il sesso vi gioca ora l’ultima carta: non sembra casuale forse il fatto che a parlarcene esplicitamente sia un regista di tutt’altra formazione, cui l’estraneità ad una certa tradizione è stata evidentemente di aiuto.

20/01/2006

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